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La distesa di piedi sul Molo Audace



Chi scarpe basse, chi sportive, chi stivaletti, chi scarpe alte, chi semplicemente scalzo.
Tra una bicicletta accompagnata sul manto del molo che unisce l'acqua salata del golfo di Trieste al cielo sfuggente al rosso Carso, tra pensieri seduti sulla bitta, si consuma, in un giorno di primavera, quel pasto diventato rito che non conosce tempo, quel rito irrituale nella sua forma, quel rito che vede nello stesso luogo, certo e definito, ceti diversi, a volte contrapposti, ma ora nella loro indifferenza e solitudine, camminare lungo il piccolo viale che conduce verso la rosa dei venti. 

Piedi sospesi, abbandonati tra scale piccole e senza equilibrio, e quella schiuma di mare che ti distrae dall'assaporare la serenità nell'immensità di un momento ripetuto negli anni perduti e ritrovato negli anni temuti. E scivolano via tra l'aria ed il mare, giocherellando con gli schizzi da evitare, quei piedi affaticati, che sorreggono le fondamenta dei tuoi sogni che un giorno, vicino o lontano, con o senza fato,sfiorerai e forse, chissà, magari vivrai.


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