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L'appassionante discorso di Josip Vilfan dalla Venezia Giulia invenzione storica,al fascismo

E' stato il primo intervento dl Vilfan alla Camera del Regno d'Italia,candidato con il partito nazionale jugoslavo, nella circoscrizione elettorale di Gorizia, insieme a Scek, Podgornik e Lavrencic. Ben quattro seggi conquistati su cinque a disposizione.  Così debutta Vilfan il 21 giugno del 1921:“I deputati slavi hanno ed affermano il diritto di servirsi della propria lingua nell'esercizio delle loro funzioni, specialmente anche quando parlano alla Camera. Questo diritto sussiste senza che vi sia bisogno di espresso riconoscimento, perché è condizione e conseguenza della libertà più elementare per i deputati e per gli elettori, e perché l'uso di questo diritto è la manifestazione più diretta e legittima della loro coscienza e dignità nazionale. Questo diritto sussiste anche perché, se è riconosciuto espressamente nell'articolo 62 dello Statuto per la lingua francese a favore dei deputati e senatori che appartengono ai paesi ove questa è in uso, deve intendersi sussistente, per analogia ineluttabile, anche nei riguardi della lingua slava e dei rappresentanti dei paesi in cui questa lingua si parla e che furono annessi al Regno appena dopo la promulgazione dello statuto. I deputati slavi pertanto confidano che questo loro diritto verrà espressamente riconosciuto e in tale attesa, con la riserva però di ricorrere, senza riguardo a usi tanto in qualunque momento, quanto ciò loro parrà opportuno, all'uso della propria lingua, ci limiteremo per ora a tradurre il nostro pensiero in lingua italiana ».

Onorevoli colleghi ! Debbo confessare che sono titubante nel prendere per la prima volta, come rappresentante delle popolazioni slave ora annesse al Regno, in questa assemblea, la parola. Per noi lo Stato non è il supremo ente, per noi il supremo ente è il popolo, è la Nazione, ripeto, nel senso etnico, storico. Su questo punto siamo d'accordo. Mi preme di accentuare che in questo senso soltanto siamo nazionalisti, non nazionalisti come mi pare siano quelli che in quest'Aula si fregiano di questo nome. Quel nazionalismo che io ripudio di tutto cuore, non è nazionalismo, non è amore del proprio popolo» ma è imperialismo, è odio, non è amore. (Commenti). Con quel nazionalismo noi non abbiamo niente di comune, ed insisto su questo punto, giacché so che specialmente i nostri compaesani di nazionalità italiana nelle regioni ora annesse ci vorranno sempre e sempre rimproverare un nazionalismo imperialista. Lo nego e lo contesto espressamente, per me, per i miei colleghi, per tutta la nostra popolazione (Commenti). Noi quindi, se anche ci sentiamo in contrasto con lo Stato italiano, in quanto ci ha annessi contro la nostra volontà e contro le nostre aspirazioni, non ci sentiamo in contrasto con quel popolo italiano (Approvazioni a sinistra) che, io lo posso qui affermare con sicura coscienza, e prego ne sia preso atto, gli sloveni e i croati ora annessi all'Italia, non odiano. Essi non odiano il popolo italiano. Saluto questa prima occasione nella quale un rappresentante delle popolazioni slave non ha più da parlare con commissari, con carabinieri, magari anche con ministri o capi d'ufficio, ma parla finalmente con i figli eletti dal popolo italiano. (Approvazioni). Sono sicuro che, parlando direttamente,, apertamente, sinceramente, se non ci potremo amare, ci rispetteremo. (Interruzioni a destra). Perciò mi si consenta di dirvi in poche parole, prima di tutto, quale è la situazione nella quale ci ha trovati il saluto della Corona, situazione che ci deve dettare ben altre parole di quelle che sono proposte nell'indirizzo di risposta al discorso della Corona. Dobbiamo prima di tutto mettere in chiaro alcune circostanze di fatto. Il territorio annesso, denominato ora la regione Venezia Giulia... Ora si chiama ufficialmente Venezia Giulia, ma questo non è un nome storico. (Interruzioni all' estrema destra — Rumori). Reagirò volentieri nell'interesse della sincerità, nell'interesse della discussione, ad ogni interruzione che sia ragionata. La regione, dunque, che per far piacere al collega chiamerò col nome di VeneziaGiulia, ma che fino al 1854, quando Graziadio Ascoli ha inventato questo nome, non si chiamava così... Voci all'estrema destra. Sempre ! Sempre ! Da Giulio Cesare ! (Vivi rumori) ...in questa regione così nominata la maggioranza della popolazione, tanto per numero come anche per estensione del territorio occupato nel senso nazionale, è slava. Questo, alla fine, l'hanno dimostrato anche le elezioni, ad onta che queste elezioni siano state fatte a danno dell'Italia, perché io credo che sarebbe stato molto più vantaggioso per l'Italia (non parlo di noi, ma dell'Italia intera) che il nostro ingresso nella vita costituzionale italiana non fosse stato funestato da simili elezioni, che non furono elezioni politiche, ma un orrore, una turpitudine, una vergogna ! (Vive proteste •—: Rumori a destra e al centro — Approvazioni all'estrema sinistra) un qualche cosa d'infame ! (Vivaci invettive dall'estrema destra — Proteste — Vivi rumori). Il nostro numero, seppure ridotto....Se è vero che in quella regione la maggioranza è slava... Voci a destra. Non è vero ! (Commenti). PRESIDENTE. Tacciano! Parleranno a loro turno !
...quella regione doveva appartenere allo stato nazionale slavo e non allo stato nazionale italiano. Si sono portate in campo ragioni geografiche e strategiche, che in omaggio al principio fondamentale di nazionalità, non possiamo riconoscere come sufficienti. Cercherò di essere breve per riassumere il nostro pensiero e mi si permetterà di leggere una dichiarazione. La Sovranità del Regno d'Italia è stata estesa alle terre della sponda settentrionale dell'Adriatico, in via di diritto, soltanto per effetto del trattato di Rapallo del 12 dicembre 1920 e della successiva annessione entrata in vigore il 5 gennaio 1921. Ciò è avvenuto senza il libero e regolare consenso, contrariamente al carattere nazionale della popolazione, che fra sbocchi e i nuovi confini per la più gran parte non è italiana ma slava. È rimasta vana la speranza che il Regno d'Italia, fondato sull'unità nazionale e sorto da plebisciti, avrebbe rispettato anche in questo caso il principio di nazionalità e il diritto dei popoli a decidere da sè delle loro sorti. La protesta, non maggiormente giustificata perché non lo potrebbe essere di più, ma resa più aspra dall'iniquo trattamento contrario a solenni promesse, se anche non a garanzie formali, che queste - è vero - furono espressamente rifiutate, non potrà essere fatta mai tacere nei cuori degli slavi ora soggetti all'Italia. I deputati slavi hanno il dovere di dare qui, all'inizio della loro attività espressione a tale protesta, e fanno perciò, per il presente e per tutto l'avvenire, analoga formale solenne riserva, a nome degli slavi delle nuove provincie, cittadini d'Italia, ossequiosi alle leggi, sì, ma fedeli ai propri ideali. Siamo entrati nella famiglia italiana ed ogni uomo di buon volere, a prescindere dal sentimento nazionale, avrebbe dovuto desiderare che questo ingresso avvenisse in altre circostanze, in altro modo. Nel modo come sono avvenute le cose dal primo giorno dell'occupazione, dopo le promesse fatte anche su manifesti pubblici, quella volta stampati ancora anche in slavo, si è avuto invece un regime di oppressione, si è avuto un regime che era crudo, crudele, in triste contrasto con quella che la nostra gente si aspettava dall'esercito e dal popolo italiano venuto in paese come liberatore. La nostra vita nazionale si è cominciata a sopprimere da bel principio. Viene vietato l'uso della nostra lingua, che è stata bandita dagli uffici. L'attività delle nostre associazioni viene ostacolata in tutti i modi ; perfino associazioni così innocue come le nostre società corali sono state sciolte, o almeno è stata impedita la loro attività. Ogni manifestazione del sentimento nazionale, non jugoslavo nel senso politico, ma in quello etnico, viene considerata come manifestazione diretta contro l'Italia. Se voi vedete già in ciò che gli slavi vivono slavamente, un'ostilità contro l'Italia, allora vedete che i nostri lagni sono giustificati. Sarà meglio, viste le vostre disposizioni, rinviare l'esposizione dei nostri lagni ad altra occasione. Vedo che invece di parlare apertamente, sinceramente come mi proponevo, ci dovremo abituare a comunicare le nostre lagnanze a piccole dosi. Per oggi mi limito a dire che se abbiamo sentito delle belle parole, noi aspettiamo i fatti e attendiamo che avvenga quello che ha detto l'onorevole De Nicola, che si dimostrerà la cura più gelosa e il più profondo rispetto per quanto attiene alla nostra coscienza nazionale. I deputati slavi hanno l'onore di fare a nome delle popolazioni slave e in nome proprio la seguente ulteriore dichiarazione : « Gli slavi divenuti ora cittadini italiani, sono perfettamente consci della loro situazione. Sanno che a lato dell'unità naturale di stirpe, lingua, sentimento, coltura, tradizioni, che li congiunge col popolo degli sloveni, croati e serbi, denominati collettivamente slavi meridionali o iugoslavi, ora li unisce alla nazione italiana il potente vincolo dell'unità statale. I nuovi cittadini italiani di nazionalità slava sono risoluti e pronti a trarre dalla situazione così determinata tutte le conseguenze. Sì come hanno il diritto di chiedere la cura, più gelosa e il più profondo rispetto per quanto attiene alla loro coscienza nazionale, così assumono anche tutti gli obblighi, non solo quelli imposti dalle leggi, ma pure quelli derivanti dal solo fatto della convivenza statale, collaborando nei limiti delle proprie forze e della loro posizione particolare per il conseguimento dei comuni ideali di umanità, di coltura, di progresso morale e materiale. Tali essendo gli intendimenti e le disposizioni dei loro connazionali, i deputati slavi hanno segnata chiara dinanzi a sè la via da seguire sia nelle questioni generali che, in prima linea, nella tutela e nel promovimento degli interessi speciali loro affidati. Essi cercheranno, concorrendo ai lavori della Camera con la propria opera sincera e leale, per quanto modesta, di rendersi degni non solo della fiducia degli elettori, ma anche dei sentimenti di collegalità che sperano qui di incontrare, contraccambiandoli di tutto cuore ». 





Il suo intervento del 23 giugno del 1921, viene presentato come “fatto personale”, ma in verità sarà molto di più di un semplice fatto personale.
Così debutta Vilfan, in tale seduta, che subirà, come è noto, diverse persecuzioni da parte del fascismo: “Debbo premettere che l'onorevole Giunta, tenendo il suo primo discorso elettorale nel Politeama Rossetti a Trieste, in un comizio presieduto dall'onorevole Valerio, ha detto che non c'era bisogno per lui di esporre il suo programma elettorale, perché quel suo programma elettorale era noto a tutta Trieste; e il primo punto di quel programma era l'incendio dell'Hotel Balkan o, come noi lo chiamavamo, del Narodni dom, della casa nazionale slava a Trieste, Questo era il suo primo punto di programma, onorevole Giunta. Se giustamente interpreto questa sua dichiarazione, mettendola in relazione con fatti indiscutibili, debbo ritenere lei, almeno, come l'ispiratore morale di quel fatto. Si dice, perchè quel giorno non ero a Trieste, che Ella sulla piazza dell'Unità ha tenuto quel discorso, che ha poi trascinato la folla a portarsi dinanzi all'Hòtel Balkan e ad assalirlo. Se questo è vero, devo confessare che forse non dovrei parlare, perché in quella casa c'era la mia abitazione e in quella abitazione erano nati i miei bambini. A quella abitazione si connettono per me i miei più cari ricordi”.
Ed ancora: “ È questo parlare italianamente? Quello che vale per voi, quello che pretendete voi per la vostra nazione, e che deriva sopratutto dall'amore per il proprio popolo, per la propria lingua, è un diritto che abbiamo anche noi, e voi ci umiliate, voi ci offendete, ma offendete soprattutto quell'ideale che voi credete di servire, se voi pretendete che da noi si faccia altrimenti di come volete fare voi stessi. Credo d'aver detto del fascismo quello che dovevo dire. (...) non siamo irredentisti ! Abbiamo precisato: noi non siamo irredentisti, perché irredentismo vuol dire una tendenza ed una azione. Ma se voi volete qualificare la nostra situazione di fatto, dovete convenire che noi siamo irredenti. Non irredentisti, ma irredenti; e questo dovremo e potremo dir sempre liberamente E appunto quella nazione che sa di basarsi sopra la propria unità etnica e di lingua, deve sapere che noi siamo irredenti, e lo deve riconoscere, come del resto confessano i suoi stessi atti diplomatici quando parlano di necessità strategica, geografica e così via, riconoscendo quindi di aver dovuto offendere l'unità nazionale per altri criteri che potremo riconoscere anche di grande valore, ma che per noi ad ogni modo sono subordinati a quello della unità nazionale Ho dovuto improvvisare. Voi venite qui colle vostre carte preparate, (Rumori — Commenti) e ci offendete con parole meditate. Questo non l'ho voluto qui rinfacciare tanto all'onorevole Giunta come all'oratore che che ci ha attaccati ieri. I tempi di quella politica istriana in cui i nostri compaesani italiani ci accusavano di brigantaggio e di barbarie e ci chiamavano orde, turbe, e con simili altri termini della politica italiana dell'Istria, quei tempi credo siano passati. Debbono essere passati ! Questa Camera, io me ne rallegro, lo spero e me ne rallegro, è ben diversa dall'ambiente di quelle piccole Diete di Parenzo e simili. Non portate qui quei pettegolezzi. (Commenti — Rumori). Credo che la nostra popolazione dell'Istria sia su per giù tale quale quella di altre parti del mondo, e se è lecito fare un confronto, l'Istria si può confrontar e col meridionale d'Italia. Anche nell'Istria unico fattore di coltura a suo tempo, e pare che si voglia continuare, era l'agente delle imposte e il gendarme, o come si dice ora, il carabiniere. Potete immaginare a che cosa si può ridurre una regione amministrata in quel modo (Commenti). II termine « agente dell'imposte e carabiniere » lo ho trovato in uno splendido libro del nostro collega Nitti sul bilancio. {Commenti). L'Istria ha una aggravante di fronte al Mezzogiorno d'Italia. L'aggravante che il contrasto sociale si è in certo qual modo identificato col contrasto nazionale. Gli abitanti della città, i negozianti, i mercanti, gli usurai, gli sfruttatori che stanno nei centri erano italiani: la campagna era slava (Rumori vivissimi — Proteste all'estrema destra).


fonte:archivio storico della Camera 

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Marco Barone