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Alcuni politicanti di Trieste farebbero bene a studiarsi la Carta di Roma. Non chiamateli clandestini



In Italia si è fomentato oltre ogni decenza per lungo tempo una campagna finalizzata a presentare il nostro Paese come soggetto ad una vera e propria invasione da parte dei migranti. Eppure i dati confermano che  da Gennaio a Giugno 2016  i migranti sono stati 84,052. Nel 2015, nello stesso periodo furono 84,026. Quindi, solo +0,03%. Un nulla. Un nulla che ha messo sotto pressione il sistema della non accoglienza, caratterizzato da parecchi deficit ed anche omissioni gravi. Sicuramente non si può parlare di quello sussistente in FVG di un modello esemplare. Il caso Gorizia docet in negativo. Ma anche Trieste ha avuto le sue pecche, con l'assurda vicenda dell'area dell'ex Silos che per settimane ha visto, per diverse ragioni, l'affermazione di una situazione di pseudo-tolleranza che ha rischiato, prima di ogni cosa, di minare l'incolumità di chi si recava in loco. Degrado, sporcizia, condizioni igienico sanitarie pessime. Poi arriva l'ordinanza nel mese del gennaio del 2016, qualche controllo, ma il problema, in misura ridotta, si ripropone. Certamente è non corretto chiamare in causa l'ICS o la Caritas di Trieste. Non si può pretendere che queste realtà possano esercitare attività da regime carcerario nei confronti dei migranti, come forse più di qualcuno vorrebbe. Così come non è certamente accettabile che, chiunque esso sia, a rischio della propria incolumità, possa trovare riparo in luoghi a rischio che tra le altre cose, come il Silos, hanno anche una storia e drammatica. Si deve intervenire tramite le vie del più complesso ed articolato mondo del sociale e non tramite le semplicistiche vie securitarie, che non hanno mai portato a nulla a lungo termine, anche perché spesso inefficaci.
Per non essere visti nei venti mesi di occupazione tedesca (1943/45) partirono da quel luogo i trasporti della morte diretti dall'Italia ai campi di sterminio nazisti. Chi giungeva dal Coroneo, chi dalla Risiera. Chi pensava di andare in Germania, e viaggiava anche con i vagoni aperti e neanche tentò la fuga, tanto era il convincimento di andare ad incontrare una esperienza di vita diversa rispetto alla follia di sterminio nazista che poi sarebbe venuta. 
Dal 2008  è in vigore in Italia la Carta di Roma , il codice deontologico su migranti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta, firmato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). E' vero che è destinata soprattutto al mondo dei media e dell'informazione, ma sarebbe buona cosa e giusta che anche gli amministratori locali, coloro che hanno responsabilità politiche, la leggessero e la studiassero.  In tale Carta si raccomanda “l’adozione di termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore ed al pubblico in generale la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri”. Si raccomanda di evitare l’utilizzo di termini stigmatizzanti (quali ad es. clandestino, zingaro,nomade, badante, vu cumprà ecc.). Per esempio alla voce clandestino si legge che  "questo termine, molto usato dai media italiani, ha un’accezione fortemente negativa. (...) Sono così definite “clandestine” persone che non sono riuscite ad ottenere il permesso di soggiorno (magari perché escluse da quote d’ingresso troppo basse) o a rinnovarlo, altre che sono entrate in Italia con un visto turistico poi scaduto, altre ancora - ed è il caso meno frequente - che hanno evitato sia il visto turistico sia le procedure (farraginose e poco praticabili per ammissione generale) previste per ottenere nei paesi d’origine il visto d’ingresso in Italia. Spesso sono considerati “clandestini” anche i profughi intenzionati a richiedere asilo o in attesa di una risposta alla loro richiesta, oppure ancora sfollati in fuga da guerre o disastri naturali. E’ possibile identificare ogni situazione con il termine più appropriato ed evitare SEMPRE di usare una definizione altamente stigmatizzante come “clandestino". 
Ora, sulla base di quale convincimento sociologico o giuridico si definiscono come clandestini le persone dell'area dell'ex Silos di Trieste? Cari politicanti che avete delle responsabilità rilevanti nell'amministrazione della città,  non chiamateli clandestini, perché non lo sono, perché, salvo che si abbiano prove diverse, cosa su cui esercito enormi dubbi, trattasi di profughi, richiedenti asilo, di persone in fuga da situazioni disperate, come giustamente rilevato dal Piccolo, e non di "irregolari", chiamati in modo inappropriato generalmente come clandestini, che violano le disposizioni legislative sussistenti in materia. 

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