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Cosa rimane a terra nell'area dell'ex Silos di Trieste dopo il passaggio dei migranti


Scarpe, pentole, resti di cibo, materassi, baracche improvvisate di cartone, migranti che osservano la stazione dei treni, e cenere. Queste sono alcune delle immagini che si possono vedere in un video dalla durata di quasi 9 minuti realizzato dal mio amico Gianni Peteani, presidente del Comitato permanente Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d'Italia Deportata Auschwitz 81672, alla quale a Trieste è stata da poco tempo intitolata una piccola ma importante area verde, verde di speranza per le nuove generazioni. Ma in quel collage di fotografie la speranza si perde. Una testimonianza emotivamente impattante per chi non sapeva che si aggiunge alle diverse inchieste come effettuate anche dal Piccolo di Trieste sulla tragedia umana che i migranti hanno dovuto subire anche nella culla della Mitteleuropa che non c'è più, anche se è viva nei cuori dei triestini. Certo, Trieste rispetto ad altre città, penso alla pagina nera della non accoglienza nella nostra regione, Gorizia, ha fatto tanto per i migranti, però quanto accaduto, seppur per non lungo tempo, ma è pur accaduto nell'area del non vedo, non sento e non parlo, non potrà essere dimenticato, rimosso. Il modello dell'accoglienza diffusa in FVG non è mai realmente decollato, i particolarismi, gli interessi di pochi hanno prevalso sulla dignità umana. Quella dignità umana che nell'area dell'Ex Silos è stata già violentata. Per non essere visti nei venti mesi di occupazione tedesca (1943/45) partirono da quel luogo i trasporti della morte diretti dall'Italia ai campi di sterminio nazisti. Chi giungeva dal Coroneo, chi dalla Risiera. Chi pensava di andare in Germania, e viaggiava anche con i vagoni aperti e neanche tentò la fuga, tanto era il convincimento di andare ad incontrare una esperienza di vita diversa rispetto alla follia di sterminio nazista che poi sarebbe venuta. Chi, invece, come ricorda la testimonianza Branka Maricic di Fiume “quando gli ebrei se ne andarono con il treno si accomiatarono da noi dicendoci: "beati voi che rimanete". Sapevano dove li stavano portando e che cosa li attendeva. E Gianni Peteani, nelle note di accompagnamento al video, caricato su You Tube: "INDIFFERENZA: cosa rimane a terra" evidenzia che con quel piccolo progetto vuole testimoniare "il transito dei migranti, il transito di quanti fuggono da guerre, da persecuzioni, da miseria e da fame. Il viaggio infinito dei tanti che non arriveranno mai, la diaspora di coloro che saranno bloccati, umiliati, depredati di ogni ultima dignità e infine respinti" Ricollegando il tutto a quel passato atroce che ha interessato la nostra città. 


Nell'area del non vedo, non sento, non parlo, tra l'ex Silos e Largo Santos, nel degrado più totale continuano da mesi le partite di giocatori di cricket. Tanti, tantissimi, divisi in più squadre. Chi battitore, chi lanciatore, chi fielder. E tra una mazza e la palla, che spesso finiva nei roventi cespugli o tra qualche copertone lì abbandonato, per diverse ore, quel luogo deserto, eppur collocato a pochi passi dal salotto buono di Trieste, ritorna sporadicamente in vita. Una vita di divertimento nel degrado che si è contrapposta a quanto accaduto all'interno di quella maestosa struttura destinata a divenire l'anello di congiunzione tra il porto vecchio ed il centro della città più stupefacente d'Italia, Trieste. Una distesa di gioventù, diverse nazionalità, che hanno deciso di riportar spontaneamente in vita, uno spazio che vive di dilemmi e silenzi. Silenzi diversi, eppur sempre silenzi. Non dovevano essere visti i deportati nei campi di sterminio nazisti che partivano da quel luogo, non dovevano essere visti i migranti "fuori convenzione" e privi di protezione alcuna, non dovevano essere visti i giocatori "stranieri" di cricket.



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