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Il mio Carso di Slataper e gli insulti allo sloveno

“Il Mio Carso” opera parzialmente autobiografica di Scipio Slataper, ed esaltata a Trieste, è profondamente patriottica, nazionalistica. Opera dove emergeranno con vigore le lotte per l'italianità di Trieste, nella Trieste appartenente ancora per poco all'Impero Austro-Ungarico. Il protagonista pregherà per la sua bella Italia, “che aveva una grande corazzata, la più forte del mondo, che si chiamava Duilio. La nostra patria era di là, oltre il mare. Invece qui, mamma chiudeva le persiane alla vigilia della festa dell'imperatore, perché noi non s'illuminava le finestre e si temeva qualche sassata. Ma l'Italia vincerà e ci verrà a liberare. L'Italia è fortissima. Voi non sapete cos'era per me la parola "bersagliere".” 

Una Trieste dove si accennerà alla Giovine Trieste, ai canti per la Lega Nazionale, alle lotte per l'Università italiana, in una città che viveva del suo porto, del suo commercio, ricco e fondamentale che “si sveglia piena di moto e colori” e “benedetta d'averci fatto vivere senza pace né gloria”. Una Trieste che per andare ad ascoltare una scrittrice nota in quel tempo, quale Paola Baronchelli Grosson, nota come Donna Paola, o per entrare nella Borsa senza bora, ovvero per tutelarsi dalla bora, ha avviato una imponente opera di rimboschimento del Carso, minandone la sua essenza. Protagonista che omaggerà più volte le rose “e io pungendomi colgo e empio di rose la mia via”, lodando il suo Carso “duro e buono” per arrivare a dei pesantissimi insulti e pregiudizi contro lo sloveno, che poi erano quelli tipici di alcuni scrittori di quel tempo, penso a D'Annunzio, ad esempio contro i croati, i cui principi nefasti, saranno determinanti per l'affermazione del fascismo del confine orientale.
Le interpretazioni prevalenti date su tali insulti, finalizzati a “giustificarli” per salvaguardare l'integrità dell'opera, è che si tratterebbe di una provocazione. Insulti, e gravi offese, usati provocatoriamente per determinare una sorta di reazione nello sloveno il cui comportamento, in via ovviamente pregiudiziale, viene reputato a dir poco come remissivo. Questo il passaggio dell'opera che parzialmente trascrivo oggetto della questione di cui ora si discute: “Mongolo, dagli zigomi duri e gonfi come sassi coperti appena dalla terra, cane dagli occhi cilestrini. Che mi guardi? Tu stai istupidito, mentre ti rubano gli aridi pascoli, i paurosi della tua bora. Barbara è la tua anima, ma sol che la città ti compri cinque soldi di latte te la rende soffice, come le tue ginepraie se tu vi cavi un palmo di macigno. Fermo nel bosco, intontito, aspetti che si compia il tuo destino. Che fai, cane! O diventa carogna putrida a impinguare il tuo carso infecondo. Calcare che si sfà e si scrosta e frana, tu sei, terriccio futuro. Di', sloveno! quanti narcisi produrrai tu questa primavera per le dame del Caffè Specchi? S'ciavo, vuoi venire con me? Io ti faccio padrone delle grandi campagne sul mare. Lontana è la nostra pianura, ma il mare è ricco e bello. E tu devi esserne il padrone. Perché tu sei slavo, figliolo della nuova razza. Sei venuto nelle terre che nessuno poteva abitare, e le hai coltivate. Hai tolto di mano la rete al pescatore veneziano, e ti sei fatto marinaio, tu figliolo della terra. Tu sei costante e parco. Sei forte e paziente. Per lunghi lunghi anni ti sputarono in viso la tua schiavitú; ma anche la tua ora è venuta. È tempo che tu sia padrone. Perché tu sei slavo, figliolo della grande razza futura. Tu sei fratello del contadino russo che presto verrà nelle città sfinite a predicare il nuovo vangelo di Cristo; e sei fratello dell'aiduco montenegrino che liberò la patria dagli osmani; e tua è la forza che armò le galere di Venezia, e la grande, la prosperosa, la ricca Boemia è tua. Fratello di Marko Kraglievich tu sei, sloveno bifolco. Molti secoli giacque Marko nella sua tomba sul colle, e molti di noi lo credettero morto, per sempre morto. Ma la sua spada è risbalzata ora fuor dal mare e Marko è risorto. Trieste deve esserti la nuova Venezia. Brucia i boschi e vieni con me. Lo sloveno mi guarda seccato. "Brucia i boschi che gli italiani, gente sfatta di venti secoli, portarono qui per potere andare a sentire la conferenza di Donna Paola e entrar nella Borsa senza bora!" Lo sloveno mi dà un'occhiata sghignante, taglia un ramo, estrae di tasca vecchi fiammiferi che ardon con lenta fiamma violetta, e accende paziente il foco. Io l'aizzo, ma egli fa un passatempo di pastore; io l'aizzo come se fossi slavo di sangue. O Italia no, no! Quando il boschetto cominciò ad ardere, io m'impaurii e volli correre per soccorso. Ma egli mi disse: "Xe lontan i pompieri"; sorrise lentamente, raccolse la frusta, e andò spingendo le quattro vacche. Io mi sdraiai, sfinito. "Cosí calava Alboino!" Povero sangue italiano, sangue di gatto addomesticato.” 

Erano necessarie queste accuse, nella prima parte di questo testo, razziste, cariche di odio e pregiudizialità, per spronare lo sloveno? O quelle accuse razziste, quell'odio, quel pregiudizio rappresentavano un sentimento ben diffuso in chi lottava per l'italianità di Trieste? Razzismo, odio e pregiudizio che sarà proprio tipico del fascismo del confine orientale nei confronti degli sloveni, dei croati e non solo? E se questi "espedienti" letterari e "provocazioni" venivano usate in un caso inverso, ovvero con un protagonista che esaltava l'irredentismo sloveno, che usava le medesime formule contro l'italiano? Cosa sarebbe accaduto?

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