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Visualizzazione dei post con l'etichetta poesia

Alla fine cosa è cambiato dai tempi della cortina di ferro?

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    La celebre frase di Churchill «da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata attraverso il continente» faceva parte di un discorso pronunciato a Fulton, nel Missouri (Stati Uniti), il 5 marzo 1946.  L'inglese aveva utilizzato l’espressione «cortina di ferro» quasi un anno prima, in un telegramma personale inviato al presidente Truman il 12 maggio 1945.   Si tratta di un messaggio accorato, nel quale Churchill esprime la propria «profonda inquietudine» riguardo alle intenzioni dei russi nell’Europa orientale: “ Una cortina di ferro è calata sul loro fronte [dei russi]. Non sappiamo che cosa stia succedendo dietro di essa. Non c’è dubbio che l’intera regione ad est della linea Lubecca – Trieste – Corfù sara presto completamente nelle loro mani. A ciò inoltre bisogna aggiungere l’enorme area tra Eisenach e l’Elba che gli americani hanno conquistato e che presumo i russi occuperanno fra poche settimane, quando gli americ...

Goccia di nebbia

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  Altro non siamo che goccia di nebbia dispersa nel silenzio travolta dal mistero di una esistenza senza senso ma è   

Sapori d'inverno con i versi di Domini

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Ronchi è un cuore di un corpo, un corpo multiforme, un corpo ora donna ora uomo ora né uomo e né donna. Un corpo dove scivola il sole fin sull'Adriatico, dove l'alba della luna sul rosso Carso risveglia i fantasmi della notte, rumori di un tempo sepolto da guerre.  E poi l'estremo opposto il silenzio delle acque, Isonzo e Timavo, la forza delle Alpi che si confondono con le nuvole, ma è neve. Neve d'inverno. Neve d'inverno, odori di legna bruciata, profumi di brovada, risate da privata e poi "in sto moment de sogno ciàpa ala i recordi a vose". Pensi alla bora che "se lementa un zespar, disperà pal ramàz per ta la note " onde onde 'l xe  ndà?" Non solo su Trieste, ma anche qui è giunta, nel cuscinetto tra contee e territori che mai si son amati e da sempre divisi,  tra la patria del Friuli e l'alabarda rossa furente di Trieste ora ulula più che mai il vento dell'Est. "Sbusina la bora de l'anema Senza vose". Che...

Una Trieste diversamente umorale

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E giunto a Trieste, con il solito trenino che ha l'aria condizionata a mille, quando va bene, o semplicemente non funzionante, quando va male, ma il va bene od il va male è una valutazione del tutto soggettiva e personale, ecco spuntare il nuovo treno con scritto " Città di Trieste". Nella fase umorale da criticone, penserai: " cioè Trieste non è ancora una città metropolitana, ma già ha un treno tipico delle città metropolitane?". Nella fase umorale dove tutto va bene, anche se il mondo va a pezzi, ma non è il tuo mestiere quello di comporre o ricomporre il puzzle, pensi: "che meraviglia, ora sì che Trieste sembra enorme, voglio tutti i treni che da Ronchi Nord, perché la Sud è non funzionante, nell'attesa che facciano la stazione Est o la Ovest, abbiano quella scritta, Città di Trieste, siamo tutti una sola grande metropoli". E poi nell'afa di questo agosto, ecco una via libera da auto, ma non dai motorini. Nella fase umorale...

La nebbia sul Carso in guerra

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Tra nebbia ed il nudo Carso non s'è desta l'aria di gioia. Idi di marzo senza stagione, colpito alle spalle dalla lama Patria. Ufficiali e Generali non hanno sporcato i loro guanti ma te povero ed ignorante al fronte ti hanno mandato. Al grido Savoia ed avanti, a morir per la tua madre Italia, madre che ha cullato i propri figli nelle braccia della selvaggia morte. Non sorte, ma dolosa volontà imposta. Medaglia appesa al muro, colate di ricordo nell'amen della civiltà. Gloria ed onori a chi ha voluto la guerra, giocato alla guerra, esaltato la guerra o conosciuto la guerra solo nelle foto ricordo o nella polvere dell'auto in fuga, perché il pranzo reale non doveva tardare od i versi nei circoli fumanti borghesia e passione per l'altrui fine non potevano aspettare un solo frastuono di proiettile in più che ha fracassato la testa del povero soldato. Alcuni soldati dicevano che il vate scriveva al caldo e sul suo sgabello ma erano loro ad andare al macello, amare l...

Come chiamare il verso della Bora?

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E' mancata, mancata per un lungo periodo, ma è arrivata, l'amata Bora. Scivolando dall'alto ponte di Veglia, poi schiaffeggiato il nudo Carso, sino al seno di Trieste e la via per la Bisiacaria, spazzando via la ruggine dalla strade dei borghi e di città, e la Bora divenne il vento dell'Impero perduto. Prima il vuoto. Poi un colpo di sciabola violento. Non la puoi vedere, non è come la pioggia, come la neve, come la grandine, ma la puoi sentire e la senti e l'ascolti. Sbatte contro i muri, attraversa secoli di natura, solleva macigni di modernità ed allevia la nostalgia per l'antichità. Fermo lì con le mani a cercar l'equilibrio per non cadere rovinosamente per terra, colpito alle spalle, come un traditore, ti chiederai ma che verso è quello della Bora? Ulula? Urlo lamentoso, lungo ed inquietante che ricorda le lamentazioni perdute nelle foreste nere? Grido di rabbia?  Sviolinata carsica? Una miscela di indie ed  elettro-pop ? Ma è un suono od un rumore?...

Dalla Bologna 2015 a Sredi Polje

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Passi, ed ancora passi, tra volantini non volanti, lì fermi come una distesa di covoni nelle praterie meravigliosamente selvagge delle campagne dell'est dopo aver osservato rapidamente, pur camminando con lentezza, nella città dove è oggi difficile lavorare con lentezza, una bottiglia, scotch ghiacciato da una indifferente brezza d'inverno, un palo nella variabile ed imprevedibile arte in movimento per strada. E poi respirerai l'aria di quel '77,sì, ancora vivo, nonostante tutto. E poi il cratere verticale, che si pone in continuità con quella macchia orizzontale di cemento, un vetro, dal quale potrai leggere, stazione di Bologna centrale. La sala d'aspetto.  L'esplosione. E morte. Verità, per quell'ora maledetta da dio. Le 10 e 25. Un passaggio, due passaggi e quattro binari,16,17,18 e 19 ad alta velocità e cinque piani sotto terra. Scale,corridoi, una stazione Tiburtina oltre moderna in chiave bolognese. Allucinazione re...

I Dieci comandamenti di Tito

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Un foglio volante, in un sospiro di Bora, in una notte qualunque. Ma non sarà un foglio qualunque. Non sarà più una notte qualunque. A pochi passi da dove si formò, per volere umano, per spirito di fratellanza, sorellanza, di solidarietà, tra italiani e sloveni, uomini e donne, giovane, giovanissima generazione ribelle e rivoluzionaria, la brigata proletaria, sulle prime alture di Selz, cuore della dignità e della resistenza, raccolsi quel foglio illuminato dal chiarore di una luna, faro di civiltà. Vi era scritto, i Dieci comandamenti di Tito e leggerai d'un fiato solo ma non solitario... 1) Non ci sarà nessun dio, nessuna divinità, né fuori  né  dentro di me, ma l'onnipotenza laica  dell'uguaglianza  e leggerai: “ I cittadini sono uguali nei diritti e nei doveri, indipendentemente dalla nazionalità, dalla razza, dal sesso, dalla lingua, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione e dalla condizione sociale ”; 2) Non  essendoci  ...

Sfumature di silenzio bisiaco in una notte qualunque di Ronchi

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Candele nella modernità soffusa, possente, resistente, alto e robusto il partigiano vigila nella piazza dell'Unità per Ronchi che ha conosciuto e vissuto e voluto la resistenza. Alberi che imprimono il disordine nel giorno dall'ordinario ordine, siepe sfuggente, panchine solitarie e poi un piccolo e fuggitivo tratto di strada che nel se pol ritrovato consente ogni svolta verso la Trieste che ancora corteggi, a cui sei appartenuta sino alla firma della carta di Parigi, la Gorizia dalla identità imposta od Udine salotto del Friuli. E poi Pordenone al centro tra Trieste e Venezia, così come tu Ronchi sei al centro di questa terra racchiudente confini invisibili tra piccole e vitali regioni all'interno della regione senza, per ora, più trattino, Friuli Venezia Giulia. Piccolo palazzo, spazio nel vuoto della notte, eleganza nella genuinità della vita anti metropolitana, dal color perennemente autunnale, domina la piazza con finestre che accompagnano ogni desiderio verso l...

Sol di tramonto in Friuli Venezia Giulia

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Recinti di strada, oltre, praterie del Basso Friuli, foschia nell'immediato avvenire dopo la Bisiacaria. Palla non perfettamente rotonda, rossa, arancio, gialla, a galla sulle nuvole per poi affondare nella profondità. Pensi al sole che mai hai visto dal vivo, quello d'Africa, talmente grande, talmente immenso, che distrazione ed attenzione giostrano nel mezzo del dubbio. Ma sei in Friuli Venezia Giulia, dove anche un tramonto è il tramonto, quello che ama confondersi con il risveglio dello stupore nell'alba del vissuto mediterraneo ponte sottile d'Oriente e d'Occidente. Marco Barone

Il Tram di Trieste,attimo di meraviglia imperiale

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Scivolando giù per il primo ciglione carsico,alle spalle l'obelisco, traguardo d'oriente, e tra i cespugli selvaggi una goccia di mare, una luce ad intermittenza, rossa come la passione di un tempo senza mai tempo, stoppa il tuo cammino. Un secondo, due secondi, volante mutato in batteria, dita in secche bacchette sonore e poi un fischio ed ancora un fischio. Scenderà o salirà? Curiosità infantile. Perché alla fine è un gioco senza età. Eccolo apparire l'imperiale tram di Trieste, ma questa volta sale. Sale nell'attimo di meraviglia imperiale, armonizzato con la modernità, blu delicato, una striscia bianca fuggente, e poi il vuoto. Intermittenza rossa morente. Via. La frenesia si riprende il suo spazio mentre il tram con lentezza si perde nei binari carsici senza più confine. Marco Barone  

I palazzi ballerini di Trieste nell'angolo di svolta

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E passi spediti in fuga dai rumori di città, angolo di svolta e silenzio. No. Non sei nella valle dei morti, neanche in quella del silenzio eterno ed assoluto alla ricerca del tuo amen. Hai semplicemente svoltato angolo. Angolo di confine dalla gradazione ignota. Pochi passi ed il confine tra la frenesia e la lentezza, tra il suono ed il rumore, prende forma. Forma alle spalle del Palazzo sipario, avanti il pubblico e spettatore ora seduto ora estasiato, e dietro quel poi, un poi di pensieri, un poi di silenzi, un poi nella malinconia mescolata all'euforia nel profumo di Malvasia inebriante ogni frontiera, anche il passante più dormiente vedrà l'immobile nella sua immobilità danzare.  Palazzi che sembrano cadere o sostenersi a vicenda, quasi una polka metropolitana, palazzi che sembrano danzare o fuggire o semplicemente scherzare con quell'umore variabile come un refolo di bora. Anche i palazzi a Trieste possono danzare, palazzi ballerini in un gioco che potrai cogliere...

In altri tempi

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Passi e senza oltrepassare un passato che mai è passato odi, respiri, sfiori e vivi la fioritura di quell'altro tempo che alla modernità sfugge pur essendo nel millennio terzo. Non stupore, non ardore, ma spontaneità di essere come il vento di scirocco quando raccoglie con il suo innato calore la vendemmia, ciclica alchimia che si ripete senza un perché, ma così è. Marco Barone  

La solitudine dei numeri ultimi

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Due solitudini solitarie contrapposte, opposte e contrarie, quella dei numeri primi e quella dei numeri ultimi. Nel mezzo di questo cammino solitario vige l'equilibrio della stabilità precaria e flessibile. Cosa significa precarietà? Altro significato non ha che nascere e morire e nascere e morire astrattamente infinite ma concretamente determinate volte all'interno della ordinaria vita. Flessibilità altro significato non ha che frammentare la propria esistenza in una moltitudine definita di piccoli ed inconcludenti sogni che mai costituiranno il sogno.  Ora puoi viaggiare verso la solitudine dei numeri primi,ora puoi piombare nella solitudine dei numeri ultimi. Gli ultimi non saranno mai primi, i primi potranno sempre diventare ultimi. Ma per quanto la solitudine degli ultimi possa essere solitaria, non per questo sarà triste e deprimente, perchè sarà più umana e comunitaria rispetto a quella apicale ed elitaria dei numeri primi. Non dovrà deprimere il senso della rapac...

Trentatré petali di rosa

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Le rose, della rosa, alla rosa, la rosa, o rosa, con la rosa .  Ho conosciuto nello studio la rosa nella sua declinazione, in quel latino madre imposta della cultura che per storia e tradizione appartiene a queste terre.  Ho conosciuto il suo profumo tra le campagne siciliane ed i promontori calabresi sino al confine d'Oriente pur vivendo in Occidente.  Rosa che sorge spesso lì ove tramonta il sole dell'umanità, tra t erre aride, terre violente, terre di rosa, terre di odio, terre di conquista, terre della contesa disumana.  Ma esiste anche la rosa dell'occulto che tramite il codice del triangolo della rosa ti conduce nel culto del mistero.  Dovrai manifestare gratitudine, esprimere compiacimento, vivere con il dubbio dopo aver sfiorato uno dei  trentatré petali misteriosi e silenziosi della addivenire venerabile rosa. Dovrai   essere  presente nelle canzoni, nei libri, nella musica e nel silenzio, sarai presente nei riti, nella relig...

Chi la vol

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Chi la vol  Chi la vol adelante, chi la vol picante,  chi la vol sprizante,  chi la vol andante, che la vedi ben che la vedi mal  no xe la putela de Trieste, gnanche ela, la Penelope dei scalini de la Piaza Grande che la bora speta ma non sveste; ma xe la stela de San Lorenzo che in 'sta note te inamora Marco Barone

La distesa di piedi sul Molo Audace

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Chi scarpe basse, chi sportive, chi stivaletti, chi scarpe alte, chi semplicemente scalzo. Tra una bicicletta accompagnata sul manto del molo che unisce l'acqua salata del golfo di Trieste al cielo sfuggente al rosso Carso, tra pensieri seduti sulla bitta, si consuma, in un giorno di primavera, quel pasto diventato rito che non conosce tempo, quel rito irrituale nella sua forma, quel rito che vede nello stesso luogo, certo e definito, ceti diversi, a volte contrapposti, ma ora nella loro indifferenza e solitudine, camminare lungo il piccolo viale che conduce verso la rosa dei venti.  Piedi sospesi, abbandonati tra scale piccole e senza equilibrio, e quella schiuma di mare che ti distrae dall'assaporare la serenità nell'immensità di un momento ripetuto negli anni perduti e ritrovato negli anni temuti. E scivolano via tra l'aria ed il mare, giocherellando con gli schizzi da evitare, quei piedi affaticati, che sorreggono le fondamenta dei tuoi sogni che un...

Il passero dalla finestra di Trieste

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Lì sul ciglione carsico mentre scivola la lava fredda e cementificata ferma e sospesa nel tempo del secolo di cui sono figlio non per mia scelta, lì tra arbusti e foglie ove duole il cuore alla sguardo di quel ventre grezzo e conquistato ecco il passero di Trieste chiamare la solitudine nella rumorosità della vita metropolitana mentre tu nascosto dalla chiusa finestra bianca e di legno sospiri e respiri in quel cielo dall'azzurro opaco.

Il muro della contesa tra l'Italia ed il TLT nella ballata dei nottambuli

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Lungo quella strada che congiunge il rude Carso al seno di Trieste, che scirocco e bora  cercano  di contendersi senza mai fronteggiarsi solleticando l'orizzonte dell'Adriatico Mare, lì ove sorge il faro dell'impero caduto, l'obelisco di Opicina, lì ove  riposano i binari del tram dal colore blu vivo, come la speranza che possa ritornar presto in circolazione per le vie della misteriosa Trieste, lì tra pini e carpini neri, tigli e pini d'Aleppo, tra colori che assorbono ogni malinconia, sorge un piccolo muro. Il muro della contesa. Una donna da corteggiare a colpi di scritte. Una piccola epopea romantica tutta nostrana, Romeo e  Giulietta di Trieste.    Nel rito della ballata nottambula, armati di bomboletta spray, ora nera, ora bianca, ora rossa, cultori del territorio libero di Trieste e cultori della Trieste italiana, alternandosi con la stessa frenesia delle stagioni fugaci, scriveranno ora viva l'Italia, ora viva Trieste libera o TLT. ...

Vagabondo nato casualmente in questo mondo

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Potrei essere di Tropea, perché son nato in un giorno d'estate nella non più perla del mediterraneo, potrei essere di Vibo Valentia perché ho vissuto la mia adolescenza tra le mura greche ed il golfo che ti conduce alla bocca dello Stromboli, potrei essere di Vittoria perché lì mi conduce una parte del legame caldo sanguigno, potrei essere di Bologna perché lì ho varcato la porta delle ribellione  e del lento divenire adulti, potrei essere di Trieste perché lì ho assaporato l'equilibrio sospeso tra la malinconia e la serenità, potrei essere di Roma perché lì conduce la strada del pensiero, potrei essere di Ronchi dei Partigiani perché lì ho conosciuto la vita, potrei essere di Lubiana perché è la prima capitale dell'est dove ho catturato un raggio del sole dell'avvenire, potrei essere di Budapest perché lì ho bagnato con le acque secolari del Danubio la rabbia verso l'omologazione, potrei essere di Valencia perché lì ho respirato l'aria ...

Ho pensato di rinnegare le mie origini, ma non l'ho fatto

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Sono nato a Tropea, ma ho vissuto i primi 18 anni della mia  vita a Vibo. Un centro che ha oltre 8 mila anni di storia, e ciò, nel bene o nel male, vorrà pur significare qualcosa. Erano diversi anni che non mi recavo a Vibo Valentia ed il mio ritorno, seppure breve e per qualche giorno, è stato carico e colmo di sensazioni, pensieri e diverse reazioni emotive. Ho visto strade degne della peggior inciviltà, immondizia ovunque ed in ogni dunque sperare, ho visto paesaggi stravolti, la lenta invasione del business del terzo millennio, impianti solari che annichiliscono le vecchie ed aspre campagne, ho visto gente camminare nel vuoto, ma non ho più visto le tipiche folle raggiungere la vasca nel canonico passeggio cittadino, una sorta di laica litania ove il più alto dei peccati diveniva voce di periferia e la voce di periferia entrava nel più borghese dei salotti cittadini, ho visto gente camminare solo guardando il cellulare, auto giostrare il tempo, degrado invadere ogni pic...