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Dall'uccisione del partigiano Andrijic al rastrellamento di Soleschiano di Ronchi

Dopo anni ed ancora anni di brutalità, repressioni, barbarie, violenze, tentativi, forse in parte riusciti, di pulizia o bonifica etnica contro la comunità slovena ed anche croata, ebbene, sarà proprio con la resistenza, con la lotta di liberazione contro il nazifascismo, che avrà origine sul nostro territorio a Selz di Ronchi, a partire dalla nascita della brigata proletaria, che si salderà l'inizio di un nuovo processo, per nulla scontato, visti i tempi nefasti pregressi, un processo di solidarietà, di fratellanza, sorellanza, amicizia tra i popoli, che condurrà alla nostra liberazione. All'interno di ciò vi sono tante storie, tanti dettagli, tante vicende umane incredibili. Ma anche tante pagine buie, a volte grigie, che necessitano di un chiarimento. A volte, nel mentre si approfondiscono determinati eventi e fatti storici più che ad arrivare a conclusioni definitive, saranno gli interrogativi a svolgere un ruolo dominante. Una di queste vicende, caratterizzata sia da interrogativi che da qualche certezza, è quella di Andrijic o Andric. Vicenda sulla quale ancora oggi sussistono dei punti che meritano, prima di ogni cosa per il sacrificio umano di Andrijic, una risposta definitiva e non solo. Veniamo al dunque. Presso il cimitero di Ronchi, a pochi passi dall'ossario dei morti per la nostra libertà, vi è un piccolo ma importante monumento, eretto il 29.10 del 1978, presso il quale ogni 25 aprile l'ANPI di Ronchi e la nostra comunità effettua una delle tappe importanti per la celebrazione della festa di liberazione. Lì si può leggere: “Vjekoslav Andrijic Padu Borec Narodnoosvobodilne Vojne 1941/45 al combattente caduto nella guerra di liberazione nazionale”.  



Il quale risulterebbe essere stato ucciso, in base a dei dati come riportati in un libro che si occupa della storia dei monumenti della resistenza presenti nel nostro territorio, realizzato a cura dell'ANPI della provincia di Gorizia nel 40° della festa di liberazione dal titolo " Caduti Partigiani 1942/1945", il 28 gennaio del 1944 ed appartenente alla Brigata d'assalto  Garibaldi Trieste. 


Fino ad oggi le testimonianze più note ricordavano Andrijic, noto come Lojze Andric, come colui che venne incaricato da Ondina Peteani ed Elio Tambarin di ricevere la segnalazione, insieme a Plinio Tommasin e Egone Settomini, utile per poi uccidere la spia Blechi. Dunque Andric era uno di quelli che venne incaricato per l'eliminazione di Blechi, ma venne ucciso, in base a quello che riportano buona parte delle testimonianze a Soleschiano, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, o nazisti, dopo una spiata(?) avvenuta per via della Contessa Chiaradia che abitava a pochi metri dal luogo dove Andric perse la vita. 

Mario Candotto, ex deportato, che ha conosciuto Andrijic mi racconta invece quanto ora segue: "di lui ricordo che era alto, magro e biondo, era noto come “il Dalmato”. Fuggito, mi pare dal campo di concentramento di Gonars, era un deportato, giunse a Ronchi, dove inizialmente era spaesato ed affamato. Venne accolto ed ospitato da una famiglia locale, a Vermegliano, da Mauchigna, e poi venne messo in contatto con il battaglione Triestino. Con l'operazione “ Blechi”la sua morte non c'entra”. In merito all'operazione così detta Blechi, che riguardava Walter Garlaschi nato a Ronchi il 19 ottobre del 1922 ma residente a Monfalcone, Candotto ci tiene a ricordare in base alle testimonianze dell'epoca, "che lui, Garlaschi, era stato fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia, era con la marina. Venne imprigionato nei campi tedeschi per poi arrivare a Monfalcone. Venne in contatto con un compagno partigiano di Ronchi, Faragona, che lo portò in montagna insieme ai partigiani. Blechi si rese responsabile di diverse atrocità, non a Ronchi, dove comunque segnalò diverse persone da consegnare ai tedeschi, ma nei paesi limitrofi”. Quando si comprese che era una spia, si decise di ucciderlo. Il primo agguato non riuscì, "perché aveva una specie di giubbotto antiproiettile”.

Paolo Zonta, Presidente della sezione ANPI di Ronchi, che ha assistito a quei fatti, ricorda "che la gente di Ronchi e Vermegliano, luogo, questo, ove avvenne il primo agguato, quando venne ferito, gli sputava, perché sapeva che era un traditore, che prima di essere sparato gli venne detto  è giunta la tua ora. Garlaschi dopo che venne ferito provò ad innescare una bomba a mano per gettarla contro chi era lì, e poi venne giustiziato nell'ospedale, gli venne tagliata la gola.” Fatto confermato anche da una nota poesia dedicata proprio a questa vicenda, quale la "Poesia di Valter 1944".

Dunque da queste testimonianze si può desumere che Blechi fosse infiltrato, per conto dei nazisti, fin dall'inizio e non che decise di passare al nemico successivamente? Sì.

Su Blechi, Elda Soranzio, staffetta partigiana per l'intendenza Montes, nome di battaglia Lina, nome ricevuto con il consenso di Silvio Marcuzzi, e scelto perché Lina era il nome della compagna di un partigiano, ci tiene a ricordare diverse questioni: "Arrivarono a Doberdò le SS. Il partigiano Walter, alto e robusto, venne arrestato e subito si arruolò nelle bande fasciste e naziste. La spia riconosce diversi partigiani, diversi vengono arrestati e rinchiusi in una casa non abitata. I sette fermati sono sottoposti ad interrogatori e torture dalle SS. Poi vengono, in serata, scortati dai tedeschi nella casa di una famiglia e prima di lasciare il paese hanno fatto saltare in aria.Walter ha fatto arrestare e catturare la gente che un tempo era nelle sue file, le uccisero ferocemente. Quando non aveva più nulla da raccontare ai tedeschi lo lasciarono libero senza scorta. I partigiani sapevano che girava per il paese vestito da donna, o da vecchio o con la barba. Lo sorpresero a Vermegliano, vicino alla piazza del paese, gli spararono e fuggirono pensando che fosse morto. All'indomani hanno saputo che non era morto. In cinque partigiani di notte si sono recati all'ospedale, la spia quando ha visto i partigiani, disse " se mi perdonate, ritorno con voi, che ho tante cose interessanti da dirvi". Il perdono non gli è stato concesso". Una poesia, del '44 dal titolo " la poesia di Valter" ricorda :" In quel San Pietro in osteria trovan Stanco in allegria, egli spara senza pietà sul Faragona non preparà. Il poveretto ben crivellato, laggiù all'Adria fu trasportato. Il giorno dopo il caro invito fu ancora vivo seppellito. (...)E adesso a Valter accadde il bello un luccicante e lussuoso coltello. Solo con sguardi e una parola fu tagliato alla gola". 
Era il 2 febbraio del 1944 ed insieme a lui venne uccisa anche la madre, casalinga, Malaroda Bianca, nata il 26 gennaio del 1901 a Ronchi.

Ritornando su Andrijic, Mario Candotto ricorda che “a Soleschiano, insieme ad un gruppo di compagni, si recarono presso una casa, ora abbandonata. Non so il motivo, forse dovevano recuperare delle armi, forse erano lì solo per rifocillarsi. L'amante della contessa (che abitava vicino )era un carabiniere, lei probabilmente ha avvisato il suo amante dei movimenti sospetti. Li hanno colti di sorpresa, alcuni di loro sono riusciti a fuggire dalle finestre posteriori, lui è stato ferito gravemente e poi forse giustiziato. Però ad ucciderlo non sono stati i carabinieri ma i repubblichini di Ronchi, tra gennaio o febbraio del '44, ma penso che era più gennaio del '44”. Venendo poi al luogo della sepoltura: “Doveva essere seppellito nell'ossario, insieme agli altri partigiani, ma le autorità Jugoslave hanno voluto per lui un monumento”. 

Alfredo Gava, nato il 1 dicembre del 1936, è stato testimone di quell'evento e mi ha raccontato che "Lui, (Andrijic) insieme ad altri due partigiani si era recato dalla padrona, ( Chiaradia) per chiedere del cibo da portare in montagna per i partigiani, ma la Chiaradia non diede loro nulla. Si recarono poi dalla famiglia Vanon, che abitava accanto alla padrona. Era il periodo in cui si uccideva il maiale. Erano le dieci di sera circa, lo ricordo perché mio padre giocava a carte nella stalla con i suoi amici e la stalla era un luogo caldo. La padrona ha chiamato i carabinieri, dopo che i partigiani erano andati via dalla sua abitazione, questi, i carabinieri, giunti sul luogo, si sono lì appostati ed hanno aperto il fuoco non appena hanno visto una testa uscire fuori dalla porta ed era quella di Andrijic, gli altri sono fuggiti dalla finestra posteriore".

Gava, ricorda anche che "la Chiaradia aveva effettuato una successione a favore del suo amante, il comandante dei Carabinieri, al quale gli venne donata una proprietà a San Zanut. Come vendetta e per "giustizia del popolo", probabilmente per il rastrellamento che era accaduto, il Comandante dei Carabinieri e la sua compagna od amante, vennero uccisi, quando si macellava il maiale, proprio nella loro proprietà. Vennero ritrovati qualche anno dopo nella campagna tra Ronchi e San Pier d'Isonzo, per la puzza di putrefazione che disturbò gli animali, non ricordo se fossero cavalli o buoi, mentre si lavorava il terreno. Il suo corpo è rimasto lì tutta la notte, l'entrata della casa era un lago di sangue. I Vanon sono rimasti per tutto il tempo chiusi nella nelle loro stanze.  La mattina seguente è stato caricato sul carretto e portato al cimitero. Aveva 21 anni e gridò diverse volte mamma, prima di morire ."


Renato Stabile, i cui nonni erano i Vanon, ricorda poi gli altri eventi che sono seguiti a questo fatto a partire dalla vendetta contro la padrona: "Carlo Stabile, su richiesta di due operai con la tuta blu, che erano partigiani  ma non lo dissero, fornì a questi una scala. Stabile la prese da Pessot. Quella scala servì ai partigiani per isolare la linea telefonica della Chiaradia. Entrati dentro casa la uccisero sul letto, siamo verso la fine di febbraio del '44. La mattina seguente, due file di fascisti e nazisti effettuarono il rastrellamento di Soleschiano. Vennero, due persone per famiglia, catturate ed imprigionate nel cortile della casa della Chiaradia, la padrona. Poi vennero condotti al Coroneo di Trieste per partire con il treno, che si fermò anche a Ronchi e dove ricevettero pacchi dalle famiglie, per i campi di concentramento della Germania dove effettuarono lavori forzati."

finestra posteriore casa dei Vanon in Soleschiano


Sempre Gava ed anche Andrian Edi, deportato di Soleschiano all'età di 14 anni e mezzo nei campi di lavoro in Germania, in una fabbrica di mattoni, nella città di Coburg, vicino Berlino, dalla quale ritornerà il giorno 11 luglio del 1945, aggiungono dettagli molto importanti in merito alla triste vicenda di Andrijic: " la sera del 12 febbraio 1944 presso la famiglia Vanon vengono rintracciati tre partigiani e nel conflitto a fuoco viene ucciso un partigiano". E si tratterà di Andrijic. "Circa dopo otto giorni i partigiani pongono in essere un sabotaggio al campo di aviazione di Ronchi. Verso l'imbrunire del 27 febbraio circa, sempre del '44, dopo aver tagliato i fili del telefono nella villa della padrona, i partigiani uccidono la padrona e prima di dileguarsi si recano dalla famiglia Gava affinché avvisassero i carabinieri per l'accaduto. Il 28 febbraio, in ogni caso il giorno dopo l'uccisione della padrona, alle sei di mattina si presentano in piazza S. Tommaso di Soleschiano una ventina tra tedeschi e repubblichini e prelevano tutti gli uomini casa per casa. Vengono poi portati nel cortile dell'amministrazione e poi in caserma a Ronchi ed il giorno dopo caricati sul camion, ammanettati, verranno portati al Coroneo di Trieste".

Stabile Carlo, Andrian Edi, Da Re Antonio, Fischanger Giacinto, Visintin Pino, Puntin Arturo, Puntin Miro, Zimolo Bruno, Gava Pietro, Vanon Evangelista, Masut Orlando, ed anche due pecorai, tutti abitanti in Soleschiano, saranno alcuni dei civili di Soleschiano che verranno deportati nei campi di lavoro forzati in Germania precisamente a Coburg presso una fabbrica di mattoni, ed in Austria. Ritorneranno tutti, anche se questo fatto è stato rimosso, inspiegabilmente, dalla memoria collettiva.

In base ad alcune ed ulteriori verifiche effettuate in Soleschiano ho appreso altri elementi importanti in merito alla vicenda di colei che fino ad oggi è nota come la padrona o semplicemente la Chiaradia. Franciska, poi italianizzato in Francesca, Fanny Tomc nacque nel 1888 a Radovljica ex Jugoslavia. Nel 1938 si sposò con Riccardo Chiaradia, nato nel 1856 a Caneva (PN). Pare che tale matrimonio ebbe luogo in relazione al fatto che la Fanny, o Fany, come veniva chiamata, a causa delle sue origini slave rischiava l'espulsione. Espulsione, sotto il fascismo, che venne evitata anche grazie al matrimonio come contratto nel 1938. Nel 1939 Riccardo Chiaradia morirà, e da quel momento Francesca Tomc diventerà a tutti gli effetti " la padrona". Aveva una relazione, da diverso tempo, con un carabiniere del luogo, accolto in famiglia. Pare che la padrona gestisse la sua immensa proprietà in moto altamente rigido e che ciò possa aver creato più di qualche malumore. Più di una volta i partigiani si recavano da lei per chiedere del cibo, e questo, così come accadeva in tutta Ronchi, veniva fornito ed in un certo senso poteva anche maturare una sorta di rapporto fiduciario. Ma nella sera fatidica, che porterà alla morte di Andrijic, le cose andarono diversamente. Quella sera la "padrona" diede loro solo un sacco di farina e li invitò a recarsi dai Vanon perché avevano appena ucciso un maiale. Poi avvenne il fatto. Giunsero i repubblichini insieme ai nazisti, ebbe luogo l'agguato, vennero sparati una ventina di colpi, venne lanciata anche una bomba, ed il partigiano Andrijic perse la vita, gli altri fuggirono dalla porta posteriore dell'immobile, oggi abbandonato e sito in via Stoppani di Soleschiano.
porta ove venne ucciso il partigiano Andrijic nell'attuale via Stoppani di Soleschiano 



Circolano voci che arrivarono diverse lettere di minacce alla Chiaradia in relazione a quell'evento e che più di qualcuno le consigliò di andare via da Soleschiano. Si aveva più di un sospetto che fosse stata lei a chiamare i nazisti quella sera, anche perché risulta che l'unica linea attiva telefonica in quella zona fosse solo la sua. Ma non si seppe mai se quella sera in casa vi era anche il suo compagno, il carabiniere e se fu lui o meno a chiamare i nazifascisti. Qualche settimana dopo, avvenne la vendetta, perché vi erano sospetti che la stessa fosse confidente della Guarda Nazionale Repubblicana, GNR, come si può evincere anche da un documento pubblicato in rete che ha come data provider la fondazione Luigi Micheletti e come fonte il notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 4 marzo 1944.  Come si legge nel citato sito, "La Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) è stato uno degli organismi principali della Repubblica Sociale Italiana (23 settembre 1943 - 25 aprile 1945), sorto dall'unificazione delle forze di polizia con i Carabinieri. I notiziari dell'ufficio "I Sezione Situazione" del Comando Generale della G.N.R., che aveva sede in Brescia, erano rapporti di polizia dattiloscritti che venivano redatti e quotidianamente inviati, in via riservata, al Duce, al Comandante Generale della G.N.R., Renato Ricci, al Tenente Generale Niccolò Nicchiarelli ed a pochi altri gerarchi fascisti".


Tagliati i cavi del telefono della sua villa, e forzata la porta, venne uccisa con un colpo di rivoltella, da due "sconosciuti" nella sua stanza.  Erano le 22.30 del 24 febbraio 1944. In casa c'era una donna di compagnia, dalle testimonianze raccolte il nome indicato è quello di Cossar Alice, che venne fatta allontanare dalla casa dai partigiani, che poi fuggirono lontano. E forse il fatto che lei fosse confidente della GNR può spiegare il senso del rastrellamento di Soleschiano che coinvolse 14 civili. Qualche tempo dopo verrà ucciso il carabiniere, compagno/amante della Chiaradia insieme alla sua fidanzata.


Una ricostruzione che permette di individuare l'età di Andrijic, brevemente la sua storia, il periodo in cui sarebbe morto, così come si cerca fare chiarezza sugli eventi che ne sono derivati, incluso il dimenticato rastrellamento di Soleschiano. Sarebbe importante che a Soleschiano si possa collocare nel luogo ove è avvenuto l'omicidio di Andrijic una targa, che possa ricordare questo evento ma anche il rastrellamento che ha interessato questa comunità come posto in essere da parte dei nazisti e fascisti.


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