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Quel “lapsus” della Beretta calibro 6.35



La strategia della tensione con le sue stragi e vittime è legata ad un solo disegno criminale,destabilizzare per stabilizzare, ed a un solo esecutore materiale
La bomba del 12 dicembre 1969, che esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, l'uccisione di Pinelli, l'uccisione del Commissario Calabresi nonché la strage di Bologna, possono essere in particolar modo legate da un filo sottile o dal lapsus del calibro 6.35 che ora cercherò di spiegare.
Come è noto la verità processuale che non sempre corrisponde alla verità storica ha voluto come responsabile dell'uccisione del Commissario Calabresi Lotta Continua colpendo in particolar modo Sofri, Bompressi, Pietrostefani ed il pentito.
Quel pentito che il 2 luglio del 1988, ex militante di "Lotta continua", si presentò ai Carabinieri di La Spezia, confessando di aver partecipato ad "un grave fatto di sangue a Milano nel 1972, di cui, appunto, si pente: l'omicidio del commissario Calabresi .
Il tutto accade ( coincidenza? O bilanciamento della “giustizia”? ) in prossimità della storica sentenza, dopo un processo durato otto anni, per la strage di Bologna che vedrà condannati all'ergastolo gli estremisti neri Valerio Fioravanti e la compagna Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sandro Picciafuoco. Condannati a 10 anni per calunnia anche Licio Gelli e Francesco Pazienza, assolti dall'imputazione di associazione sovversiva.
Dopo pochi giorni da quella sentenza il pentito firmerà i primi verbali grazie all'intervento di un alto ufficiale dell'antiterrorismo che segnerà l'inizio di un processo dalle mille contraddizioni,dai non so e non ricordo, dalle stratificazioni di memoria, dove uno dei principali testimoni, a titolo di esempio nei verbali di polizia dell’epoca indicava una Fiat 125 di colore “blu” targata MI/E16802 ma in dibattimento dichiarava di non aver mai rilevato alcun numero di targa, ma la circostanza, per il Tribunale, “non sarà importante”.
Già.
E questa sarà l'intera linea che caratterizzerà il processo per l'omicidio del Commissario Calabresi.
Un Processo ove emerse che il dott. CALABRESI “cadde sotto i colpi di una Smith and Wesson 38 special a canna lunga e che tali armi provenivano dalla rapina all’armeria in questione all’armeria “Marco Leone”. Ma il proiettile, reperto del delitto, risultava essere stato eliminato unitamente ad altri reperti con provvedimento del Presidente del Tribunale di Milano in data 15.2.89.
Si risalirà a quell'arma grazie anche al ruolo svolto dalla stampa, per esempio dalle notizie apparse sul “Corriere d’Informazione” del settembre e del novembre ‘72 si ricava una Smith & Wesson cal. 38 special a canna lunga, così si è sostenuto che tale fatto fosse notorio e tale fatto notorio è diventato anche atto di verità processuale. Certo che è singolare che dei “comunisti” possano uccidere un Commissario di Polizia per vendicare la morte di un compagno anarchico, o come risposta al processo per diffamazione tentanto contro il direttore di Lotta Continua. Le note vicende spagnole ben dovrebbero spiegare quali siano stati nel corso della storia i rapporti tra comunisti ed anarchici, ma la storia è una cosa, la realtà utile alla società è altra. Lotta Continua era un bersaglio facile, utile e ben preparato nel corso del tempo e certamente Lotta Continua poco ha fatto per prendere le distanze da quell'omicidio, ritenuto in sostanza “politicamente” inevitabile, ed i comunicati che sono seguiti dopo la morte di Pinelli, l'uccisione del compagno di Pisa Serantini e la morte di Calabresi ben si sono prestati alla trappola loro riservata.
Da poco tempo è emerso che Calabresi tre giorni prima della sua morte sia giunto a Trieste, dove con un questore, un deputato ed un conte, avrebbe effettuato un sopralluogo al Nasco 203, uno dei depositi di Gladio. Proprio plastico jugoslavo fu quello usato sia nella strage di piazza Fontana che in quella di piazza della Loggia a Brescia e sembra che fosse presente in quel noto deposito.
Quel giorno penso che si sia realizzato una sorta di o con noi o contro di noi. Tre giorni dopo, come testimoniato dalla moglie di Calabresi, il Commissario si cambiò la cravatta, indossandone una bianca, come “segno di purezza”. Chi avrebbe dovuto incontrare quel giorno? Cosa avrebbe voluto confessare?
E' fatto notorio che il Commissario fosse in possesso di una piccola pistola automatica, una Beretta 6,35. Repubblica riporta questa notizia: Un giorno, Gemma, che non la vede più lì, gli chiede: "Dov'è finita la pistola?". Gli rispose che l'aveva in ufficio. "Perché non la tieni indosso come i tuoi colleghi?", gli domandò. "No, non la porto perché non avranno mai il coraggio di spararmi guardandomi negli occhi. Se mai decidessero di spararmi lo faranno alle spalle. E allora, avere una pistola non mi servirebbe a niente"

E così è stato.
Ma l'Ansa nel maggio del 2012 dirà che il Commissario è stato ucciso non con la Smith & Wesson cal. 38 special a canna lunga, ma proprio con una Beretta 6.35, una pistola che a partire dal periodo immediatamente successivo alla fine della Grande Guerra, l’Italia acquistò e distribuì agli Alpini ed alla Guardia di Finanza, ma anche alla Guardia alla Frontiera, all’Aeronautica ed a molti altri corpi armati. Una Pistola “usata” dalle Forze dello Stato, che aveva in dotazione anche il Commissario Calabresi.
Ed infine la "famosa" pistola a canna lunga, poteva essere una Beretta con un silenziatore?
Si deve tenere conto che la Beretta è molto rumorosa come pistola, produce circa 140/150 deciBell a un metro di distanza., usando un silenziatore si scende a circa 50dB dunque ben udibile come rumore.
Però deve essere detto che la pallottola( meglio frammento di pallottola) estratta dal cadavere del dott. CALABRESI, in base alle risultanze della perizia tecnica, faceva parte di una cartuccia cal. 38 special allestita, con ogni probabilità, dalla società FIOCCHI di Lecco Infatti, dall’esame di una serie di pallottole calibro .38 special, aventi maggiore diffusione e caratteristiche strutturali similari a quelle del reperto, emergeva che solo quelle di produzione FIOCCHI presentavano caratteristiche raffrontabili con quelli della pallottola che aveva attinto il dott. CALABRESI. Tali caratteristiche erano costituite, oltre che dalla larghezza e dal posizionamento reciproco delle tre scanalature trasversali, dai particolari caratteri morfologici e dimensionali della zigrinatura che si osservava sul fondo delle due scanalature inferiori e che la stessa presentava impronte di rigatura riferibili ad un revolver dello stesso calibro, oppure del calibro 357 Magnum, costruito dalla casa americana SMITH & WESSON. Le indagini dei periti erano iniziate con alcuni accertamenti in ordine alla pallottola repertata, la quale veniva così descritta: “Trattasi di una pallottola di piombo nuda del calibro 38 Special deformata in corrispondenza dell’ogiva e di una vasta zona del corpo cilindrico.
Sempre in base ai periti, “la pallottola, che pesa gr. 10,1, è caratterizzata da una forma cilindro-ogivale piuttosto allungata, da una profonda concavità nel fondello 233 e da tre scanalature anulari che interessano il corpo cilindrico e che sono piazzate rispettivamente a 2,8-5,8 e 7,9 mm. Dallo spigolo che delimita il fondello. Le due scanalature più basse presentano sul fondello una zigrinatura consistente in una serie di rilievi paralleli orientati in senso assiale e a sezione triangolare. La scanalatura superiore, ossia quella più vicina all’ogiva, è priva di zigrinatura e consiste in un semplice solco a sezione triangolare. Nella cavità del fondello si è rilevata la presenza di numerose particelle incombuste di polvere trattenute sul fondo e sulle pareti di grasso per pallottole […]”.
Da ciò sembra emergere incompatibilità con la Beretta calibro 6,35, pur tenendo conto di tutte le anomalie emergenti all'interno del citato processo ma è il caso di riportare quanto segnalato nell'articolo dell'Unitàdi pagina 11 del 16 dicembre 1997: "Come si sa i proiettili dell’omicidio sono due. Di uno, quello penetrato nella testa di Calabresi, fu ritrovato un grande frammento,dell’altro “passante” all’inizio non si seppe nulla. Sul luogo del delitto furono ritrovati quattro proiettili che però si escluse avessero qualcosa a che fare con l’uccisione di Calabresi. Solo ad agosto venne “rinvenuto” un proiettile sul quale sono state eseguite tutte le prove balistiche. Della provenienza di quel proiettile non si sa nulla (non era accompagnato da nessun verbale e in processo medici e portantini dissero che non era stato visto sulla barella con cui Calabresi entrò in ospedale) e in più è stato distrutto durante il processo".
Adnkronos il 27 maggio del 1999 scriverà : “Il proiettile misterioso compare il 3 agosto del 1972. Venne recapitato, insieme ad altri oggetti relativi al caso, all'ufficio corpi di reato. Era un calibro 38 special accompagnato dall'indicazione 'repertato in ospedale'. Indicazione che pero', e' stato rilevato nell' istanza di revisione, non trova nessun riscontro in alcuna delle numerose e dettagliate testimonianze riguardanti i ritrovamenti dei proiettili, ne' ne fa cenno il rapporto della Questura del 10 giugno, giorno dell' omicidio, e questo per tutto il mese successivo.
Il verbale di consegna all'ufficio corpi del reato fa comunque riferimento ad un rapporto della Questura del 2 agosto che avrebbe dovuto contenere indicazioni sul rinvenimento del proiettile. Tale documento non figura, pero', negli atti processuali, ne' e' stato confermato durante il dibattimento davanti alla Corte D'Assise nel 1990, nel corso del quale vennero sentiti numerosi testi nel tentativo di accertare la provenienza del reperto”.

Ed allora viene da chiedersi, quello dell'Ansa è stato solo un grave errore od un lapsus? Od un messaggio da interpretare? In che chiave?

Commenti

  1. Se c'era mussolini queste merde di comunisti col cazzo che dopo decine di omicidi avessero insegnato nelle universita'.

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