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Gorizia e provincia e le mine atomiche,tempi maturi per una Commissione d'Inchiesta

Fortezza FVG è un libro curato da Legambiente, a cura di Moreno Baccichet, Edicom edizioni, che raccoglie diversi interventi, analisi ed approfondimenti su quello che è accaduto in FVG subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, ovvero come la regione sia divenuta una vera fortezza, da qui il titolo del libro, passando dai rapporti problematici con la militarizzazione della regione,cosa che venne anche denunciata da Bacicchi più volte, per attraversare un mutamento di rapporti dopo il tremendo terremoto che ha visto i militari adoperarsi per aiutare la popolazione civile sino a  giungere al problema ancora oggi sussistente delle dismissioni ecc. 
Ma uno dei punti che certamente farà discutere, in questo libro, è quello relativo ad una pagina poco conosciuta, che ha sollevato nel corso del tempo anche alcune interrogazioni, come quella del PRC alla Regione nel 2001, quale quella delle mine atomiche nella così detta soglia di Gorizia. Si legge che “nei giochi di guerra degli strateghi della Nato e delle Forza armate italiane, la provincia goriziana poteva essere tranquillamente sacrificata” facendo terra bruciata “distribuendo lungo la linea debole una serie di mine nucleari capaci di fare piazza pulita di gran parte della regione orientale del FVG”.
Una denuncia certamente a dir poco sconvolgente, che riaccende l'attenzione su una questione caduta nel dimenticatoio.
E si riportano anche documenti e dibattiti parlamentari nonché alcuni articoli che già denunciavano questo rischio immenso e folle ed ingiustificato per Gorizia e provincia. Eppure si leggerà che “il ricorso alle mine atomiche da armare in prospettiva di un imminente attacco militare era ben visto da un ampio settore del parlamento nazionale tanto da chiedere che anche il nostro esercito fosse dotato di ordigni propri” E nel libro si denuncia che non casualmente all'inizio degli anni '70 era ben chiaro alle popolazioni locali che sul Carso si stavano costruendo bunker e gallerie che assomigliavano a quelle presidiate dalla fanteria d'arresto, opere finanziate dalla NATO che lasciavano trapelare finalità diverse da quelle di una difesa convenzionale". 
Nel 1972 al Senato Bacicchi propose una interrogazione proprio su tale questione ed il sottosegretario di Stato per gli affari esteri affermava che: « Il Gruppo pianificazione nucleare della NATO di cui l'Italia fa parte, nel condurre studi intesi a considerare la possibile utilizzazione di mine nucleari per la protezione dell'area dell'Alleanza, ha definito alcuni princìpi direttivi che dovrebbero essere seguiti nel caso che dovesse pervenirsi all'impiego tattico iniziale di detti mezzi. « Al riguardo è da chiarire che trattasi di armi che avrebbero il solo scopo di creare ostacoli sulla via di un ipotetico invasore e che, comunque, il ricorso ad esse sarebbe sempre subordinato all'autorizzazione della autorità politica nazionale”. Bacicchi ricorderà che “È evidente che non vi è giustificazione plausibile per la posa di mine atomiche sul Carso alla frontiera jugoslava, se si vuole perseguire una politica di distensione, una politica di pace in Europa. Non vi è giustificazione plausibile per una misura di questo genere, in quanto tale misura si colloca, evidentemente, in una prospettiva opposta”. 
Ritornando al libro, ove si citano alcuni atti parlamentari, si legge che “alla fine degli anni '80 alcuni settori dell'esercito italiano “continuano a sostenere l'utilità del mantenimento in servizio di alcune di quelle armi, per l'uso possibile al fine di bloccare passi di montagna”. Mentre nel 1983 il deputato Cicciomessere denunciava il fatto che “anziché rendersi conto che la strategia della linea atomica era sbagliata si stava programmando una sostituzione delle testate con ordigni più moderni”. E solo nel 1988 il ministro della difesa Zanone dichiarerà “chiusa la vicenda delle mine precisando che l'eliminazione delle mine atomiche è stata effettuata”. 
Insomma il FVG è stato deposito di armi nucleari? Pare proprio di sì. E dunque dovevano essere usate all'interno del FVG, per  "colpire" la soglia di Gorizia ed il goriziano in caso di una invasione(?) Jugoslava o dall'est. Certo che se era questo il modo in cui si voleva difendere "l'italianità" di Gorizia e provincia che dire? e poi non dimentichiamoci che con le due bombe atomiche i nostri grandi alleati hanno cagionato oltre 200 mila vittime civili e mai sono stati puniti per ciò. 
Il capitolo del libro dedicato alla questione mine atomiche non può passare inosservato e certamente è necessario, oggi, visto che i tempi sono maturi attivarsi per la formalizzazione di una Commissione Parlamentare d'inchiesta sul caso della soglia di Gorizia e mine atomiche.
Quante erano le mine atomiche od armi atomiche depositate in FVG? Dove sono state depositate? Sono mai state collocate nei punti “sensibili”? Sono mai state fatte esercitazioni in tal senso nella nostra regione, e dove? L'Italia, tramite anche le sue componenti militari,che ruolo ha avuto in tutto ciò? E' stata realmente compiacente? Era disposta a “sacrificare” Gorizia e provincia in quel modo, con armi nucleari, anche se dall'effetto limitato, ma sempre devastanti? Quali erano i piani dettagliati nel caso di utilizzo di queste mine? Quali gli effetti previsti? Quale la quantità di materiale radioattivo che poteva essere liberato in prossimità del punto di esplosione? 
Si attendono risposte istituzionali 

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