Cent'anni dalla prima vittima dello squadrismo fascista a Ronchi, Erminio Rusig

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  Il 15 ottobre del 1926 saranno cent'anni della prima vittima del fascismo squadrista a Ronchi. Erminio Rusig un giovane ronchese poco più che ventenne. La sua storia è stata ricordata nel tempo dalla staffetta partigiana Elda Soranzio e dal partigiano e senatore Silvano Bacicchi e da Giacomo Mininel.  Siamo a Ronchi , è il 24 aprile del 1925. È sabato sera.  Erminio Rusig è lì con i suoi quattro compagni, vanno fino a San Pier, si divertono, e poi tornano a casa che è passata la mezzanotte. Si salutano al bivio della Pesa, ognuno per la sua strada. Erminio viene intercettato da una squadraccia . Lo fermano con le pistole e i manganelli. Lui prova a scappare, ma quelli sono in tanti, lo raggiungono e iniziano a picchiare duro. Lo atterrano a colpi di manganello e poi, quando è già a terra privo di sensi — che è una cosa di una vigliaccheria pazzesca — continuano a prenderlo a calci. E per finire, gli sparano pure: un colpo al basso ventre. Dopodiché, succede una cosa che...

Alla ricerca di Antonio



Dopo aver visitato le bocche del Timavo, in uno spazio di terra incredibile circondato da un piccolo gioiello quale la chiesa gotica di San Giovanni in Tuba, o dalla Grotta del Dio Mitra , recandoti verso il castello di Duino perdendoti con i pensieri nella malinconia del sentiero di Rilke, su quella strada che unisce ciò che in cuor mio è Ronchi dei Partigiani, ma formalmente conosciuta come Ronchi dei Legionari, e la piccola Vienna, Trieste, noterai un cartello stradale color marrone che indica un sito paleontologico.
Decidi di seguire l'indicazione.
Giungerai al Villaggio del Pescatore, piccolo borgo circondato dal mare ove la balneazione è vietata in buona parte della zona, alla ricerca del dinosauro adrosauroide insulare della Tetide conosciuto come Antonio.
Eh Antonio dove sei?
Segui una seconda e poi una terza indicazione ed eccoti giungere, carico di adrenalina, in un piazzale enorme.
Probabilmente quello che resta di una ex cava.
Ma ti chiederai, Antonio dove sei?
Dove andare?
Segui l'istinto.
Giungerai in qualche bivio, a destra vedrai un casolare abbandonato, a sinistra una stradina circondata dall'erba alta, davanti a tuoi occhi ancora uno splendido paesaggio ed una terza via.
Le percorri tutte, ma Antonio non si vede.
Poi ti sorge un dubbio, non è che mi sarà sfuggita qualche indicazione?
Allora decidi di tornar indietro, ed ecco la sorpresa.
Due indicazioni attaccate ad una rete  davano il benventuo al sito.
Sfuggite in quella frenesia mentre cercavi Antonio.
Probabilmente perchè poco visibili.
Segui il breve sentiero, una salita, un casolare e...
Il cancello è chiuso.
Chiuso.
Eppure i cartelli stradali indicavano il sito.
Ma è tutto chiuso.
Chiuso.
Però vedrai in lontananza il mitico Antonio.
Vedrai il suo scheletro completo al 98% quasi incollato su una pietra.
Vedrai il dinosauro con la sua lunghezza di quasi 4 metri e 130 cm di altezza riposare in quella valle dimenticata dalla sovrintendenza.
Già, perché ti ritorneranno in mente le parole lette sul Piccolo di Trieste, qualche settimana prima. Soliti problemi di burocrazia, soliti tempi, solito tutto, tranne l'insolita ma forse comprensibile guerra con la sovrintendenza, ma il sito è chiuso.
Un sito che dalla sua apertura avvenuta il 31 marzo 2011, fino al giorno 8/5/2012, ha avuto più di 8.000 visite.
Ma oggi è chiuso.
Ieri anche.
Domani probabilmente.
Certo, molte persone tenteranno l'avventura di andare a cercare e trovare Antonio.
Ma i turisti non credo la prenderanno bene la sorpresina, quando giungeranno, dopo aver sbagliato varie volte strada, presso il sito e lo troveranno, se lo troveranno, chiuso
Visto che si vive tanto di apparenza, forse sarebbe il caso di coprire temporaneamente i cartelli stradali che indicano il sito paleontologico e risparmiare a questa terra una brutta figura.
Perché vi assicuro, che non è certamente entusiasmante andare alla ricerca di Antonio, sperando di poterlo incontrare, e poi trovarti davanti  un cancello chiuso, senza alcuna spiegazione.
Se è questo il modo con cui incentiviamo il turismo e la cultura, che dire?
 

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