Il "frullato storico" e le piazze forni: il caso di Monfalcone

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  Pensateci bene. Quando noi oggi passeggiamo per i centri di certe nostre città, ci troviamo spesso di fronte a degli spazi che, francamente, non hanno più alcun senso. E prendiamo un caso formidabile, un caso che se ci pensate lascia davvero sbalorditi: Monfalcone.  Ora, bisogna fare un passo indietro. Ai tempi dell'Impero Asburgico — ah, che tempi per l'urbanistica, signori! — quelle che venivano chiamate, non a caso, le "Piazze Grandi", avevano una caratteristica che oggi a molti sembra un'anomalia, un corpo alieno, ma che allora era assolutamente ovvia: gli alberi. Gli alberi facevano parte integrante della veduta urbana! Era così a Trieste, per dirne una. Poi, nel corso del Novecento, cosa ci è saltato in mente? Abbiamo preso questi luoghi e li abbiamo trasformati in sterminate spianate di cemento. O di marmo, per chi voleva fare le cose in grande. Spazi che oggi, in piena estate, diventano semplicemente dei forni a cielo aperto.  Ma torniamo a Monfalcone, p...

La cassetta della posta del Comune di Trieste



Passeggiando per le vie della Città, a volte noti cose che sfuggono, perché rapiti dalla frenesia di quel fare che imprigiona ogni attenzione e riflessione e che in realtà meriterebbero di essere riscoperte e socialmente rivitalizzate.


Piccole cose, ma dalla grande valenza non solo formale ma anche sostanziale.
Piccole cose che si celano all'occhio dei più, eppure piccole cose che possono contribuire all'edificazione di quel processo di democrazia partecipata, oggi rivendicata più che mai.
Probabilmente non molti sono a conoscenza del fatto che nei pressi del porticato del Palazzo del Municipio di Trieste, lì ove si affaccia sulla fontana del continente mancato, visto che i continenti raffigurati sono solo quattro, esiste una piccola cassetta color verde, con scritto proposte e suggerimenti al Sindaco.
All'interno della cassetta si intravedono dei fogli, saranno reclami, suggerimenti, proposte?
Trieste, è una città che burocraticamente è identificata come metropolitana, ma in realtà è una Città piccola ma vissuta, dove si discute spesso dei problemi in essere e delle possibili soluzioni.
Quella cassetta, che non ho notato in altre Città ove ho vissuto in passato, anche di una certa importanza, rappresenta un buon passo verso la realizzazione del processo di democrazia partecipata.
Certo, non è sufficiente collocare la cassetta, ma a ciò deve seguire altro.
Per esempio, dedicando uno spazio specifico alla Cassetta del Comune di Trieste, pubblicando magari sul sito della rete civica di Trieste, le lettere le segnalazioni che pervengono, e le eventuali risposte che possono essere conferite.
Quella cassetta deve essere un simbolo di quella democrazia partecipata che deve divenire tale.
Ciò per evitare che rappresenti quello che ha rappresentato per qualche epoca il palazzo del Municipio, conosciuto anche come  palazzo Sipario poiché con la sua struttura massiccia celava il degrado della CittàVecchia.
Quella cassetta non deve essere essenza dell'apparenza, ma essenza della sostanza, una piccola goccia nell'oceano indomabile della voglia legittima di essere direttamente coinvolti nella gestione del territorio ove si condividono sentimenti ed emozioni confusi nel sapore ora aspro ed ora dolce di una società imperniata nel concetto della delega; delega che ha sacrificato ogni esercizio diretto del proprio diritto, ovvero ha spogliato il diritto dalla sua madre essenza.
Ripartiamo dalla Cassetta della posta del Comune di Trieste.

Aggiornamento 15 marzo 2013

Oggi quella cassetta non esiste più.
Forse per motivi tecnici, o di sicurezza o semplicemente di non utilità è stata praticamente spazzata via.
Sarà questo uno degli effetti collaterali di internet?
Chissà.
Addio cassetta.


Marco Barone

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