Il cartello che sbiadisce e la memoria che resiste grazie allo spomenik jugoslavo che ricorda le vittime del campo di concentramento di Gonars

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La Jugoslavia ha avuto un modo di ricordare le sue vittime, i suoi caduti, con dei monumenti straordinari, visionari, futuristici, ed uno di questi si trova nel cimitero di Gonars, il memoriale che ricorda gli internati e le vittime slovene e croate per mano fascista in quel campo di concentramento di Gonars di cui oggi non esiste più alcuna traccia, mentre quello di Visco sopravvive, grazie alle iniziative di pochi. All'entrata del cimitero di Gonars vi sono tre cartelli. Uno sloveno ed uno croato che ricordano i loro caduti, avrebbero potuto farne uno condiviso, invece, così non è, non è mica più la Jugoslavia. Su quello sloveno si leggerà "ossario degli sloveni internati e altre vittime della II guerra mondiale" su quello croato "ossario dei croati e degli altri internati e vittime della II guerra mondiale". Non hanno neanche scritto la stessa cosa.    A fianco ad essi, invece, vi è il pannello storico che ricorda cosa fu quel campo di concentramento, oltre 5...

La triste Trieste di Pasolini ove "finisce l'Italia ed anche l'estate"

Un viaggio che inizia dal confine italo-francese nella valle del Rio san Luigi per terminare lì ove“finisce l'Italia e l'estate” sull'ultima spiaggia italiana, al Lazzaretto alle porte della Jugoslavia. Ha toccato Pasolini diverse località, come Ostia ove verrà accolto “sotto un temporale blu come la morte”e come non pensare alla sua violenta e tragica fine, alla sua brutale uccisione avvenuta proprio ad Ostia, come Livorno che è la città d'Italia che “dopo Roma e Ferrara mi piacerebbe più vivere, a Fregene ove incontrerà Moravia, Fellini mentre girava una scena della dolce vita, alla Cutro dei “banditi” che gli varrà una infinità di polemiche e strumentalizzazioni politiche. Un viaggio effettuato nell'estate del 1959,un giro per le spiagge italiane, da“Ventimiglia a Trieste”per incarico della rivista Successo. Pensieri ed impressioni trattate, come ricorderà lo stesso Pasolini in una lettera inviata al Paese sera del 28 ottobre 1959 non in termini sociologici e nemmeno veramente letterari, ma realizzando “un piccolissimo stenografo Reisebilder "in cui non sono andato oltre la prima cute” che si potrà leggere nel libro la lunga strada di sabbia a cura di Philippe Secliér edizioni Contrasto come il resto del viaggio di Pasolini. Ma in realtà Pasolini è andato oltre la prima cute con sfumature e rappresentazioni dei luoghi che ben lasciano trapelare la percezione dello stato delle cose e la sua prospettiva, la prospettiva pasoliniana. A Trieste giungerà, a bordo della sua Millecento nel mese di agosto del 1959. Parlerà subito della periferia, che si “stende sulla strada d'Istria e di Pola”. E con il suo occhio anche cinico ha colto l'immutabilità della vita di Trieste, tra chi corre, tra l'affollamento della città e contestualmente l'insieme che diventa vuoto. "Si sta male", scriverà Pasolini. Un malessere che nasce dal suo andare contro, controcorrente, perché nessuno prende la strada di Pola. Un punto, immensamente chiaro, un punto, che con lo stile di Pasolini lascia ben intendere cosa voleva dire, scrivere e comunicare. Un sentimento dalle sottili sfumature politiche, rilevato il fatto che solo da pochi anni, cinque anni prima per l'esattezza, a Trieste era ritornata l'amministrazione italiana. Italia che non sarà più a Pola e neanche in Istria come conseguenza della storia, una conseguenza che Pasolini chiude con un punto che va oltre il formale punto. Per poi rappresentare la cornice industriale di Trieste, cantieri del porto, gli ultimi palazzoni, le tristi colline fumose, muri invalicabili, un formicolio desolato. Insomma una Trieste triste od una triste Trieste è quella che rimarrà impressa nella memoria del poeta. Sentimento di tristezza che pare accompagnarlo sino al Lazzaretto, quella che in modo molto efficace definirà come l'ultima spiaggia italiana. E poi lo sguardo sottile e fuggente oltre il confine. Scriverà che oltre il confine “non si vede più un'anima, il territorio jugoslavo pare disabitato”.Sentimenti ostili che lo condurranno a scrivere notando il sopraggiungere di un temporale da “due tristi gobbe di colline” che "non c'è ferragosto in Jugoslavia? Non c'è estate?". Per concludere, dopo aver descritto un siparietto di un gruppetto di persone, che “qui finisce l'Italia, finisce l'estate”. Come se in Jugoslavia non vi fosse sole e neanche estate, eppure le coste adriatiche jugoslave erano e sono dei posti meravigliosi, una meraviglia che Pasolini non ha voluto o potuto cogliere neanche a livello immaginario, sia perché il viaggio doveva terminare lì ove doveva finire l'estate, sia per altri motivi che vanno oltre le semplici e banali impressioni di viaggio, che si conciliano con le sue visioni come emerse nella pregressa opera quale “Il sogno di una cosa”,anche se pubblicata nel 1962. E quando in poche battute scrive che più nessun triestino percorreva la strada di Pola, ma l'unico a farlo, controcorrente, era lui, il poeta controverso e barbaramente ucciso nella notte tra il 1 e 2 novembre del 1975 sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia, sicuramente per chi ha vissuto questi luoghi,conosce la storia di questi luoghi, ciò non potrà lasciare indifferenti. Insomma anche un reportage scritto da Pasolini nel 1959 certamente è in grado ancora oggi di fare discutere.

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