Il gran teatro di Trieste: tra il jazz degli Angloamericani, l'illusione del TLT e i selfie con D'Annunzio

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C'è un'ironia sottile — e diciamolo pure, del tutto meravigliosa — nella storia moderna di Trieste. Da una parte c’è chi guarda a certe nostalgie e pensa subito: "Ma ci state prendendo in giro?" . Dall’altra, invece, c’è chi avverte una sorta di grande, sublime tormento amletico, un richiamo disperato a quell’età dell'oro che va dal giugno del '45 all'ottobre del '54. La Trieste della Reggenza angloamericana! Quel momento incredibile in cui arrivano gli alleati e portano la cioccolata, le sigarette americane, il jazz, lo sport e, naturalmente, uno sballo assolutamente sfrenato. Il tutto, s'intende, prima che la città venisse restituita all'Italia. E lì nasce il mito del TLT, il Territorio Libero di Trieste! Che a un certo punto, nei primi anni Duemila, vive una resurrezione prodigiosa: cortei di migliaia di persone, un entusiasmo travolgente. L’Eldorado adriatico! Poi però — com’è tipico delle cose umane e soprattutto della politica locale — co...

Il 15 ottobre: Inizia una nuova fase.



Il 15 ottobre segna l'inizio di una nuova fase.
Una fase annunciata pubblicamente da tempo, 
una fase ignorata da tanti, e tollerata per altri fini dal sistema.
Questa fase si chiama fine della tregua sociale.
Quello che ora dirò e forse sarà uno dei pochi articoli ove ancora si potranno esprimere valutazioni libere, è frutto di quello che ho visto con i miei occhi, respirato e percepito per le vie di Roma nella giornata del 15 ottobre.
Però è necessaria una premessa.
Passeggiare la sera del 15 ottobre, nella Piazza di San Giovanni, ove vedevi i resti di una dura lotta, dove vedevi il volto di una città sorpresa e forse sconvolta mi ha dato da riflettere.
Tali riflessioni mi spingono anche a dire che dobbiamo, tutte e tutti prepararci a misure repressive preventive senza precedenti.
O meglio tali precedenti avevano trovato affermazione durante il regime fascista.
Presto, molto presto, nel nome della sicurezza, dell'Ordine Pubblico, invocheranno misure di arresti preventivi, censure, limitazioni pesantissime della libertà personale, si colpirà la rete, internet, si colpirà ogni forma di dissenso a tale sistema, si massacrerà il conflitto della Val di Susa, ed il tutto semplicemente perchè il sistema deve tutelarsi. 
Ripeto, questo probabilmente sarà uno dei pochi articoli che si potranno scrivere ancora liberamente, perchè il tempo della concessione della libertà di critica ed espressione è giunto alla sua fine.
Ciò perchè ogni forma di dissenso o critica verrà interpretata come istigazione alla violenza, alla destabilizzazione dell'Ordine Pubblico, del sistema.
La Costituzione per qualche tempo potrà essere chiusa in soffitta.
E' iniziata una nuova fase.
Dura.
Molto dura.


Andiamo per ordine.
Allora quello che è accaduto a Roma era prevedibile.
Come prevedibili sono le conseguenze.
Divisione del non movimento, accanimento della repressione preventiva e strumentalizzazioni.


Già da alcuni giorni su indymedia emergevano le spaccature del non movimento, per la giornata del 15 ottobre.
Parlo di non movimento per un semplice motivo.
Perchè il movimento non si crea con i documenti, non si crea con la burocrazia, o meglio il movimento non si crea.
Nasce in modo libero e spontaneo.
In Italia vi sono realtà organizzate che hanno lavorato per tale giornata, decidendo in momenti assembleari come si doveva svolgere la detta manifestazione.
Partenza da Piazza della Repubblica , termine a San Giovanni con interventi brevi e mirati da parte di vari rappresentanti delle tante realtà organizzate che hanno lavorato per la riuscita di tale giornata, detta e conosciuta come giornata dell'indignazione mediterranea.
Ma altre realtà, già da tempo manifestavano il loro dissenso, verso quella che in sostanza diveniva una classica manifestazione comunicativa, pacifica ecc ecc.
Ed avevano fatto trapelare che a Roma le cose sarebbero andate diversamente.
E così è stato.
Dunque, nessuna sorpresa.


Con ciò, sia ben chiaro che non voglio deprecare il lavoro delle varie strutture, centri sociali ecc, ma semplicemente mettere nero su bianco una prima questione, quello del 15 ottobre non era un movimento spontaneo, nato lontano dalle organizzazioni della sinistra c.d antagonista, ma organizzato sin dall'origine della sua presunta costituzione.
Deve essere riconosciuto a tali organizzazioni, dai Cobas in poi il merito di aver aiutato la gente a venire in piazza.
Di aver contribuito alla realizzazione della più grande e partecipata giornata di mobilitazione europea.
I numeri erano gli stessi di Genova 2001.
Le persone probabilmente anche.
Io esprimo delle considerazioni , sulla base di quello che ho visto con i miei occhi a Roma, per le strade di Roma, nel lungo pomeriggio del 15 ottobre.

Breve cronaca:
Il corteo parte tranquillamente.
Tanta, tantissima partecipazione.
Tante bandiere, tanti colori, ma nello stesso tempo viva tensione, perchè si era consapevoli del fatto che qualcosa poteva accadere.
E dopo pochi minuti ecco i primi eventi.
Se così possiamo chiamarli.
Auto bruciate.
Operazione che potrebbe avere un duplice senso.
Rallentare il corteo per proseguire con l'azione, dura o attirare l'attenzione delle forze dell'ordine per liberare i settori da loro presidiati, i Palazzi di rappresentanza del Potere.
In ogni caso l'effetto era rischioso per l'incolumità dei manifestanti.
Rischiare di far subire le cariche della polizia a chi era sceso in Piazza con altre intenzioni e non dotato neanche di strumenti difensivi era una follia, come follia era l'idea di bruciare le auto accanto al passaggio del corteo, perchè il pericolo dell'esplosione era enorme.
Deve essere detto che ho visto i carabinieri a pochi metri dalle prime auto bruciate e non sono intervenuti, ed i vigili de fuoco sono intervenuti quando la prima auto attaccata, era già andata letteralmente in fumo...


I segnali quindi erano chiari.
Un corteo di incazzati che si era mescolato nel corteo degli indignati.
Ed in tal momento emerge la rottura, storica ed enorme.
Gli indignati, o meglio buona parte degli indignati, si dissociano dagli incazzati.
E partono le contestazioni, chi urla fuori, chi li chiama fascisti.
Si viene anche alle mani con alcuni manifestanti che hanno realizzato queste operazioni dette e chiamate delinquenziali.
La stampa li chiamerà teppisti, vandali, delinquenti ecc.
Loro urlavano di essere antifascisti.
Queste dinamiche si ripetono fino all'arrivo a San Giovanni.
Tra cassonetti bruciati, vetrine delle banche e delle agenzie di lavoro interinale rotte ed auto bruciate accade ciò che era già stato annunciato.
La parte del corteo chiamata pacifista entra a San Giovanni per la via non autorizzata, ma autorizzata in tal momento dalla polizia, la parte del corteo "dura" continua il tragitto per quella che era la via autorizzata ma che in tal momento è diventata non autorizzata.
Gli scontri sono duri e violenti.
I video che girano in rete sono chiari.
Io come tanti abbiamo vissuto l'effetto accerchiamento.
A San Giovanni eravamo accerchiati dalle forze dell'ordine.
Via di fuga inesistenti.
Chi cerca riparo sugli scalini della chiesa, chi dietro il tir dei Cobas.
Tra fumi, e botti incredibili, la piazza, dopo ore di resistenza, viene occupata dalle forze dell'ordine.
Il tir dei cobas viene, intenzionalmente, spintonato da un mezzo blindato delle forze dell'ordine, manifestanti inermi subiscono cariche indiscriminate da parte delle forze dell'ordine, un elicottero della polizia spara tre lacrimogeni dall'alto al centro della piazza, ma di tutto questo non si dirà nulla.
Come non si dirà nulla del fatto che molti manifestanti che hanno vissuto attivamente la guerriglia in San Giovanni non erano incappucciati. 
Non era il "mostro" black bloc.
Erano tanti e ripeto tanti, che anche in modo confuso, hanno sfogato la propria rabbia ed iniziato un diverso percorso di conflitto sociale.
E su questo elemento bisogna riflettere.
Perchè dire e sostenere che erano solo quattro delinquenti, è un grave errore.
Vorrebbe dire non comprendere cosa accade in Italia.
Vorrebbe dire che non si è capito che il tempo della tregua sociale è finito.
Punto.


Eppure io ho visto tutto con i miei occhi.
Da tale giornata si possono dedurre varie conclusioni.

Gli scontri di San Giovanni sono una diretta conseguenza della crisi in cui ci troviamo.
Questo è il punto nodale della questione che deve rimanere al centro dell'attenzione.
Ed il sistema deve attivarsi per debellare tali forme conflittuali.
E lo farà ed anche duramente.
Ma nello stesso tempo ciò che è emerso è una rottura storica, molto più consistente di Genova 2001.
Una rottura storica e sociale con determinate modalità di gestione della Piazza.
Una rottura storica che porterà alla resa dei conti con le varie anime laiche del movimento conflittuale ed antagonista.
L'entrata in Piazza San Giovanni è avvenuta alle condizioni dettate dall'anima ribelle al coordinamento del 15 ottobre. E' avvenuta in modo violento e non pacifico.
E tale atto segna una rottura storica. Infatti, le letture che vengono date è che quello è stato una vero attacco al movimento del 15 ottobre e non ai palazzi del potere che non sono stati sfiorati dalla guerriglia.
Quel giorno si dovevano tracciare i confini.
Ed i confini sono stati tracciati.
Una parte del corteo che ora chiamerò pacifico, ha provato a rimanere nella Piazza autorizzata , ma a causa sia degli scontri che delle cariche violente delle forze dell'Ordine ha dovuto battere in ritirata per le vie di Roma.
Si è abbandonata la Piazza dove doveva terminare il corteo.
Tale atto è storicamente importante ma anche deprimente.
Perchè è una sconfitta.
Quella piazza è rimasta, dopo la guerriglia, presidiata dalle forze dell'ordine, e non certo dagli accampamenti degli indignati, come era stato previsto all'origine.
Si è deciso, anche per ovvie ragioni di difesa personale, di abbandonare il luogo di quel conflitto, che la maggior parte del corteo non ha visto come proprio.
Non hanno condiviso quelle modalità di manifestazione dell'indignazione.
Non hanno condiviso quelle pratiche di lotta.
E la rottura è emersa.

Il 14 dicembre era diverso.
Era diverso perchè non pianificato e non organizzato.
Il 15 ottobre era stato annunciato, previsto e organizzato.




Altra questione che è emersa è  la c.d inadeguatezza delle forze dell'ordine.
Da giorni le forze dell'ordine lamentano i tagli e le carenze di risorse.
E guarda caso, il giorno prima della manifestazione, giungono notizie che proprio le forze dell'ordine subiranno dei pesanti tagli, oltre ovviamente quelli già realizzati in altri Ministeri.
Ed allora, ecco poche forze dell'Ordine a fronteggiare quella piazza.
Il risultato?
Lo avete visto.
Quindi, il comportamento delle Forze dell'Ordine, consistente in sostanza nel permettere certe azioni è paradossalmente voluto o quantomeno non si è fatto di tutto per evitarlo.
E visto quello che le varie forze di Polizia hanno fatto a Genova o in Val di Susa, stento, con gran fatica, a credere che non avevano i mezzi e le risorse per contrastare o prevenire determinate situazioni.
Hanno mandato in Piazza poliziotti sacrificabili per una causa più ampia.
Questa causa si chiama repressione preventiva.
Perchè?
Perchè non aspettavano altro.
E se ciò non accadeva per il conflitto come attuato da manifestanti incazzati, organizzati e non infiltrati, e se infiltrati vi erano, erano veramente pochi e non determinanti, certamente sarebbe accaduto per opera proprio degli infiltrati.
Di cosa parlo?
A giorni  noterete come si attueranno misure di repressione preventiva.
Arresti preventivi, privazioni delle libertà sia costituzionali che personali nel nome dell'Ordine Pubblico ed attacco mirato alla rete, internet.


Altra questione che è emersa, ma in linea con la rottura con determinate realtà conflittuali, che tutti conoscono e tutti sanno chi sono, sono le pratiche di denuncia poste in essere dagli indignati.
Io esprimo solo delle considerazioni generali ma anche personali, agli indignati, voglio chiedere, ma chi è oggi il vero delinquente?
Chi manifesta, anche in modo violento e duramente la propria incazzatura in Piazza, ?
O chi controlla questo sistema capitalistico? Chi uccide le persone sul lavoro? Chi uccide bambine, donne e uomini in fottute guerre per il petrolio? Chi sperpera danaro pubblico?
Si possono mettere entrambe le categorie sullo stesso piano?
Perchè il fine è lo stesso.
Nel momento in cui denuncio, a parer mio, chi ha attuato quelle forme di lotta, condivisibili o meno che siano, vuol dire che attuo pratiche certamente non di rottura con il sistema che si vuole o meglio si dice di voler contrastare.


Infine voglio anche dire che ancora una volta si tira in ballo la Val di Susa.
Dicono che chi ha causato gli scontri di Roma è certamente chi ha partecipato alle lotte in Val di Susa.
Che ha trovato protezione dietro lo spezzone della Val di Susa.
Che il 23 ottobre  in  Val di Susa si rischia una San Giovanni bis.
Questa è la reazione automatica verso una forma di conflitto senza compromesso.
Ed il conflitto della Valle è temuto perchè rischia di segnare un punto di non ritorno per il capitalismo.
Se la Valle riuscirà a bloccare la Tav, il capitalismo non sarà più credibile, lo Stato neanche.
Capitalismo talmente in crisi che anche Draghi dice che si devono ascoltare i giovani...
Ciò vuol dire che il grande capitale ha veramente paura di giungere alla sua fine.
Devono fingere la comprensione solo per salvare il loro stesso potere.
Gli scontri di Roma non sono stati causati da teppisti o delinquenti o infiltrati, ma semplicemente dal sistema.
E' stata una reazione, condivisibile o meno, alla crisi del sistema capitalistico, ancora in corso e che durerà anni.
Si possono condividere o meno certe pratiche, una cosa è certa, il 15 ottobre non sarà come il 14 dicembre.
Ho la sensazione che in Italia,come ad Atene è iniziata una nuova stagione.
E iniziato il conflitto duro.
E' finita la tregua sociale.
Qui siamo tutti e ripeto tutti, nella stessa situazione.
Siamo nella merda.
Riportiamo al centro dell'attenzione il vero problema.
Il capitalismo.
Il sistema.
Non facciamoci distrarre da eventi conseguenti alla crisi.
Perchè in tempo di crisi il sistema deve tutelarsi.
E per tutelarsi deve reprimere.
Ogni scusa è buona.
Sia essa determinata dalle violenze della Piazza, sia essa determinata da qualche altro evento indotto dal sistema stesso per salvare la propria essenza.
Il 15 ottobre è stata scritta una pagina sociale e conflittuale che non terminerà con le solite dinamiche viste e riviste, ma che continuerà fino alla resa dei conti finali.


Partigiani metropolitani.


Fumo e fiamme,

poesia senza rima, 

perché nessuna rima potrà mai

abbracciare

il senso della disperazione  e della reale indignazione.

Volan pietre, volan lacrime,

volan spinte,

volan manganellate.

Persone che corron mano nella mano

persone che fuggon mano nella mano,

persone che non comprendono,

persone che non si arrendono,

persone che navigheranno per le acque agitate

di una società figlia della sistemica falsità,

il cui unico fine, non poi molto sottile,

è solo quello di tutelar il proprio potere,

di lodar il dio danaro,

mentre scorre il sangue rosso amaro.

Parole non pronunciate,

parole non manifestate,

azioni indignate,

azioni violente,

violenza del sistema

violenza nel sistema,

quale violenza è più violenta?

Ciò che violenta la tua dignità di essere umano 

o la pietra gettata per urlar al mondo intero

il sistema che regna sovrano

il potere disumano?

Tangenziale della rivolta,

cammini per ore,

cammini con vivo rancore,

cammini con la consapevolezza

che il domani è scritto dalla tua mano

mano che ora regge il giornale del sistema

nella piazza del Quirinale,

mano che ora regge la fotografia dei palazzi del potere

blindati dalle forze dell'ordine

mentre nel campo di battaglia San Giovanni

regna il disordine

avverso

alla rassegnazione

avverso alla teatrale indignazione,

per invadere le vie della Capitale

con il grido della rivolta,

con l'urlo della rabbia

nata nella società sconvolta

che ogni forma di dissenso

ahimè,

ora ingabbia.

La tregua è finita.

Oggi è figlio del passato.

Oggi è figlio della rivolta.

Giusta o sbagliata che sia,

non sono io a determinar il fuoco della repressione,

ma è la repressione a determinar il fuoco della ribellione.



Marco Barone



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