Il maestro carnico Bertoli ed i grandi del '900 nel cuore di Tolmezzo dove l'arte si fa strada

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Quando parliamo di un uomo come Bertoli – nato a Illegio nel '33 – dobbiamo prima di tutto immaginarci cosa significava nascere in Carnia in quegli anni. Significa che la manovalanza, il lavoro duro, la fatica vera, tu la conosci fin da ragazzino, la tocchi con mano. Eppure, questo signore poi si occupa di design, fa il marketing pubblicitario... Ma la cosa straordinaria è un'altra: Bertoli è quel classico tipo di artista autodidatta con un talento talmente puro, talmente innato, che tu ti rendi conto che merita assolutamente di essere riscoperto, esplorato, capito fino in fondo. La prima vera svolta, la prima personale, arriva a Tolmezzo verso la fine degli anni Settanta, dopo le esposizioni alla galleria del Girasole di Udine. E oggi, la grande mostra di Palazzo Frisacco, sempre a Tolmezzo, è davvero il coronamento perfetto di una vita intera. Perché li vedete, i suoi quadri: dalle nature morte a questa pittura figurativa che è, in sostanza, una fotografia del quotidiano. È l...

Pensavamo fosse una "gita", finimmo nei campi di concentramento

Mario è una testimonianza storica vivente pazzesca. Quando parla, lo ascolti. Tutti si fermano. Non racconta sempre le stesse storie Mario, perchè la sua storia, è così grande e complessa, che ogni volta si aggiunge di particolari diversi che se non ne cambiano il succo, amaro, sicuramente, è come se fosse una storia diversa. Particolari che ti aiutano a comprendere cosa è successo in quel tempo maledetto del '900 sotto il nazifascismo.
Il secondo "carico" delle deportazioni è quello che ha interessato Mario, a Ronchi. Il primo avvenne a Soleschiano nel febbraio del '44. Se ne è parlato per la prima volta in questo blog dopo una ricerca.
Racconta Mario che erano lì sul camion, pensavano di andare a fare una "gita", una esperienza di vita diversa in Germania. Sapevano che avrebbero evitato il Coroneo di Trieste, il carcere dove non sempre si usciva vivi. E per questo erano contenti. Anzi, racconta Mario, che qualcuno quando li vedeva sul camion, era tentato di salire, perchè si pensava di andare a lavorare in Germania, a vedere per la prima volta quel Paese che nella memoria delle famiglie chissà quante volte sarà stato raccontato con il vecchio mito dell'Impero alleato della Germania. Caricati poi sul treno merce, erano in ogni vagone una cinquantina di persone, scortati, su ogni vagone, da due carabinieri armati di fucile. Dice Mario che i carabinieri, sottovoce, gli dicevano di non scappare. Non sa dire che fine fecero poi quei carabinieri che li accompagnarono fino ai campi di concentramento in Germania. Erano lì con le porte aperte, in qualsiasi momento potevano scappare. Nessuno lo fece. Nessuno scappò, pur avendone la possibilità. Un viaggio di due giorni in quel fine maggio del '44, il cibo e l'acqua gli vennero forniti dalle suore, durante una sosta, e poi, quando arrivarono a Dachau, ricorda sempre Mario Candotto, con il suo umorismo, con cui cerca di sdrammatizzare quell'incubo, che un deportato, come lui, quando vide una persona venirgli incontro con la divisa a righe, disse, ci vengono a salutare con il pigiama. Si resero conto di tutto, quando scesero dal treno, partito da Trieste. Quella Trieste che attende ancora il suo binario 21. In fila, con i cani tenuti al guinzaglio dai nazisti.E lì è iniziato il terrore. Pensavamo fosse una "gita", finimmo nei campi di concentramento. E quel due giugno, era il giorno in cui Mario festeggiava il suo compleanno. Nacque il 2 giugno 1926. Vennero prese in quel 24 maggio del 1944, purtroppo, 70 persone, tra cui praticamente tutta la famiglia di Mario. Suo padre, sua madre e due sorelle. Gli altri due fratelli erano partigiani.
mb

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