Il cartello che sbiadisce e la memoria che resiste grazie allo spomenik jugoslavo che ricorda le vittime del campo di concentramento di Gonars

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La Jugoslavia ha avuto un modo di ricordare le sue vittime, i suoi caduti, con dei monumenti straordinari, visionari, futuristici, ed uno di questi si trova nel cimitero di Gonars, il memoriale che ricorda gli internati e le vittime slovene e croate per mano fascista in quel campo di concentramento di Gonars di cui oggi non esiste più alcuna traccia, mentre quello di Visco sopravvive, grazie alle iniziative di pochi. All'entrata del cimitero di Gonars vi sono tre cartelli. Uno sloveno ed uno croato che ricordano i loro caduti, avrebbero potuto farne uno condiviso, invece, così non è, non è mica più la Jugoslavia. Su quello sloveno si leggerà "ossario degli sloveni internati e altre vittime della II guerra mondiale" su quello croato "ossario dei croati e degli altri internati e vittime della II guerra mondiale". Non hanno neanche scritto la stessa cosa.    A fianco ad essi, invece, vi è il pannello storico che ricorda cosa fu quel campo di concentramento, oltre 5...

Bologna, un regolamento fuorviante e gli scontri con la Polizia


Quello che è accaduto a Bologna il 27 maggio riporta indietro con la mente alla fuga della Polizia di settembre 1994 a Milano.
Si urla assemblea, centinaia di studenti vogliono l'assemblea in Piazza Verdi, da anni simbolo di restrizioni, conflitti e conquiste.
Ma qualcosa è mutato.
Non si subisce più la solita carica, questa volta si reagisce e si spinge e respinge.
Un cordone compatto che dopo qualche attimo di silenzio e con una determinazione che in Italia non siamo più abituati a vedere, reagisce e si respingono le forze dell'Ordine ai margini di Piazza Verdi.
E' stata probabilmente sottovalutata la determinazione di chi manifestava, certamente non mancheranno le reazioni da parte dello Stato.
Qualche giorno prima le forze dell'Ordine hanno cercato di portar via le casse e gli altoparlanti dei manifestanti sempre nella zona universitaria, anche in quella occasione cariche e scontri.
Il CUA chiama per il 27 maggio l'assemblea pubblica in risposta a quell'azione.
Un regolamento comunale vieterebbe l'utilizzo di strumenti di amplificazione in quella zona.
E qui nasce il problema.
Chi ha realmente provocato le tensioni?
Quando si governa una città, come Bologna poi, quando si attuano decisioni che andranno ad incidere sulla vita di chi ogni giorno vive certi spazi, democrazia vorrebbe la realizzazione di un processo di consultazione vincolante e partecipato.
Ma così non è stato.
Piazza Verdi è il cuore pulsante dell'Università di Bologna. L'equilibrio tra le necessità di chi vive in quella zona e chi frequenta quotidianamente quell'area può essere trovato, nel reciproco rispetto.
Ma quando un regolamento comunale colpisce volutamente o meno anche il modo in cui si è esercitato il diritto di assemblea per anni vuol dire che qualcosa si è rotto.
Il silenzio imposto del megafono, il silenzio delle casse, non è passato inosservato.
E poi mi domando per quale motivo devono essere chiamate le forze dell'Ordine dell'Ordine ad imporre il rispetto di regolamenti comunali?
Violenza repressiva chiama violenza difensiva.
Non puntate il dito su chi ha reagito, puntatelo su chi ha provocato queste reazioni










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