
C'è chi in questo periodo parla di "diritto al ritorno" nelle terre perdute, come l'Istria, la Dalmazia, Fiume. Un ritorno che deve avvenire dal punto di vista culturale, economico, sociale, anche perché in altro modo sarebbe possibile solo con una guerra. Ma i primi ad essere costretti ad andare via furono gli sloveni, dalla "Venezia Giulia" non appena l'Italia entrò nel pieno possesso amministrativo e politico delle terre occupate con la prima guerra mondiale. Ci sono stati diversi studi sul punto, importanti pubblicazioni. Ma per ricordare questo esodo di oltre 100 sloveni scacciati dalla Venezia Giulia non ci sarà alcun Magazzino 18, alcuna legge sul giorno del Ricordo, alcun campo profughi che diventerà luogo di interesse culturale. Solo nel cimitero di Miren, alle porte di Gorizia, si può trovare nella piccola sala museale un richiamo a quel fatto tragico. Nel 2001 è stato pubblicato una relazione, redatta dalla Commissione che venne istituita nell'ottobre 1993 su iniziativa dei Ministri degli Esteri di Italia e Slovenia con la consegna dei lavori della Commissione nel luglio 2000 e pubblicazione nella primavera del 2001. Documento che non risulta essere stato sottoscritto da parte italiana. Si riconosce formalmente che
nel periodo 1918-20, quando il confine italo-jugoslavo non era
ancora definito, le autorità di occupazione, influenzate pure dagli
elementi nazionalisti locali, usarono volentieri la mano pesante nei
confronti degli sloveni che intendevano manifestare la propria volontà
di annessione alla Jugoslavia. Furono cosi assunti numerosi
provvedimenti restrittivi - sospensione di amministrazioni locali,
scioglimento di consigli nazionali, limitazioni della libertà di
associazione, condanne dei tribunali militari, detenzione di militari
ex austriaci, internamento ed espulsione, specie di intellettuali - che
penalizzarono la ripresa della vita culturale e politica della
componente slovena.
Tra le varie cose si evidenzia,per esempio, che “Secondo stime jugoslave emigrarono complessivamente 105.000 sloveni e croati, e se nei casi di emigrazione transoceanica è più difficile tracciare un confine fra motivazioni economiche e politiche, nel caso degli espatri in Jugoslavia, che coinvolsero soprattutto giovani e intellettuali,il collegamento diretto con le persecuzioni politiche del fascismo è ben evidente.Ciò che infatti il fascismo cercò di realizzare nella Venezia Giulia fu un vero e proprio programma di distruzione integrale dell’identità nazionale slovena e croata.” Si evidenzia anche che “La politica snazionalizzatrice riuscì infatti a decimare la popolazione slovena a Trieste e Gorizia, a disperdere largamente gli intellettuali e i ceti borghesi e a proletarizzare la popolazione rurale, che però, nonostante tutto, rimase compattamente insediata sulla propria terra”.
Abbandonarono le loro terre, le loro case, la loro storia, a causa del nazionalismo italiano prima e fascismo poi. Forse gli eredi di questi oltre 100 mila sloveni, dovrebbero iniziare a valutare anche loro, per giusta condizione di reciprocità, il giusto diritto al ritorno nelle terre da cui vennero cacciati o furono costretti ad emigrare.
mb
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