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I"documenti" diplomatici dell'Italia durante i 42 giorni di Trieste del '45


I documenti che ora seguiranno riguardano i 42 giorni di Trieste, ovvero dal giorno della liberazione della città come avvenuta il primo maggio del 1945 sino al 12 giugno del 1945 quando si realizzerà il passaggio di amministrazione provvisoria. Chiaramente della questione di Trieste si parlerà prima del primo maggio e dopo il 12 giugno, ma in questa sede ho voluto dedicare attenzione esclusivamente ai contatti diplomatici come emersi durante nei caldi 42 giorni di Trieste.Significative saranno le faziosità di alcune note diplomatiche, così come l'affermazione di determinati concetti e principi che sono quelli che ancora oggi governano l'operare di alcuni in chiave nazionalistica pro Italiana. Le note diplomatiche che seguiranno sono tratte dai "Documenti diplomatici italiani  DECIMA SERIE: 1943-1948 VOLUME II (12 dicembre 1944 - 9 dicembre 1945) ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO LIBRERIA DELLO STATO ROMA MCMXCII secondo volume della serie decima"che contiene la documentazione relativa al periodo compreso fra la costituzione del terzo governo Bonomi (12 dicembre 1944) e la fine del governo Parri (9 dicembre 1945). Come si legge nella premessa di questo volume "Il dato intrinseco che lo caratterizza è l'assunzione, nel dicembre 1944, del ministero degli Esteri da parte di Alcide De Gasperi, che avrebbe mantenuto tale incarico anche dopo la liberazione dell'Italia settentrionale nel nuovo governo costituito il 21 giugno 1945 da Ferruccio Parri, per conservarlo anche dopo l'assunzione della presidenza del Consiglio il 10 dicembre dello stesso anno  Le carte che vengono pubblicate in questo volume sono state tratte dai seguenti fondi dell'Archivio storico del Ministero degli Affari Esteri: telegrammi in arrivo e partenza; Archivio riservato della Segreteria Generale 1943-1948; Affari Politici 1931-1945; Carte delle ambasciate a Londra, Madrid, Mosca, Parigi, e Washington. 
Oltre ai fondi archivistici sopra indicati, le ricerche sono state naturalmente estese anche ad altri archivi ed in particolare all'Archivio centrale dello Stato (Presidenza del Consiglio, Carte Bonomi) e a quello dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Desidero ringraziare per la collaborazione prestata il sovrintendente dott. Mario Serio e i funzionari dell' ACS, il dirigente dell'Ufficio Storico SME col. Gay e il col. Frattolillo. È peraltro da sottolineare la mancata consultazione dell'archivio privato del presidente De Gasperi, non essendo pervenuta risposta alcuna alla richiesta della Commissione che, va ricordato, fu proprio da De Gasperi istituita per render noto con larghezza e precisione il materiale documentario relativo alla politica estera italiana.Vari documenti importanti erano già stati pubblicati nelle raccolte ufficiali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna ecc ". 

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, AGLI AMBASCIATORI A MOSCA, QUARONI,
 E A WASHINGTON, TARCHIANI, E AI RAPPRESENTANTI A LONDRA, CARANDINI, E A PARIGI, SARAGAT
T. 2284/c.I. Roma, ] 1 maggio 1945, ore 11,45. A Mosca e Parigi il telegramma venne inviato per corriere . (Solo per Mosca e Parigi) Ho telegrafato alle RR. ambasciate a Londra e  Washington quanto segue: (Per tutti)"Nello stesso momento in cui tutta l'Italia settentrionale eroicamente assecondando eserciti anglo-americani, insorge vittoriosamente contro i tedeschi, ingresso truppe jugoslave oltre frontiera orientale e a Trieste non è giustificato né da ragioni militari, né politiche, né morali. Prego farsi interprete d'urgenza presso codesto governo nostra vivissima ansia e nostra fiducia che governi alleati sappiano trovar modo portar rimedio a una situazione che potrebbe altrimenti condurre a conseguenze gravissime mediate ed immediate. Nostro punto di vista resta fermo sulla necessità che questioni controverse fra Italia e Jugoslavia siano rimandate a tempi più propizi per le ragioni che le sono note e che, nel frattempo, amministrazione zone frontiera orientale resti esclusivamente affidata ad anglo-americani che solo possono dare affidamento obiettività ponderazione, giustizia. In questo senso presidente Bonomi ed io abbiamo oggi intrattenuto queste autorità alleate. (Solo per Mosca) Ogni parallela azione sia pure illustrativa e persuasiva che V.E. potrà svolgere presso governo sovietico potrà essere di estrema utilità."

L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
T. SEGRETO 3210/146-147-148-149-150-151. Mosca, 3 maggio 1945, ore 21,25
(per. ore 13 del 4).
Telegramma di V.E. 125 "Tutte le informazioni che ho potuto raccogliere sull'argomento mi sembrano concordare nel senso che governo sovietico ha risposto a governo jugoslavo che, per quanto lo concerne, esso non si oppone rivendicazioni jugoslave per frontiere Isonzo. Secondo fonte attendibile sarebbe stata attirata attenzione Jugoslavia su possibilità opposizione americana per quanto concerne Trieste e Istria occidentale e su utilità jugoslavi lavorare opportunamente governo opinione pubblica americana. Ritengo sia da connettersi con questa considerazione inatteso trasferimento questo ambasciatore di Jugoslavia a Washington. Simic è stato primo rappresentante jugoslavo all'estero che abbia aderito governo Tito: è molto ben visto qui e anche per suoi legami di famiglia è considerato a Belgrado come persona sicura. D'altra parte suoi precedenti di carriera e suo generale comportamento lo rendono particolarmente adatto sfatare in America impressione che governo Tito sia governo comunista. Quanto precede conferma mia impressione che questo governo pur essendo favorevole rivendicazioni jugoslave non vuole ancora impegnarsi a fondo: sia intervista Tito che dichiarazioni V.E. di cui al telegramma stampa n. 1998/c. 2 19 aprile non sono state riportate da questa stampa che continua ignorare questione. Qui si ha impressione che popolo italiano sia indifferente questione Trieste e che rivendicazioni italiane siano piuttosto residuo mentalità nazionalistica conservatori intellettuali non rispondenti a veri sentimenti popolo. Nelle conversazioni indirette che ho avuto sull'argomento ho cercato in ogni modo sfatare questa impressione ma non mi faccio eccessive illusioni su risultato. Chiara manifestazione partiti e organizzazioni a cui qui si riconosce maggiormente carattere rappresentativo masse lavoratrici, specialmente per esempio Confederazione generale lavoro, potrebbe essere molto più efficace. È bene tener presente che elemento fondamentale politica russa di oggi resta sempre movimento panslavo e che in questo quadro Russia non può (ripeto non) realmente opporsi rivendicazioni jugoslave. Tuttavia se ed in quanto eventuali reazioni lavoratori italiani possono essere elemento di cui qui si voglia tener qualche conto, anche se molto relativo, mi sembra questo, sempre che sia possibile, unico mezzo per cercare di influire su questo governo."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
L. 2218. Washington, 3 maggio 1945 (per. il 30). "Nel mio odierno colloquio con Phillips (mio telegramma per corriere di oggi n. 059)  non ho naturalmente mancato di ringraziare il governo americano per l'occupazione di Trieste da parte delle truppe alleate conformemente alle assicurazioni
datemi, e per chiedergli se aveva notizia dei progressi delle truppe alleate verso le frontiere del '39. Egli mi ha confessato di essere stato in grandi ansie per Trieste, temendo che l'occupazione jugoslava potesse dar luogo a pericolosi incidenti, o assumesse aspetti di fatto compiuto. A proposito di Fiume, Phillips mi ha esternato il suo timore sulla sorte definitiva di quella città anche per il fatto dell'attuale occupazione di essa da parte delle forze di Tito. Ho naturalmente richiamato l'esplicito impegno alleato, ripetutamente ribadito, di mantenere intatte le frontiere del '39 fino all'applicazione dei nuovi trattati di pace. Ho svolto ogni possibile argomento, di carattere esterno ed interno, per una pronta occupazione alleata di Fiume e così pure delle isole, di Zara ecc. Phillips mi ha assicurato che «tutto il possibile» per salvaguardare i legittimi diritti dell'Italia sarà fatto e che egli vi si dedica con animo amico. È mia impressione che lo State Department sia, in linea di principio, fermo nella posizione assunta che l'occupazione anglo-americana sia estesa alle frontiere del 1939. Istruzioni al riguardo sono già state impartite a chi di ragione. Temo, peraltro, che l'atteggiamento combattivo assunto da Tito possa provocare delle perplessità e che, in ultima analisi, assicurata l'occupazione di Trieste, non si dia una interpretazione assolutamente letterale alle assicurazioni a noi date. È ovvio che io faccio tutto quanto mi è possibile per insistere continuamente affinché si mantenga nella sua integrità la formula «frontiere del 1939 » che, nelle mie conversazioni, do per acquisita."


IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, A TUTTI I RAPPRESENTANTI DIPLOMATICI ALL'ESTERO
T. 2399/c. Roma, 7 maggio 1945. (Solo per Washington, Londra, Parigi e Mosca) "Seguito mio telegramma 2284/c. · del 1° corrente (Per tutti) 3 maggio Consiglio dei ministri ha votato unanimità dichiarazione sulla quale attiro specialissima attenzione di tutti RR. uffici all'estero. Dopo saluto alle truppe alleate vittoriose alle forze italiane agli eroici patrioti, Consiglio dei ministri esprime certezza che colleganza d'armi creerà fra Italia e Nazioni Unite vincolo che assumerà fra breve nome più proprio di quello di cobelligeranza. Prosegue quindi testualmente: «Nell'apprendere con viva soddisfazione che stamane truppe tedesche Trieste si sono arrese generale britannico Freyberg invia
particolare saluto alla città indiscutibilmente italiana verso la quale in questi ultimi giorni guerra volgeva animo di tutta la Nazione e manda plauso riconoscente a truppe alleate e formazioni partigiani che hanno contribuito sua liberazione. Riafferma che ogni questione territoriale riguardante frontiera orientale deve rimanere impregiudicata fino alla pace e fino a che supremi organi costituzionali elettivi dei due popoli confinanti potranno decidere nel rispetto reciproco dei propri diritti e nello spirito del rinnovamento democratico dei rapporti internazionali. Chiede che amministrazione provvisoria della Venezia Giulia che si costituisce nel regime armistizio concluso fra Italia e Potenze alleate, sia tale da garantire neutralità e imparzialità e da assicurare libera cooperazione popolazione locale».Ella vedrà che nel riconfermare ancora una volta, per quel che riguarda la frontiera orientale, la nostra tesi di attesa, il Consiglio dei ministri prende netta ed esplicita posizione su Trieste «indiscutibilmente italiana». Ella vedrà altresì che sosteniamo necessità che amministrazione provvisoria militare della Venezia Giulia sia organizzata a termini dell'armistizio come per le altre regioni d'Italia. Agisca, la prego, in questo senso e su queste direttive. Tenga presente che Trieste è stata effettivamente occupata dagli Alleati, che la resa dei 7 mila tedeschi che vi combattevano è avvenuta nelle mani del generale neozelandese Freyberg, che gli annunci e i proclami jugoslavi non rispondono in conseguenza alla reale situazione dei fatti "

"Il messaggio di Bonomi, inviato con T. 2451 dell'8 maggio, era il seguente: «L'Italia liberata dal fascismo e rinnovata nella democrazia esulta per la vittoria che, dopo sei anni di una durissima guerra, assicura la tranquillità all'Europa e prepara ai popoli la pace giusta. Il popolo italiano è oggi,
come nel novembre 1918, accanto ai suoi grandi alleati di allora con lo stesso spirito e con la medesima fede. Esso guarda a voi come al grande capo che, quando tutto pareva perduto, ha avuto fede nella vittoria e ha lavorato strenuamente per conseguirla. L'Italia che ritorna alle sue tradizionali amicizie, dopo una criminosa avventura ripugnante alle sue inclinazioni e alla sua storia, saluta l'Inghilterra e i popoli della comunità britannica, ed è orgogliosa di avere mescolato il suo sangue migliore a quello delle gloriose truppe che hanno testè liberato il suo territorio nazionale."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. s.N.D. PER CORRIERE 3994/058. Washington, 9 maggio 1945 (per. ore 16 del 29). "Risultami da fonte sicura che 30 aprile scorso governi americano ed inglese hanno impartito maresciallo Alexander istruzioni precise occupare Trieste e Venezia Giulia sino confini anno 1939. Si ritiene che Tito- se non sopraggiungerà intervento russo in suo appoggio - sarà costretto accettare situazione. Washington e Londra sono finora concordi e fermi loro decisione che è d'altronde conforme noto punto di vista circa i territori contestati."

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI
T. 2503/144. Roma, 10 maggio 1945, ore 17.
"Ella sa dai miei precedenti telegrammi che questione Venezia Giulia in generale e di Trieste in particolare ha dato in questi ultimi giorni luogo a una netta presa di posizione da parte di tutti i partiti, compresi quelli di sinistra. L'ordine del giorno, di cui al mio telegramma n._. 2399/c3. in cui si riafferma fra l'altro il carattere indiscutibilmente italiano di Trieste, è stato del resto approvato all'unanimità, cioè con la partecipazione dei comunisti. Ora è perfettamente esatto affermare che di questioni del genere possano impadronirsi i pochi e scarsi residui della vecchia mentalità nazionalistica e sfruttarle ai loro fini particolari, ma sarebbe perfettamente falso far passare in blocco come nazionalistico anche l'onesto sforzo per risolvere secondo giustizia ed equità problemi che ci toccano così da vicino e che minaccerebbero fatalmente di riproporsi domani, se male e iniquamente risolti oggi, appunto in quei termini nazionalistici dai quali, per quel che ci concerne, intendiamo in ogni possibile modo estraniarli."

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, 
TARCHIANI, E AL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI T. 2514/99 (Washington) 145 (Londra) 1• Roma, 11 maggio 1945, ore 9,30.
" Ella ha certamente seguito sulla stampa le notizie ultime sulla Venezia Giulia in generale, su Trieste in particolare. In sostanza, il governo jugoslavo compie, ed estende a tutto il territorio sino all'Isonzo, atti di sovranità, di amministrazione e di occupazione. La popolazione italiana vive da settimane sotto un regime di terrore, che va progressivamente aggravandosi. Arresti, internamenti e sopraffazioni, sono quotidiani. Il presidente Bonomi ed io abbiamo ieri attirato ancora una volta la più seria attenzione degli ambasciatori d'Inghilterra, d'America e della Commissione alleata sulla situazione. Abbiamo protestato nel modo più energico contro il tentativo jugoslavo di risolvere unilateralmente con atti arbitrari e di forza questioni che i governi alleati si sono impegnati a lasciare impregiudicate sino alla conclusione della pace. Abbiamo chiesto che l'amministrazione della Venezia Giulia sia, entro i confini del 39, organizzata in modo-conforme alla prassi seguita fin qui, a termini dell'armistizio, per tutto il territorio italiano e alle formali promesse, scritte e verbali, a suo tempo dateci. Abbiamo infine fatto le più ampie riserve su quanto possa eventualmente essere deciso senza la nostra partecipazione o consenso in contrasto di quei principi. Il capo della Commissione alleata si reca oggi a Caserta per esporre al maresciallo Alexander quanto precede ed ottenerne ogni possibile chiarimento ed assicurazione. Ci risulta altresì che il capo di Stato Maggiore del maresciallo è attualmente a Caserta per cercare di giungere ad accordi concreti con Tito. Prego V.E. di recarsi immediatamente al Dipartimento di Stato (Foreign Office), illustrare la situazione nei termini descritti, protestare per la violenza preordinata, arbitraria azione jugoslava, fare le più ampie ed esplicite riserve su eventuali decisioni in materia di assegnazione definitiva di territori sino a quando non intervengano vere e proprie trattative di pace e su eventuali accordi in materia di amministrazione che ledano i principi dell'ordinata convivenza fra le popolazioni .. Ella voglia la prego aggiungere che ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza della questione che incide sui rapporti stessi fra i grandi Alleati, ma che non dubitiamo dell'appoggio e dell'assistenza che essi vorranno darci. Sottolinei che gli avvenimenti della Venezia Giulia incidono profondamente anche sulla situazione interna del Paese; fiaccano i propositi di ordinato assestamento della sua vita democratica; deludono tutte le zone dell'opinione sulle effettive possibilità alleate di giungere a concrete soluzioni di equità e di giustizia  "


IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, PRUNAS, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI L. PERSONALE 15/6866/100. Roma, 11 maggio 1945.
Allego alla presente lettera copia di un telegramma in data del 3 corrente del R. ambasciatore a Mosca• " È superfluo le dica che le impressioni di cui si fa eco l'ambasciatore Quaroni circa il presunto carattere nazionalistico del nostro atteggiamento nei confronti della Venezia Giulia in generale e di Trieste in particolare, sono, come lei sa, inesatte e che provvediamo a combatterle. Ma il punto su cui ci interessa attirare la sua attenzione è un altro e precisamente. Il governo sovietico, pur avendo - a quanto pare - dichiarato al governo di Belgrado di non opporsi alle rivendicazioni jugoslave, avrebbe tuttavia fatto presente la possibilità di una opposizione americana per quanto concerne l'Istria occidentale e Trieste e sulla conseguente utilità di «lavorare» opportunamente il governo e l'opinione nordamericani. Occorre che codesto governo sia dunque informato subito di quanto precede e dell'opera e dell'attività che si propone di svolgere costì l'ambasciatore Simic. Ella vorrà sottolineare soprattutto la circostanza che è proprio dalla fermezza che Washington vorrà dimostrare sulla questione che dipende in sostanza la misura dell'appoggio che il governo sovietico darà a Tito con tutte le conseguenze connesse e conseguenti. Molto confidiamo sulla sua opera, che seguo da lontano con viva e cordiale attenzione".



IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, E AL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI T. 2556/101 (Washington) 149 (Londra). Roma, 13 maggio 1945. "Maresciallo Alexander, cui Capo Stato Maggiore è stato, come lei sa, in questi giorni a Belgrado, assicura che conversazioni intercorse in questa occasione con Tito, hanno avuto carattere soltanto e strettamente militare. Ha aggiunto che questione ormai ha superato la sua competenza ed è stata devoluta ai supremi organi politici rispettivamente a Londra e Washington. È dunque più che mai urgente e più che mai necessario che l'E.V. cerchi di condurre ogni possibile azione costì secondo le direttive che le sono ormai note e precisamente: . l - evitare che si discuta circa l'assegnazione definitiva di zone che fanno parte del territorio nazionale e rinvio di ogni decisione al riguardo al momento delle trattative di pace; 2 - insistere sulla necessità che l'amministrazione provvisoria della Venezia Giulia sia, entro i confini del 1939, affidata a organismi come, a termini dell'armistizio, è avvenuto nelle altre regioni d'Italia, che diano piena ed effettiva garanzia di una ordinata convivenza delle popolazioni. Moltiplichi ogni suo possibile sforzo in questo senso. Aggiungo e la prego di darne notizia costì che la situazione si è localmente aggravata in questi ultimi giorni. Il regime di terrore si appesantisce. Quattromila persone sono scomparse da Gorizia. 700 sarebbero state fucilate a Trieste. Partigiani jugoslavi, cui difficilmente si può attribuire il carattere di truppe organizzate, hanno varcato anche la linea dell'Isonzo. Le truppe anglo-americane assistono per ora passivamente. Ripeta che questione Venezia Giulia e avvenimenti in corso incidono profondamente sulla situazione interna italiana, che attraversa oggi una fase particolarmente delicata e la turbano e complicano in modo grave."


IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI Roma, 13 maggio 1945 Appunto: 
 "Il criterio da noi sin'ora seguito nella questione della Venezia Giulia è stato ispirato al concetto che, in armonia con le assicurazioni a suo tempo dateci, la regione sarebbe stata totalmente occupata ed amministrata dagli Alleati. Ne conseguivano due illazioni: a) che il tempo «lavorasse per noi», nel senso che il problema, !ungi da esser compromesso da fatti compiuti, avrebbe potuto esser risolto in un clima di relativa serenità, al di fuori di contrasti politici interni o internazionali, e dando all'Italia la maniera di far valere le sue molte ed ottime ragioni; b) che per questo stesso motivo convenisse astenersi dal prospettare, anche indirettamente, soluzioni di compromesso che, ponendoci senz'altro sulla via della rinuncia, avrebbero privato noi, e dato invece ai jugoslavi, possibilità di manovre tattiche. 2. Negli ultimi giorni sono state radicalmente sconvolte le premesse di un simile ragionamento. Non solo l'occupazione e l'amministrazione alleata non hanno avuto luogo, ma è ormai da ritenersi conclusivamente che esse non ci saranno se non in misura limitatissima, sia geograficamente che materialmente. I motivi interessano sino a un certo punto; la constatazione è inequivocabile, ed è quella dalla quale occorre oramai trarre le necessarie conseguenze. Le quali sono che, salvo imprevedibili imprevisti, il «tempo oramai lavora contro di noi». Sia perché l'amministrazione jugoslava riuscirà certo a modificare rapidamente l'aspetto esterno (scritte, lingua), la struttura politico-sociale (smantellamento della classe media), i sentimenti (timori di rappresaglie, senso di sfiducia, scoraggiamenti), e la stessa composizione etnica della regione (uccisioni, deportazioni, immigrazioni in massa di slavi); sia perché il volgere del tempo, esasperando attraverso il fatto compiuto i sentimenti ed appetiti nazionalistici jugoslavi, i motivi di prestigio di Tito ed i fattori di politica internazionale che hanno provocato l'attuale situazione renderanno tanto più difficile agli Alleati fare domani quello che non sono riusciti (o, peggio, non hanno voluto?) fare oggi. 3. Un aspetto della questione cui non è stata forse data in questi giorni sufficiente attenzione, è che l'occupazione jugoslava ha tutte le caratteristiche di una assunzione di vera e propria sovranità; la pratica esecuzione, cioè, di quella «annessione» formale proclamata nel novembre 1943 dal cosidetto governo di liberazione jugoslavo. Così la cosidetta «leva in massa», la costituzione di un nuovo «governo», e le altre infinite misure già attuate o di prossima sicura attuazione che superano di gran lunga le attribuzioni di una forza militare occupante e solo possono competere ad uno Stato sovrano. 4. In queste circostanze conviene che si riesamini la nostra linea di condotta: sostituendo alla previa tattica temporeggiatrice un'azione positiva e immediata, atta ad evitare ad ogni costo che si cristallizzi o, peggio, vada progressivamente deteriorando - una situazione a noi così sfavorevole. Possono tra l'altro esaminarsi le seguenti ipotesi: a) prender oramai l'iniziativa presso gli alleati di una formale proposta conciliativa, quale potrebbe essere quella basata «in principio» sulla cosidetta linea Wilson. Essa potrebbe, facendo balenare la prospettiva di una soluzione pacifica - quale è da ritenere che gli Alleati desiderino, anche per tirar se stessi dall'imbarazzo - valere a mobilitare a nostro favore l'opinione pubblica anglo-americana, e, forse anche francese. Consentirebbe di superare il punto morto in cui si è giunti, darebbe una prova tangibile della nostra buona volontà, metterebbe in moto un negoziato che altrimenti rischia di non aver mai luogo, permetterebbe di svolgere attorno ad una tesi concreta una utile azione diplomatica per interessare alla cosa una serie di paesi a noi tendenzialmente favorevoli (America latina). Ci permetterebbe oltre tutto di far valere i sostanziali argomenti a favore della italianità della regione (composizione etnica, lingua, interessi economici) prima che questi vengano progressivamente eliminati di fatto dai jugoslavi. La «linea Wilson» ha il vantaggio di esser stata proposta, come soluzione salomonica, da un presidente democratico degli Stati Uniti; di esser stata trovata ottima dai governi britannico e francese, e accettabilissima dal governo jugoslavo di allora. Vi è ampio margine, quindi per una buona «propaganda». b) fare un passo formale presso i governi alleati per provocarne una inequivocabile presa di posizione. I casi sono due: o essi riconoscono l'annessione proclamata dal governo di liberazione jugoslavo nel 1943, e allora ci regoleremo di conseguenza; oppure non la riconoscono ed allora debbono· provvedere per lo meno ad una qualche forma di amministrazione mista, e sconfessare pubblicamente quelle misure che i jugoslavi vanno applicando in quanto si considerano autorità sovrana. Ma che ci dicano chiaramente qual'è il loro punto di vista. Anche la semplice e nuda conferma che la questione può solo esser decisa in sede di trattative di pace, potrebbe esserci utile per l'avvenire. (La stampa di stamane riporta le dichiarazioni che avrebbe fatto ieri il sottosegretario di Stato americano Grew nel senso che «la città di Trieste resterà sotto il controllo delle forze alleate sino al trattato definitivo di pace che dovrà decidere sulla sorte della città»  Ma anzitutto è bene sapere cosa si intende per Trieste. Ancor più non è possibile riconoscere l'esistenza di una distinzione giuridica oltre che di fatto, tra Trieste ed il resto della Venezia Giulia: riconoscendo come definitiva l'annessione jugoslava per una parte ma non per l'altra; e stabilendo che solo per Trieste debba attendersi la decisione dei trattati di pace. 5. Da parte degli ambienti giuliani - profondamente avviliti - si insiste intanto sui seguenti punti: a) che il governo faccia un qualche gesto solenne di solidarietà nazionale a favore della Venezia Giulia. C'è chi arriva a suggerire che si sforzi la mano degli alleati con una minaccia di dimissioni collettive motivata dal fatto che nessun governo si. sente di assumersi la corresponsabilità dell'attuale stato di incertezza e di impotenza. Ma che altrimenti si lancino pubbliche sottoscrizioni, si facciano pubbliche dichiarazioni, insomma qualcosa di inequivocabile. b) che sopratutto il governo esamini realisticamente la situazione e prenda una posizione precisa; se esso intende ad ogni costo e sino alle estreme conseguenze lottare per l'italianità della regione o una parte di essa, lo dica e lo faccia sapere ai giuliani, che si trovano assolutamente senza alcuna guida e si sentono completamente abbandonati: essi sapranno compiere il loro dovere ancora una volta. Altrimenti che il governo dica loro non meno chiaramente che la causa è perduta, o che esso non intende o non può far niente; ciò risparmierà almeno inutili illusioni ed inutili nuove vittime e nuovi dolori."

L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI R. RISERVATO 226/52. Mosca, 13 maggio 1945 (per. il 2 giugno). "Mi riferisco al mio rapporto n. 138/12 del 23 aprile u.s.  Ho avuto ancora occasione di parlare con Vyshinsky e con Dekanozov nel
senso del telegramma di V.E. n. 113 del 12 aprile u.s.  Ho ripetuto loro il passo da me fatto presso questo incaricato d'affari di Jugoslavia, aggiungendo che, a quanto mi risultava, passo analogo era stato fatto dall'ambasciatore a Londra. A Vyshinsky ho aggiunto che se il governo sovietico riteneva il nostro punto di vista rispondente alle necessità di una vera pacificazione dell'Europa, e se credeva di esercitare la sua influenza a Belgrado, nel senso di facilitare una ripresa dei nostri rapporti diretti colla Jugoslavia, il governo italiano gliene sarebbe senza dubbio grato. Mi ha espresso, in termini vaghi, il suo compiacimento per le buone intenzioni del governo italiano: quanto alla ripresa dei rapporti, era, naturalmente una questione che riguardava soprattutto il governo jugoslavo: in ogni modo, il governo sovietico avrebbe considerato cosa poteva fare. Personalmente dubito assai che il
governo sovietico faccia qualche cosa. Circa il fondo della questione delle nostre frontiere, al Narkomindiel si continua a rifiutare di entrare in argomento. Le mie informazioni provengono da diplomatici «amici» e da giornalisti stranieri di estrema sinistra, che meglio degli altri riflettono il pensiero di questo governo e che ~ come ho avuto occasione di verificare ~ riferiscono in alto luogo quello che io dico loro. La stampa sovietica continua a mantenere il silenzio sulla questione: ha tuttavia cominciato a svelare prudentemente le sue batterie. La notizia della presa di Trieste da parte delle truppe jugoslave è stata così riportata: «La guerra in Jugoslavia, Trieste, Pola, Fiume occupate dall'esercito jugoslavo». Poi, in piccolo, è stato aggiunto che anche le truppe neo-zelandesi erano entrate a Trieste ed avevano trovata la città già occupata dai jugoslavi. Non ho dubbio che quanto ho riferito a E.V. col mio telegramma n. 146-151 3 corrisponde alla verità. Se i russi non si pronunciano è perché non sono sicuri dell'atteggiamento anglo-americano, e, in un momento in cui c'è tanta carne al fuoco, non vogliono tirare fuori una nuova questione. La situazione~ per quanto concerne la Russia~ è questa: la Russia sostiene al l00% le rivendicazioni jugoslave ai nostri confini orientali, e, se un giorno dovesse cedere, in parte, lo farà solo di fronte ad una precisa opposizione anglo- americana. Nei miei precedenti rapporti e telegrammi, ho attirato l'attenzione dell'E.V. sul momento «slavo» della questione, elemento importantissimo non solo perché elemento fondamentale della politica europea della Russia, ma anche perché profondamente sentito dal popolo russo. Ma non va dimenticato un altro elemento fondamentale della politica russa per quanto ci riguarda: il desiderio di eliminare l'Italia dalla politica balcanica e centro-europea. La Russia sovietica continua la politica della Russia zarista: se ciò è stato sempre vero, ciò lo è tanto più in un momento in cui prevalgono qui forze e tendenze nazionalistiche. L'U.R.S.S. è arrivata con una guerra vittoriosa a realizzare quello che era stato il sogno della Russia imperiale: estendere la sua influenza politica e militare su quasi tutta la penisola balcanica e su quasi tutto l'ex Impero austro-ungarico. E, logicamente, tende ad escludere, da questa sua zona d'influenza, ogni ingerenza straniera. Lo sta facendo anche nei riguardi dell'influenza degli inglesi, degli americani e dei francesi, e lo fa anche senza troppi complimenti; ma questi, specialmente i primi due, hanno dei mezzi per difendersi. Intanto, in ogni evenienza, è bene provvedere ad eliminare ogni possibile influenza italiana avvenire, sia che essa debba lavorare per conto proprio, sia che essa possa funzionare per conto degli altri. Trieste, a parte il suo valore sentimentale per gli italiani, è precisamente la porta dell'influenza economica, e quindi politica, dell'Italia nei Balcani e più ancora nell'Europa centrale: è per questo che essa deve passare in mani sicure. Nel periodo anteriore al 1914 c'è stato qualche tentativo di cooperazione italo-russa nei Balcani, in funzione anti-austriaca: ma si trattava di una coincidenza temporanea, prova ne sia l'atteggiamento della Russia verso di noi, sia in occasione dei negoziati del Patto di Londra che poi. L'U.R.S.S. assume oggi la posizione che avrebbe assunto verso di noi l'antica Russia nel 1919, se essa fosse stata vincitrice: con l'aggravante per noi che oggi non siamo più garantiti dal Patto di Londra, e siamo una Nazione vinta. Dal 1919 alla nostra sconfitta, la politica italiana nei Balcani e nell'Europa centrale è stata anti-slava: avendo vinto la guerra anche contro di noi, la Russia vuole garantirsi di non incontrare più sul suo cammino l'Italia: promesse di buona condotta da parte nostra, quante ne vogliamo: qui si preferiscono i fatti. Il giorno, se esso verrà mai, che i russi si decidessero a parlare chiaro con noi, il discorso che ci faranno è questo: politica di amicizia, di collaborazione con l'Italia, siamo pronti a farla, siamo pronti a dimenticare tutto il passato: da parte nostra, però domandiamo una garanzia formale di non immischiarvi nella nostra politica nei Balcani, e nell'Europa centrale: e questa garanzia formale non può essere per noi che una rinuncia italiana a Trieste, come possesso politico: se volete garanzie che l'italianità, in senso etnico e culturale, di Trieste, nel complesso jugoslavo sia mantenuta, potrete avere tutte le garanzie che volete. Questa è la posizione della Russia, indipendentemente da quello che possa essere il regime politico interno in Italia. Non ha importanza, per me, l'indagare se sia il nazionalismo jugoslavo a trascinare la Russia su questo terreno. A mio avviso la Jugoslavia, come elemento balcanico chiave della politica russa della «fratellanza slava» fa, colla sua politica di rivendicazione delle frontiere all'Isonzo, la politica della Russia; né più né meno. La nostra offerta di riprendere le relazioni dirette colla Jugoslavia, potrà essere accolta più o meno presto, con più o meno buona grazia, da Belgrado, ma esclusivamente per ragioni di opportunità internazionale. Sostanzialmente essi non ci tengono: appoggiati dalla Russia, convinti di non avere opposizioni decise altrove, si sentono sicuri del fatto loro. Conoscono, loro, troppo bene l'Italia per non rendersi conto che noi, di nostra buona volontà, non cederemo mai Trieste: non vedono quindi cosa possano guadagnare con dei negoziati diretti. Per questo stesso non credo che la Russia sia disposta ad aiutarci in questa strada. Non dico che la Russia non preferirebbe un accordo diretto fra noi e la Jugoslavia, ma solo a condizione che l'Italia accetti di buon grado le richieste jugoslave: ne sarebbe certamente contenta, perché leverebbe dal tappeto una questione che potrebbe essere grossa. Ma siccome l'Italia non si dimostra disposta a rinunciare a Trieste, allora qui si preferisce considerare la questione dei nostri confini orientali come una delle questioni relative all'assetto territoriale dell'Europa del dopo-guerra che debbono essere esaminate e decise dai Big Three, o, se si vuole, dai Big Five. Questa è la posizione dei russi e questa è la ragione per cui si rifiutano costantemente di toccare l'argomento con noi. Ammettendo, come ritengo, che l'opinione dei diplomatici «amici» e dei giornalisti di estrema sinistra rispecchi l'opinione del governo sovietico, il governo sovietico apina che non ci sarà, allo stato attuale delle cose, decisa opposizione da parte dell'Inghilterra all'assegnazione di Trieste alla Jugoslavia. Essi ritengono che sostanzialmente la politica inglese e la politica sovietica concordino nell'opportunità di togliere i denti all'Italia sia pure in differenti regioni e con differenti mezzi. Se l'opposizione inglese ci sarà, essa non sarà a fondo, ed esiste sempre con l'Inghilterra una possibilità di «scambio». Si ritiene invece possibile che ci sia opposizione da parte americana: l'America, si ritiene, non sarebbe contraria ad una revisione del confine orientale italiano a favore della Jugoslavia, ma contraria all'assegnazione di Trieste alla Jugoslavia. Da questa possibilità sarebbe venuto il consiglio agli jugoslavi di pensare a «lavorare» l'America. Non so quanto questo apprezzamento delle posizioni inglesi ed americane sia esatto. I russi però non debbono essere sicuri del tutto del fatto loro: se non si sono ancora pronunciati apertamente per una questione, su cui le loro idee sono precise, questo non è perché pensano di dover mutare le loro idee per considerazioni per l'Italia, ma perché non vedono ancora chiara la posizione degli altri due alleati, e non vogliono prendere una posizione da cui poi sarebbe difficile di recedere senza perdita di prestigio, sia all'interno che all'estero. La situazione quindi, almeno a quanto la si può vedere da qui, è la seguente. Il destino di Trieste non è nelle nostre mani: la sua soluzione dipende esclusivamente dalla decisione dei tre alleati. Allo stato attuale delle cose, non vedo cosa si possa fare, da parte nostra, per mutare l'atteggiamento del governo sovietico. Si può obiettare che questa politica sia in contraddizione con la politica di amicizia verso l'Italia che questo governo ha, a più riprese, dichiarato di voler seguire. Dal punto di vista nostro ci può essere contraddizione, ma da come si vedono le cose qui, contraddizione invece non c'è. Premessa necessaria per una politica di amicizia colla Russia è la eliminazione di qualsiasi questione che possa essere in discussione fra un determinato paese e la Russia, sia direttamente che indirettamente. Non c'è dubbio, credo, sulla intenzione della Russia di avere buone relazioni col governo di Varsavia: eppure il governo russo non ha voluto fargli delle concessioni sulla questione di Leopoli. Così la Finlandia, per l'amicizia della Russia, ha dovuto cedere una parte del suo territorio, la Romania ha dovuto cedere la Bessarabia, la Cecoslovacchia dovrà cedere la Rutenia subcarpatica e così via. Anzi è dalla maggiore o minore prontezza a fare di queste concessioni che si giudica se un determinato Stato o governo è veramente amico della Russia. Nel caso che ci riguarda, l'acconsentire, da parte nostra, alla cessione di Trieste alla Jugoslavia dovrebbe essere la prova formale che noi abbiamo rinunciato ad ogni velleità di politica anti-slava (e quindi anti-russa), premessa questa, sine qua non, di una politica di amicizia con l'U.R.S.S. In compenso di questa concessione, la Russia può essere da parte sua disposta ad appoggiare reclami territoriali in altra direzione (vedi Polonia e Jugoslavia) o ad aiutare in altri campi. Che questa concezione russa della politica di amicizia possa essere sbagliata, non lo discuto: essa è la conseguenza di tutta una speciale formazione psicologica di questo governo: la dovranno modificare in seguito, se vogliono fare veramente una politica che non sia solo politica di forza: ma non lo faranno se non dopo averci duramente sbattuta la testa. Oggi c'è qui una concezione talmente egocentrica della propria importanza e della propria forza da far considerare che nessun sacrificio è troppo caro per acquistarsi l'amicizia russa. E chi non lo vuoi capire guardi cosa è accaduto alla Germania. Ho accennato alla convinzione qui esistente che il problema di Trieste non sia sentito dal proletariato italiano ed alla opportunità, se possibile, di provocare una manifestazione chiara di partiti od organizzazioni a cui qui maggiormente si riconosce il diritto di parlare a nome dei lavoratori: per esempio la C.G.L. Questa convinzione effettivamente esiste ed è la logica conseguenza dell'impostazione della questione della nostra guerra e delle nostre frontiere orientali, fra i vari partiti italiani, in un passato ormai lontano: dello stesso legame spirituale, esistito a suo tempo, fra i legionari fiumani ed il fascismo. E siccome essa coincide con i desideri della politica sovietica, si è portati ad accettarla facilmente e sarà difficile sradicarla. Non bisogna esagerare sulla influenza che una manifestazione non equivoca dei sentimenti dei lavoratori italiani può avere sulle direttive della politica sovietica; si potrà sempre obbiettare che la situazione non è stata sufficientemente spiegata al popolo italiano: ma essendo l'unica cosa che può avere qui un minimo d'influenza ho ritenuto opportuno di segnalarla all'E.V. Data l'impostazione politica della questione di Trieste, resta naturalmente da domandarsi se una nostra politica nettamente orientata verso l'Unione Sovietica, con impegni chiari, messi qui nero su bianco - ci vorrebbe non meno di un patto sul genere di quello jugoslavo che desse ai russi la sicurezza che Trieste in mano italiana servirebbe altrettanto agli scopi della politica europea della Russia, che Trieste in mano jugoslava- non potrebbe modificare l'atteggiamento russo. Forse una certa influenza potrebbe averla: ma, a parte il fatto che noi abbiamo altri affari che quello di Trieste da trattare, si tratta di una politica che, nella situazione di oggi nell'Italia, non è realizzabile. Tuttavia una politica, da parte nostra, che soprattutto nelle piccole cose -
oggi per noi sono soprattutto le piccole cose che contano - tenga conto e prontamente di ogni desiderio russo, può costituire un altro elemento a nostro favore. Ma sostanzialmente, e ritengo mio dovere di ripeterlo, la Russia cederà sulla questione di Trieste solo di fronte ad una recisa opposizione anglo-americana: quel poco che ho suggerito di fare, può soltanto, secondo me, facilitare alla Russia l'adattamento alle tesi anglo-americane. Se gli anglo-americani non sono disposti a difendere Trieste, per lo meno con lo stesso accanimento con cui stanno difendendo la loro posizione in Polonia, Trieste, a meno di un miracolo, è perduta. Per quanto io posso giudicare da qui, la politica adottata da V.E. di rimandare la soluzione della questione, cercando di non invelenirla, è come impostazione l'unica per noi possibile e consigliabile: ammesso che riusciamo a rimandare la soluzione, si tratta di sfruttare questo periodo di respiro per migliorare la nostra situazione che, secondo me, è pessima. È inutile nasconderei il fatto che siamo, generalmente, impopolari. I jugoslavi di qui - e evidentemente anche i russi - sono rimasti seccati che il colpo dell'occupazione jugoslava di Trieste non sia riuscito, almeno in pieno; con ciò - speriamo che duri - si è evitato che si crei una situazione di fatto a nostro svantaggio. Prevengo però che di qui si farà tutto il possibile, sotto qualsiasi pretesto, per riuscire a far tornare indietro gli inglesi. Come impostazione generale della questione - prevengo che io mi baso soltanto su elementi presi dalla nostra stampa - basarci sul Trattato di Rapallo, come su di un trattato liberamente stipulato fra i due Stati, sarebbe sbagliare radicalmente l'impostazione. Il fatto può essere anche esatto: non discuto. ma nell'opinione pubblica anglo-sassone, è rimasta una generale impressione ché, nella questione delle nostre frontiere colla Jugoslavia, dopo l'altra guerra, è stata commessa una ingiustizia che è necessario di riparare: il minimo che noi possiamo fare è di accettare, in linea di massima, il principio della revisione, e cercare di !imitarlo: nel 1919 gli jugoslavi sono riusciti ad apparire vittime: dovremmo fare il possibile per apparire noi adesso le vittime. In secondo luogo a me sembra inevitabile che noi ci mettiamo sulla linea del plebiscito. Mi rendo perfettamente conto di tutti i rischi e di tutte le incognite di un plebiscito: mi sembra di comprendere che i jugoslavi vi sono contrari: ragione di più per farlo noi. Se non ci mettiamo sul terreno del plebiscito, ci mettiamo su di un terreno che incontrerà certamente favore nell'opinione pubblica anglo-americana, l'unica influenza che ci può garantire da un marchandage segreto fra governi. Se noi lo rifiutiamo, basandoci sui nostri diritti indiscutibili, avremo tutte le ragioni, ma tutti diranno che lo facciamo perché sappiamo che le popolazioni sono contro di noi. Terzo punto, e secondo me psicologicamente non meno importante, è quello di seccare il meno possibile. La reazione generale, quando si è cominciato a parlare della questione di Trieste, è stata «oh Dio, un'altra grossa questione». Persona tornata recentemente da Londra mi riferiva che un'alta personalità britannica gli aveva detto «l'Italia con le sue questioni colla Jugoslavia è stata la piaga dell'ultima Conferenza della pace: adesso si prepara a fare lo stesso: grazie a Dio questa volta non ha voce in capitolo». Io non ho idea della disposizione effettiva dell'opinione pubblica anglo-americana al riguardo. Qui posso giudicare soltanto dalle reazioni dei circoli giornalistici e diplomatici. Non dubito, però, che ci sia un diffusa stanchezza per tutte queste questioni che sorgono giornalmente fra alleati e che rendono il cammino della pace sempre più difficile. Dovremmo cercare di fare il possibile perché i jugoslavi, e non noi in questo affare, appaiano i guastafeste. Non è facile, perché - e l'esperienza del 1918 e 1919 ce l'ha mostrato - i jugoslavi la loro propaganda la sanno fare bene ed è innegabile che, oggi, hanno nel mondo, senza parlare di qui, una stampa migliore di noi. Le sorti di Trieste sono assai gravemente compromesse, è inutile nascondere la verità. Qui siamo su terreno definitivamente contrario al nostro punto di vista: se in Inghilterra ed in America è possibile ottenere una disposizione più favorevole, allora e solo allora, si potrà tentare qualche azione collaterale su questo governo."

L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI Mosca, 13 maggio 1945 (per. il 2 giugno).(...) Ma questo non è tutto: " 1)  noi avevamo degli interessi abbastanza cospicui in Polonia, cito soltanto le Assicurazioni Generali e la Banca Commerciale: già V.E. ha cominciato ad interessarmi alla loro sorte. La loro sorte dipende dai polacchi e non dai russi. Il nostro delegato sul posto può certo fare in loro difesa molto più di quanto possa fare io da Mosca. 2) La Polonia esce dalla guerra industrialmente molto più forte: possiamo avere enorme bisogno del carbone polacco, per esempio, e l'industria mineraria ha pochissimo sofferto della guerra. Sarebbe bene cominciare ad interessarsi fin da ora di quello che si può fare in avvenire. Le disposizioni dei polacchi, che tengono a che la loro vita economica non sia una conversazione a due colla Russia, sono molto favorevoli. 3) In quanto le loro possibilità glielo permettono, i polacchi sono piuttosto portati a simpatizzare con noi per la questione di Trieste. Essi ed i cechi possono avere un certo interesse a che Trieste, quale sbocco economico importante per loro, non sia del tutto in mani russe. Sono il primo a rendermi conto che le loro possibilità di influire sono minime, ma, nella situazione attuale, non bisogna, mi sembra, trascurare nessuna minima possibilità".

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. 36011109-110. Washington, 14 maggio 1945, ore 23,30 (per. ore 17 del 15). " Miei telegrammi 102 e 1035 e telegramma di V.E. 996 pervenutomi 12 notte. Ho stamane consegnato al Dipartimento di Stato una nota verbale 7, in cui, dopo aver ringraziato ufficialmente per il comunicato diramato qui sabato sera circa questione Venezia Giulia, ho esposto notizie e argomenti comunicatimi da V.E., ponendo anche in rilievo ultime informazioni stampa da Belgrado circa preteso accordo esercito sovietico Tito e quartiere generale truppe alleate Mediterraneo. Ho in pari tempo illustrato a voce dettagli stesso argomento. Dopo preso visione della nota, mi è stato dichiarato: l) che qui constava che la situazione nella Venezia Giulia e a Trieste era precisamente quella da noi descritta. 2) che qui si intendeva che detta situazione dovesse essere risolta, con oculata fermezza, nel senso indicato dal comunicato del Dipartimento di Stato di cui (come accennato nel mio telegramma l 02) il presidente era a conoscenza. Al Dipartimento di Stato mi si è confermato che ormai la questione Venezia Giulia non è fra gli alleati e Tito ma tra i «grandi tre». Al riguardo mi si è chiesto
se avessi notizie sull'atteggiamento di Mosca e su impegni tra questa e Tito nella predetta questione (il che potrebbe confermare quanto da me comunicato con telegramma n. l03). Alla mia precisa domanda in che consistesse esattamente l'accordo tra il quartiere generale di Alexander ed il maresciallo Tito, di cui alle notizie da Belgrado, mi è stato risposto che non esiste alcun accordo ma solo un temporaneo modus vivendi in attesa che i «grandi tre», i quali stanno trattando, abbiano fissato la situazione della Venezia Giulia secondo le linee chiaramente indicate nel comunicato del Dipartimento di Stato di sabato sera. Mi è stato assicurato infine la questione veniva seguita dal Dipartimento «con la più attenta vigilanza di ora in ora» conforme anche alle istruzioni ricevute dall'alto. Continuo ad adoperarmi nel migliore modo possibile, col massimo impegno."

L'INCARICATO D'AFFARI PRESSO I GOVERNI CECOSLOVACCO E NORVEGESE A LONDRA, GUIDOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
R. 39/17. Londra, 14 maggio 1945 (per. il 24). " Rispondo alla lettera di V.E. n. 16/6287/121 del 30 aprile- Ho subito chiesto un colloquio al ministro Ripka, del quale si annuncia la partenza per Praga. Già segretario generale al ministero degli Affari Esteri, intimo e costante collaboratore di Benes in politica estera, riconfermato nel nuovo Gabinetto come ministro del Commercio Estero, ma secondo alcuni in predicato come prossimo successore di Masaryk, Ripka è l'ultima personalità cecoslovacca di primo piano rimasta a Londra. Dal giorno della partenza di Benes è stato qui il rappresentante più autorevole del governo cecoslovacco. Poiché mi risulta inoltre che le comunicazioni con il governo nazionale tornato in patria sono state sinora scarse, o nulle, mi è sembrato buona cosa profittare della partenza di Ripka per pregarlo di portare un messaggio al presidente Benes sulla questione di Trieste.
Gliene avevo già parlato in altra occasione ma, valendomi ora delle istruzioni di V.E. ho potuto tornare sull'argomento con ben altra autorità e chiarezza. Premetto che non è dubbio che i cecoslovacchi considerino come un loro interesse il libero accesso al porto di Trieste; né potrebbe essere altrimenti, la stessa configurazione geografica della Cecoslovacchia, una lunga striscia orizzontale di territorio da occidente a oriente, portandola a gravitare, con la sua economia e con i suoi traffici, anche dalla nostra parte. Inoltre, come ho già fatto presente col mio rapporto n. 26n del 24 aprile, sembra che sia intenzione dei cecoslovacchi di evitare, quanto è possibile, per il loro commercio occidentale i porti settentrionali della Germania, che negli anni fra le due guerre hanno fatto una concorrenza così dura a Trieste. La difficoltà sta nel convincerli: primo, che questo loro interesse non potrà essere pienamente servito che se Trieste è in mano italiana; secondo, che fa parte della loro naturale funzione, politica e geografica, di rendersi interpreti di questa necessità presso il governo sovietico. È su questi due punti, separatamente, che ho concentrato il mio discorso. Per la prima parte ho rammentato a Ripka che la Venezia Giulia è una regione nella quale s'incontrano popoli, civilità, economie diverse. Bandirne l'Italia che con la sua influenza morale vi è presente da secoli, come dimostra il fatto che - essa ne ha popolato le città, se non dappertutto le campagne, sarebbe, non soltanto un errore politico, ma una operazione fatale alla quale la regione, come entità economica e nella sua funzione di distributrice dei traffici, non potrebbe sopravvivere. Trieste, se si potesse ammetterne l'ipotesi, andrebbe perduta per l'Italia, ma egualmente perduta sarebbe, come emporio commerciale e centro di scambi, per tutti i paesi che si affacciano alla Venezia Giulia. Inoltre, tutto il popolo italiano, senza distinzioni di partiti e di classi, sentirebbe la profonda ingiustizia di questa decisione; alle sue frontiere orientali mutilate rimarrebbe un'Italia amareggiata, fertile terreno di quel nazionalismo che il suo governo ripudia e condanna ma che non sarebbe forse più possibile tenere a freno. Questo nuovo nazionalismo sarebbe una reazione fatale a quello di cui danno prova in questo momento alcuni portavoce di quel popolo jugoslavo con il quale il popolo italiano vuole invece vivere in concordia e collaborazione. Ripetendo esattamente il suo concetto ho detto a Ripka che V.E. e tutto il governo italiano vedono negli slavi del sud il ponte, non la frattura, tra la nuova Italia democratica e la famiglia slava; che ero convinto che questo fosse anche il pensiero del governo cecoslovacco e che la sua posizione politica unica rendeva necessario e doveroso che la Cecoslovacchia adempiesse alla sua funzione storica aiutando potentemente, dal canto suo, a stabilire questo ponte. Per tutta questa parte Ripka ha approvato di continuo e calorosamente. Sapevo del resto, per aver Ietto i suoi libri, che questa, della funzione della Cecoslovacchia, come anello di congiunzione tra l'occidente e l'oriente, è l'idea dominante del suo pensiero politico. Prevedendo che sulla seconda parte, cioè l'appoggio della tesi italiana presso il governo sovietico, Ripka sarebbe stato ben più riservato, ho preferito abbordarla per via indiretta. Autorizzato da S.E. l'ambasciatore, gli ho ricordato un colloquio del conte Carandini col presidente Ben es del 26 febbraio u.s. 2 ; e in particolare che in quel colloquio il presidente aveva promesso al nostro ambasciatore di parlare con i russi della questione di Trieste e di informarlo del loro sentimento. Ho aggiunto che consideravo un'occasione propizia la sua prossima partenza per Praga e che perciò lo pregavo di portare al presidente, personalmente, l'espressione del pensiero di V.E. Gli ho anche consegnato, con preghiera di farlo vedere al signor Benes, il testo della dichiarazione del Consiglio dei ministri italiani del 26 aprile 1. Sebbene questa dichiarazione sia superata in gran parte dagli avvenimenti, in quanto mi sembra che la posizione presa in seguito dai governi inglese e americano rappresenti il trionfo completo della tesi italiana circa l'amministrazione alleata della Venezia Giulia ai termini dell'armistizio, ho rilevato il fatto che la decisione era stata presa all'unanimità da un governo nel quale sono rappresentati quasi tutti i partiti, e che nella sua composizione, almeno dal punto di vista esteriore, presenta molte somiglianze con il governo cecoslovacco. Ripka mi ha promesso nel modo più esplicito che avrebbe riferito a Benes tutto quanto gli avevo detto. Su un intervento amichevole presso il governo russo non ha fatto parola, né io per parte mia ho creduto opportuno di insistere. A questo proposito mi permetta V.E. come conclusione del rapporto, di aggiungere una parola per cercar di definire la posizione degli uomini di Londra nella nuova situazione cecoslovacca. Il Gabinetto Fierlinger, come ho già riferito, si presenta come un dosaggio, dal punto di vista aritmetico perfettamente equilibrato, tra il personale politico di Londra e quello della resistenza interna; cioè, grosso modo, tra gli uomini di Benes e quelli di Mosca. Il·fatto che Benes, unico tra i capi di Stato in esilio, abbia scelto risolutamente e a tempo giusto la via di una intima collaborazione con Mosca gli ha dato indubbiamente una posizione di eccezione, e gli ha permesso di realizzare un successo che appare notevole, sopratutto se paragonato a quanto è avvenuto in Grecia e in Jugoslavia. Da parte loro i russi hanno indubbiamente ritenuto utile ai loro fini di valersi per il momento della personalità, del prestigio e dell'autorità del presidente per formare un governo, e gettare le basi di un regime, che non dovrebbe differire gran che dagli altri già instaurati nei Paesi liberati dall'armata rossa. Ma ciò non implica necessariamente che essi considerino Benes, nutrito come è di pensiero occidentale, cresciuto nella tradizione democratica europea, come il loro uomo. Vari segni, e informazioni da varie fonti, starebbero ad indicare che tutto il personale politico di Londra - Benes non escluso - siano considerati con cautela e riserbo da Mosca. Forse si dubita che questi uomini possano mai acquistare tutta la docilità voluta. Questo sentimento, comunque, è molto vivo e diffuso negli ambienti cecoslovacchi di Londra, e li rende ancora più cauti ad esprimere un'opinione propria quando siano in dubbio se questa opinione coincida con il sentimento del governo sovietico. A mio parere, perciò, non si può fare troppo affidamento sui buoni uffici cecoslovacchi. I punti di contrasto tra Benes e il suo ambiente, e dall'altra parte i capi prescelti da Mosca, saranno già di per sè abbastanza numerosi e pericolosi; né mi sembra probabile che in queste circostanze si voglia prendere partito per una questione che non è per loro di importanza vitale."


L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
T. 37711177. Mosca, 19 maggio 1945, ore 1.25 (per. ore 8 del 20). " Secondo quanto mi viene riferito, nuovo ambasciatore Jugoslavia giunto ieri in aereo da Belgrado ha detto che passo anglo-americano per ritiro truppe jugoslave ha praticamente carattere ultimatum, ma che governo jugoslavo è deciso non cedere: per far ritirare truppe jugoslave anglo-americani sarebbero costretti far uso armi e a Belgrado si ritiene che essi non si decideranno a farlo in vista possibili ripercussioni conflitto armato. Stampa sovietica continua fino a oggi a non fare menzione questione. In questi ambienti giornalistici americani si ritiene quasi unanimemente: l) che America è decisa agire a fondo per ottenere ritiro jugoslavi da Trieste; 2) che politica fatti compiuti Tito ha prodotto forte reazione anti-jugoslava opinione pubblica americana e quindi considerevolmente migliorata nostra posizione. Per quanto concerne punto primo maggioranza giornalisti americani essendo autori politica americana più ferma possono scambiare speranza per realtà."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. 38081118. Washington, 19 maggio 1945, ore 10,15 (per. ore 10,30 del 21). Telegramma di V.E. 1071 qui pervenuto 18 corr. " In conformità delle istruzioni di V.S. ho nuovamente rinnovato sottosegretario Stato Grew sensi viva soddisfazione italiana per diffusione 12 corr.  Nota di risposta jugoslava, a quanto mi è stato detto Dipartimento di Stato, elude precise richieste presentate Tito: Belgrado ripete generiche tesi già accampate prima del passo anglo-americano circa pretesi diritti forze jugoslave analoghi quelli eserciti alleati in territori occupazione. Si attendono comunicazioni di Londra per concordare azione comune. Ho fatto nuovamente presente necessità urgenti decisioni aggravandosi ancora situazione Venezia Giulia. Mi è stato risposto che decisioni dovrebbero essere prese nei primi giorni della prossima settimana, non escludendo che nota jugoslava possa essere seguita da altra più soddisfacente dopo proclama del maresciallo Alexander alle proprie truppe per informarle sviluppo eventi politici che possono concernerle."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, T ARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. 3852/122. Washington, 21 maggio 1945  (per. ore 9 del 23). "Questo pomeriggio al Dipartimento di Stato mi si è accennato al desiderio di conoscere dettagliato punto di vista italiano circa futura regolamentazione finale della questione della Venezia Giulia. Probabilmente, quando calma sarà riportata nella regione - e al riguardo ho molto insistito su necessità insediamento già previsto amministrazione militare alleata - Washington si rivolgerebbe a Roma e a Belgrado chiedendo esprimere propri giustificati desiderata.Per quanto ci riguarda, conversazioni potrebbero svolgersi costà o forse qui. Mi si è quindi accennato dichiarazioni anche pubbliche recentemente fatte costà circa revisione frontiera 1939, come pure alla composizione etnica popolazione litorale e dell'interno e agli studi qui fatti dopo altra guerra che portarono alla nota posizione americana imperniata sulla «linea Wilson». Per quanto riguarda porto Trieste si è accennato a necessità di ampie facilitazioni commerciali Stati interessati. Ho aderito per parte mia personalmente a tale ultimo accenno, fornendo cifre circa commercio vari [Stati] cui Jugoslavia partecipa in modo esiguo. Circa altre questioni ho risposto sulle generali osservando che Jugoslavia dovrebbe per parte sua, rivedere proprie esageratissime rivendicazioni e consentire sacrifici corrispondenti a quelli cui potrebbe indursi nuova Italia democratica in [proporzione] anche sempre assai dolorosi, e che potrebbero esser giustificati soltanto dalla necessità di contribuire ad una reale pacificazione europea e ad una definitiva regolamentazione tra Roma e Belgrado, da molti mesi da noi vivamente auspicata. Sarei grato a V.E. voler, se ritenuto opportuno, inviarmi istruzioni per mia norma di linguaggio, questione potendosi anche presentare con carattere d'urgenza.Pregherei altresì inviarmi documentazioni dettagliate circa precedenti regimi porto franco Trieste nonché vari accordi conclusi· con Stati successori impero austro-ungarico."

IL RAPPRESENTANTE A PARIGI, SARAGAT, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
R. 244/84. Parigi, 21 maggio 1945 (per. il 12 giugno). (...) "Ho fatto notare al presidente Jeanneney come sarebbe assurdo dubitare delle reali intenzioni della democrazia italiana. Ho accennato allo spirito del Risorgimento che ha presieduto e presiede alla nostra lotta di liberazione nazionale e alla nostra rinascita democratica. Gli ho detto che un fremito di patriottismo scuote oggi la penisola, ma non era certo un grande francese come lui, Jeanneney, che avrebbe potuto fraintendere il significato di questo fenomeno così frequente nella gloriosa storia di Francia perché il sentimento di patria è avvivato da ogni moto di riscossa democratica. Assurdo sarebbe confondere questo amore per la propria terra e questa volontà di vederne rispettati i confini segnati dalla storia e dalla natura con non sappiamo quale rigurgito di nazionalismo di cui invece sono la negazione radicale. Di qui l'emozione per ogni atto o parola intesi a offendere l'integrità territoriale. Mentre l'Italia, gli ho detto, si trova a lottare duramente per difendere i suoi sacrosanti diritti sulla Venezia Giulia e su Trieste per la cui liberazione ha combattuto una guerra e ha sacrificato 600.000 dei suoi figli è con doloroso stupore che essa vede sorgere anche per le frontiere dell'ovest una più o meno vaga minaccia. E ciò tanto per l'offesa immediata che ne risulta quanto per l'alibi che un tale atteggiamento della Francia potrebbe costituire a favore delle assurde pretese jugoslave. (....) Egualmente la Francia ha motivo di dolersi per il fatto che nell'armistizio avvenuto a Caserta essa non sia stata consultata. Anche per la questione di Trieste essa non è stata consultata e «vi assicuro - ha detto testualmente il presidente - che su questa questione il nostro punto di vista non è forse molto diverso dal vostro». In conclusione il presidente ha prospettato l'opportunità di iniziare direttamente tra la Francia e l'Italia delle trattative intese a regolare le questioni che potessero esistere tra i due paesi".


L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
T. SEGRETO 3849/185. Mosca, 22 maggio 1945, ore 12,45 (per. ore 9 del 23). " Sviluppi questione Trieste sono seguiti in tutti gli ambienti sovietici con evidente nervosismo. Sul corso conversazioni russo-anglo-americane in proposito nulla di preciso è trapelato: qui sembra che conversazioni si tengano Londra e Washington, ambasciatori Inghilterra e U.S.A. non essendo rientrati a Mosca insieme a Molotov ritengo volutamente. Ambienti yugoslavi di qui continuano assicurare che non si ritireranno senza combattere. Mentre impressione generale è che tentativo jugoslavo fatto compiuto abbia avuto piena approvazione Mosca, regna molta incertezza se russi siano realmente disposti appoggiare jugoslavi fino in fondo. Situazione molto delicata poiché se anglo-americani riusciranno far indietreggiare jugoslavi, ciò costituirà sensibile colpo prestigio Russia con notevoli ripercussioni su tutti gli Stati satelliti. Mia impressione è piuttosto che russi in questa fase non ripeto non appoggeranno jugoslavi fino in fondo, pur riservandosi fare impossibile per ottenere loro soddisfazioni in altra sede. Opinione generale è che atteggiamento jugoslavo abbia prodotto considerevole spostamento simpatie in favore nostra tesi, Russia eccettuata naturalmente."


IL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI L. 2155. Londra, 25-26 maggio 1945. "Permettimi di dica che hai reso un grande servizio al Paese con la tua perfetta presa di posizione nella questione di Trieste 1• Nessuno può essere meglio di me  testimonio (avendo qui seguito il movimento di opinione pubblica chiaramente  riflesso dalla stampa) della favorevole reazione che ne è seguita nel giudizio comune  ed in quello degli elementi responsabili. Questa opinione, inizialmente favorevole a  priori alle prime pretese di Tito, ha compiuto ora un'ampia conversione a nostro  favore. La reazione apparente è ai metodi di Tito; ma anche nel merito la nostra  posizione è considerata più favorevolmente. Mi risulta che Macmillan ha caldeggiato  efficacemente la presa di posizione anglo-americana la quale non poteva essere più decisamente impostata. Le brusche dichiarazioni di Alexander hanno incontrato il  generale favore. La lettera comparsa sul Times del 23 corr. a firma di «Un soldato  inglese reduce dalla Jugoslavia» (vedi nostro telespresso odierno) 2, la quale fa  provvidenziale seguito a quella da me provocata da parte del prof. Trevelyan, è  qui attribuita al figlio di Churchill. L'ipotesi è avvalorata dal fatto che il Times  non usa pubblicare lettere non firmate. Questa eccezione rivela una particolare considerazione per il mittente solo formalmente anonimo. Ti ripeto, ottima impressione hanno fatto qui le tue dichiarazioni. È questo un  argomento che mi è di valido aiuto come prova della misurata ponderazione, della  dignitosa fermezza con cui l'Italia sa oggi affrontare simili situazioni, della sua determinazione ad adottare i soli metodi ed accenti conciliabili con un superiore  concetto di convivenza internazionale. Tito ci ha reso un enorme servizio fornendoci  l'occasione di provare e di mettere a paragone la nostra superiorità. Questi sono punti sostanzialmente guadagnati e come italiano e come tuo collaboratore ti sono  grato di aver impostato questa difficile partita con tanta equilibrata saviezza.  Io continuo ad adoperarmi in ogni senso per mettere in evidenza questo nuovo confortante aspetto della vita italiana. È un tasto a cui l'opinione di qui risponde  nel modo migliore. Speravo che la miserabile faccenda francese fosse sistemata  dopo le assicurazioni di intervento inglese datemi dal Foreign Office e di cui ti ho telegrafato. Vedo però che i francesi si arenano sulla buona strada e ritorno alla  carica.(...)".

L'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
R. 295/94. Mosca, 27 maggio 1945 (per. il 13 giugno). " Come riferivo a V.E. col mio telegramma n. 185 l'impressione qui prevalente è che l'U.R.S.S. non sia disposta ad appoggiare a fondo l'azione jugoslava, in questa fase della questione delle nostre frontiere orientali. Continuo a ritenere che il tentativo degli jugoslavi di mettere il mondo di fronte al fatto compiuto, sia stato fatto con la conoscenza e con il benestare di Mosca: se sono esatte, come ritengo, le informazioni di cui al mio telegramma per corriere n. 04 del 15 maggio 1945  esse ne costituirebbero la migliore prova, anche se si vuole ammettere che il comandante sovietico sul posto sia, nella sua iniziativa, andato più in là delle istruzioni del governo centrale (e non sarebbe questo il solo caso del genere). Che la Russia sia interessata a che Trieste vada a finire in mani jugoslave, credo di averlo dimostrato sufficientemente all'E.V. con il mio rapporto n. 226/52 del 13 maggio 19453. Sulla decisione jugoslava di tentare il fatto compiuto, debbono, a mio avviso, avere influito due elementi; a) la convinzione che la resistenza tedesca sul fronte appenninico sarebbe stata molto più decisa e le speranze che il crollo del fronte italiano avrebbe trovato gli jugoslavi molto più avanti in territorio italiano di quanto non sia avvenuto in realtà, e che, quindi, l'eventuale ritirata jugoslava avrebbe potuto essere negoziata in condizioni differenti; b) la convinzione di trovare l'Inghilterra molto più ben disposta verso le aspirazioni jugoslave di quanto essa non si sia dimostrata in realtà: fra l'altro ho avuto l'impressione che, a Belgrado, si era portati a sottovalutare le ripercussioni, in Inghilterra, della firma del patto jugoslavo-sovietico. La prudente riserva mostrata dalla stampa sovietica in tutta la questione di Trieste, mi fa però supporre che qui, a Mosca, si era molto più cauti nell'apprezzare le possibilità di riuscita del colpo di mano jugoslavo. Come ho già riferito a V.E., questo ambasciatore di Polonia mi parla spesso e volentieri della questione di Trieste, e me ne parla in una maniera da confermarmi sempre più nella opinione che egli è incaricato di parlarmene. Da quanto egli mi ha detto due giorni addietro, dovrei ritenere che il consiglio dato da Mosca a Belgrado, è quello di negoziare al massimo possibile, ma di evitare a qualsiasi costo un conflitto aperto. Ciò mi viene confermato dall'atteggiamento delle varie persone che, come è noto, sono incaricate qui dalle autorità superiori di diffondere, sia fra il corpo diplomatico, sia fra la popolazione, voci autorizzate: il loro atteggiamento in questi ultimi giorni è stato concorde: è un vero peccato che tutti siano persuasi che la Jugoslavia stia agendo per istigazione dell'U.R.S.S. Aggiungo, a questo riguardo, che tutti questi dissensi fra alleati hanno destato nell'opinione pubblica sovietica allarme e depressione: da qualche settimana è stata iniziata la restituzione alla popolazione degli apparecchi radio sequestrati all'inizio della guerra, per cui quello che accade all'estero comincia a trapelare fra la popolazione anche al di fuori delle informazioni ufficiali della stampa sovietica. L'ambasciatore di Polonia mi ha aggiunto: «l'U.R.S.S. non desidera impicciarsi della questione di Trieste; certamente preferisce che la questione sia risolta di comune accordo fra l'Italia e la Jugoslavia». Avendogli io replicato le ripetute offerte da parte nostra, alla Jugoslavia, di ristabilire rapporti diretti e dello scarso interessamento sovietico al riguardo, mi ha risposto: «col tempo vedrà che non sbaglio». Non sarei quindi sorpreso, se, nella questione della ripresa dei rapporti colla Jugoslavia, dovessimo vedere un cambiamento di fronte da parte di Belgrado. Tutto questo, però, non deve ingannarci: sul fondo della questione di Trieste l'atteggiamento russo è e resta quello che ho definito a V.E. nei miei precedenti rapporti. I russi si sono accorti che l'impostazione dignitosa e serena della questione di Trieste, data dal governo italiano con la decisione del Consiglio dei ministri del 3 maggio, in contrasto col tentativo jugoslavo di risolverla col fatto compiuto, ha prodotto un movimento d'opinione pubblica in nostro favore, ed ha fatto molto danno al caso jugoslavo. Da parte mia, in questa fase della questione, ho creduto opportuno di dare la massima diffusione, in questi ambienti sia diplomatici che giornalistici, alle nostre ripetute offerte al governo jugoslavo di ristabilire rapporti diretti. Evidentemente qui si spera che in sede di negoziati diretti sia possibile rovesciare la situazione a nostro sfavore. Quello che, secondo me, però noi dobbiamo sempre tener presente è questo: nella questione dei nostri confini orientali la Russia cederà solo di fronte ad una recisa opposizione anglo-americana: quanto sta accadendo in questi giorni mostra solamente che, al momento attuale almeno, la questione di Trieste non è di quelle su cui la Russia è disposta ad impegnarsi a fondo. La Russia, però, nei consigli degli alleati, farà il possibile e l'impossibile perché la Jugoslavia abbia il massimo di soddisfazione: cercherà soltanto di disporre le cose in modo che l' odium della decisione, per quanto concerne il popolo italiano, non debba ricadere, almeno esclusivamente, su di lei. Per questo stesso, qualora essa trovasse da parte inglese o americana, una opposizione recisa, a quello stadio della questione si cercherà di trovare il modo che tutto il merito della soluzione non vada agli anglo-americani. Sulle reazioni della questione di Trieste sull'opinione pubblica italiana tutta, non soltanto su ristretti circoli nazionalisti, ho del resto sempre e particolarmente insistito in tutte le mie conversazioni indirette sull'argomento, come pure, e particolarmente, sul pericolo che se la questione non è trattata e risolta nella maniera dovuta, essa possa scavare fra l'Italia e la Jugoslavia un abisso incolmabile, con inevitabili ripercussioni sulle nostre relazioni con tutti i popoli slavi e infine coll'U. R.S.S. Lo stesso argomento non mancherò di far valere con le autorità sovietiche non appena esse si mostreranno disposte a parlarmene. È bene, d'altra parte, tener presente ancora un aspetto della questione. I regimi
dei popoli balcanici hanno cambiato, ma, oggi, il meno che si può dire è che restano delle tracce dell'antica mentalità, per cui, l'utilità della politica di amicizia con questa o quella grande Potenza, si giudica dalle sue capacità o meno di soddisfare le aspirazioni, anche le più stravaganti, di un determinato popolo balcanico. Ora è indubbio che in tutte le zone di amicizie russe nei Balcani, il prestigio russo è immenso, e ne nasce, per conseguenza, la persuasione, che, con l'appoggio russo, tutto si possa ottenere. La questione polacca, ha già fatto sorgere qualche dubbio: la questione di Trieste è adesso, in questo senso, una pietra di paragone. È possibile che gli inglesi, più o meno consciamente, abbiano in mente anche questo risultato: ed in questo io vedo un grosso pericolo per noi: se la questione di Trieste dovesse diventare per la Russia una questione di principio, dalla cui soluzione possa dipendere la solidità di tutto il sistema di amicizie che essa sta creando, il suo atteggiamento può cambiare ed essa può diventare una di quelle questioni su cui non si cede. È un aspetto del problema che è al di fuori di noi: tuttavia, tutto quello che ci potrà essere possibile di fare per evitare che esso scivoli su questa via, vale la pena di essere tentato. Per quanto si può giudicare da Mosca, di fronte all'opinione pubblica internazionale, Tito, con il suo tentativo di fatto compiuto, ci ha reso un servizio, rendendo la sua causa se non antipatica almeno meno simpatica: e questo è indiscutibilmente un grosso vantaggio per noi. Si è così ottenuto, secondo me, quello che era un elemento di particolare importanza: fare apparire i jugoslavi e non noi come i guastafeste. È per noi di particolare importanza non perdere questo vantaggio. In questa sede mi permetto di attirare l'attenzione di V.E. su di un particolare, anche se di importanza secondaria: vedo che nella nostra stampa si fa un gran parlare delle atrocità jugoslave contro gli italiani: come sempre ci sarà su questo argomento del vero e dell'esagerazione. Credo sia nel nostro interesse di evitare che sia principalmente la stampa italiana ad essere la fonte di queste informazioni: può sempre capitare un fatto preciso che sia suscettibile di essere poi provato falso: e l'impressione può essere disastrosa: credo avremmo tutto l'interesse a che la fonte di queste informazioni sia la stampa inglese e americana piuttosto che noi. Mosca è, forse, per la questione di Trieste, non l'osservatorio migliore; con questa riserva debbo confermare la mia opinione: la questione di Trieste è, per noi, gravemente compromessa; la situazione è migliorata, ma è ancora ben lontana dall'essere risolta: ci sono interessi in gioco ben più forti dei nostri e di quelli jugoslavi, su cui non abbiamo controllo e ben scarse possibilità di influire. È quindi necessario da parte nostra la maggiore calma e prudenza: forse le nostre migliori chances restano ancora i possibili errori dei nostri concorrenti". ( nota: per corriere 4157/04: le autorità militari sovietiche avrebbero fornito carri armati ed artiglieria agli jugoslavi per sfondare il fronte tedesco ed arrivare a Trieste prima degli inglesi.) 


L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI,
AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI
L. PERSONALE. Washington, 27 maggio 1945 (...) 2 - Questione di Trieste. Da settimane, anche prima della crisi provocata da Tito, abbiamo continuamente battuto sulla questione della Venezia Giulia, ottenendo le assicurazioni che sai. Allorché gli eventi precipitarono, grazie anche alla onesta ed efficace cooperazione di Phillips, si potè ottenere la dichiarazione del Dipartimento di Stato e la conseguente netta presa di posizione americana, voluta anche dal presidente, etc. Da parte nostra è stato fatto tutto il possibile per fare intendere che Trieste non era soltanto un problema italiano, ma anche uno vitale anglo-americano. In queste ultime settimane ho tenuto sia Phillips che gli alti funzionari competenti del Dipartimento di Stato sotto costante pressione. Ti ho tenuto man mano informato della situazione e degli intendimenti di Washington. Per ovvi motivi, i nostri telegrammi non potevano dare vari interessanti dettagli, pur rispecchiando fedelmente la situazione nel suo complesso. Ad integrazione di essi, rileverò che per varie cause (opinione pubblica; correnti di sinistra dei partiti conservatore e laburista favorevoli a Tito; precedenti "pro Tito" di Churchill; illusione di alcuni circoli inglesi su possibilità di conservare l'antica influenza in Jugoslavia; malferma situazione del governo di coalizione; preoccupazioni di dover sopportare il maggiore onere militare) da parte inglese si è tentennato, finendo col rimettere a Washington le responsabilità della decisione. Appreso confidenzialmente questo atteggiamento di Londra presso la locale ambasciata britannica, siamo subito intervenuti presso il Dipartimento di Stato. Da parte americana sono stati inviati due messaggi del presidente Truman a Churchill ed a Stalin. Il primo per assicurare l'Inghilterra che l'America era decisa a mantenere la netta posizione, assunta pubblicamente, "sino all'uso della forza se necessario". Il secondo a Stalin, per informarlo del risoluto atteggiamento di Washington. A tale ultimo riguardo, è utile rilevare che Washington ha voluto tenere al corrente Mosca delle decisioni_adottate nel caso della Venezia Giulia, per far colà constatare come qui si considerino sempre in vigore gli impegni di Yalta (e ciò ai fini delle questioni polacca, romena, austriaca, tedesca, etc.). Ma le comunicazioni al Cremlino sono state fatte a mero titolo informativo, evitandosi sempre finora dal chiedere pareri o interventi di Stalin. Mi risulterebbe, del resto, che la Russia non si sia sinora qui impegnata a favore di Tito. La posizione americana attuale - come ti ho telegrafato - è di non ammettere che formazioni militari o civili jugoslave partecipino alla occupazione od all'amministrazione di città della Venezia Giulia abitate da italiani. Mi è stato confermato che sarebbe desiderio americano che, conformemente alle assicurazioni precedente-mente dateci, tutta la Venezia Giulia sino ai confini del 1939 sia sottoposta alla sola amministrazione militare anglo-americana. Si deve, però, tener conto qui dell'atteggiamento e delle titubanze di Londra, colla quale si vuol procedere d'accordo, e non mi è stato nascosto che, qualora Belgrado accetti le richieste pregiudiziali degli Alleati, si potrà accettare un compromesso che consenta alle truppe ed alle autorità di Tito di partecipare all'occupazione ed amministrazione di "certi villaggi abitati esclusivamente da slavi". All'atteggiamento americano non è forse estranea la sensazione che Tito possa "bluffare", come è stato ripetutamente accennato al Dipartimento di Stato. Se Tito invece facesse sul serio, ci potremmo forse anche trovare di fronte a vacillamenti ed esitazioni americane nel ricorrere alla forza. Perciò occorre star sempre in allarme pronti ad impedire deviazioni e passi indietro, dove e quando è possibile. Per quanto riguarda, poi, la soluzione definitiva della questione, parrebbe che si sia qui inclini ad una adozione della "linea Wilson ", eventualmente con qualche emendamento se certe piccole zone risultano di fatto popolate esclusivamente da allogeni. Questa posizione americana potrebbe però anche subire qualche mutamento se eventi od interessi lo consigliassero. Per parte di questa ambasciata, pur senza scoraggiare la tesi americana per la linea Wilson, mi tengo naturalmente sulle generali, in attesa delle istruzioni che riterrai al caso di inviarmi. (...) delle non-soluzioni. Qui- e in tutto il sud America- il sentimento anti-russo ed anti-comunista è così forte che Truman (dopo averne dato qualche saggio per la questione polacca e quella di Trieste) ha creduto opportuno di mandare Davies a Londra e Hopkins a Mosca per cercare di vedere se vi siano soluzioni amichevoli alle attuali profonde divergenze d'idee e d'interessi. Si temono qui le ambizioni russe per Narvik, per Kiel, per Trieste, per Salonicco, per gli Stretti, per Suez, per il Golfo Persico, per la Cina, la Manciuria, la Corea, e perfino per l'Islanda, ove Mosca ha impiantata una legazione con 24 persone e parecchi ingegneri. Comunque, questi circoli politici sperano che la Russia, così come l'America e l'Inghilterra, non abbia interesse, né ora né nei prossimi anni, a far sboccare l'attuale stato di tensione in un aperto conflitto. È ben possibile che, alla pari di precedenti incontri, la riunione dei Big Three di cui tanto si parla, qualora sia poi tenuta, possa dar luogo a tentativi di nuovi appeasements. Quanto dureranno, vedremo. Da queste vicissitudini non è da escludere che si possa trarre qualche vantaggio per il nostro Paese, che si potrebbe giovare dell'altalena fra i Tre. Eccoti un quadro panoramico di questo paesaggio. Facciamo quanto meglio possiamo, col pensiero costantemente rivolto alle sofferenze, ai meriti ed al migliore destino del nostro paese. Ti sarò grato d'ogni suggerimento e d'ogni istruzione che crederai di farmi pervenire.

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. 4200/133. Washington. 31 maggio 1945 (per. ore 12 del 2 giugno).
Mio telegramma 1263.
"Continuo  a tenermi contatto con Dipartimento Stato per questione Venezia Giulia. Stamane ho di nuovo insistito con Phillips necessità porre al più presto rimedio a situazione creatasi. Phillips mi ha assicurato che intenzioni americane ed anche quelle inglesi permangono come indicato nel mio telegramma riferito e cioè che occupazione truppe alleate proceda molto lentamente. Si desidererebbe, specie da parte inglese, ottenere concessioni progressivamente da Tito senza costringerlo mosse rapide e evitargli smacco troppo forte di prestigio. Mi ha detto che a Subasic, il quale è stato ieri ricevuto da presidente Stati Uniti, è stata riconfermata posizione americana per Trieste. Mi ha confermato che Russia non ha finora qui appoggiato in via diplomatica richieste Tito".



IL SEGRETARIO DELLA COMMISSIONE CONFINI, CASARDI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI APPUNTO. Roma, 2 giugno 1945. "Dowling (primo segretario dell'ambasciata degli U.S.A.) è di opinione che la vertenza circa l'occupazione della Venezia Giulia si avvia verso una pacifica soluzione, che sarà anche, però, una soluzione di compromesso. Gli Alleati non intendono transigere circa la completa occupazione da parte loro della zona a nord est di Trieste, necessaria ad assicurare le comunicazioni verso l'Austria, come pure intendono controllare Pola e la costa istriana occidentale. È probabile tuttavia che si conceda a Tito la occupazione della zona orientale. La linea di demarcazione tra le due occupazioni correrebbe all'incirca lungo la linea Wilson. Anche Dowling aveva raccolto l'impressione che l'occupazione jugoslava avesse provocato benefiche reazioni a favore dell'Italia tra le stesse popolazioni slave che, messe di fronte ad un plebiscito, avrebbero in gran parte votato oggi a favore dell'Italia. Gli ho fatto osservare, a proposito di plebisciti, che secondo nostri calcoli circa 120 mila italiani della Venezia Giulia si trovano attualmente fuori dai confini della regione. Per contro era da attendersi che Tito avrebbe fatto artificialmente immigrare un certo numero di slavi, onde sconvolgere definitivamente il rapporto tra le due stirpi componenti la popolazione. Dowling ha risposto che stava a noi far rientrare alle loro case gli italiani, magari di nascosto («smuggle the Italians through » )."


IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, AL RAPPRESENTANTE A PARIGI, SARAGAT
T. PER CORRIERE 31152. Roma, 4 giugno 1945, ore 19. "L'ambasciatore Couve de Murville ha chiesto ieri di vedermi. Mi ha parlato, sempre in tono lievemente imbarazzato, della situazione creata dai francesi alla frontiera occidentale. Ho approfittato dell'occasione per esporgli ancora una volta, esplicitamente, il nostro pensiero soprattutto insistendo sui seguenti punti: l) il principio del rinvio di ogni questione territoriale alla pace, con assoluta esclusione di ogni tentativo di fatto compiuto e di sopraffazione, è fondamentale per noi, e, non vi è dubbio, per gli anglo-americani. Su tale principio si appoggia, tra l'altro, tutta l'azione intrapresa da noi e dagli Alleati nella controversia ben altrimenti importante fra Italia e Jugoslavia. Non è dunque concepibile che si possa da parte nostra infirmare comunque tale principio e abbordare oggi una discussione con la Francia che riguardi un qualunque centimetro quadrato del nostro territorio."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, T ARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. SEGRETO 4384/154. Washington, 5 giugno 1945 (per. ore 12,45 dell'B).
"Mio telegramma n. 1503. Al Dipartimento di Stato mi si è detto oggi che si era ormai deciso troncare tentativo Belgrado di tirare le cose in lungo, a base di note e contronote diramate nella questione Venezia Giulia e che quindi note testè consegnate governo jugoslavo dagli ambasciatori America e Inghilterra non avrebbero avuto da parte degli Alleati nuovi seguiti di carattere diplomatico. La questione sarebbe riportata sul terreno militare: Tito come è noto aveva offerto porre spedizione militare truppe nella Venezia Giulia alle dipendenze maresciallo Alexander; queste truppe dovevano pertanto ubbidire ordini loro comandanti che sono di sgomberare Trieste e le città abitate da italiani e di ritirarsi verso i confini. Al Dipartimento di Stato si mostrava  un certo ottimismo circa effettuazione tale decisione. Mi si è aggiunto spontaneamente che contegno tenuto dalle truppe Tito era indegno di un popolo civile e che non era quindi ammissibile che esse partecipassero occupazione e amministrazione di territori non abitati da jugoslavi." ( Con T. segreto 4299/150 del 5 giugno Tarchiani aveva comunicato: «Phillips mi ha detto oggi che l'occupazione militare alleata va estendendosi nella regione di Trieste. Tito avrebbe perduto la speranza di essere sostenuto dalla Russia "con qualche cosa di più delle parole"».)


IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI T. S.N.D. 3161/149. Roma, 6 giugno 1945, ore 13,30. "Le trasmetto a parte telegramma da me diretto oggi all'ambasciata a Londra. La prego di darne subito notizia costì. Ella vorrà ·aggiungere che siamo profondamente riconoscenti a codesto governo per l'avviso già espresso a Londra e più ancora lo saremo se esso vorrà appoggiare con la sua autorità il passo di Carandini per ottenere che tutta l'amministrazione della Venezia Giulia resti affidata agli anglo-americani, o, se ciò fosse assolutamente impossibile, per giungere a un tipo di amministrazione nella zona ad oriente della linea Wilson sulle linee di quella accennata nell'ultima parte del telegramma in alto citato. Insista in modo particolare col Dipartimento di Stato sull'estrema difficoltà in cui soluzioni diverse porrebbero il governo italiano; sulla equità della nostra tesi; sulla necessità di ristabilire, anche in relazione agli avvenimenti alla nostra frontiera occidentale, la moralità internazionale 3".

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, AL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI T. S.N.D. 3162/1871 Roma, 6 giugno 1945, ore 20. "Ambasciatore a Washington informa  aver appreso da fonte britannica che maresciallo Alexander tratterebbe con Tito sulle seguenti basi: fino a definitive disposizioni del trattato di pace, Jugoslavia conserverebbe controllo amministrativo e militare parte Venezia Giulia ad oriente linea corrispondente grosso modo quella di Wilson; parte della Vef!ezia Giulia occidente detta linea sarebbe invece occupata e amministrata esclusivamente da Alleati. Tarchiani aggiunge che al Dipartimento di Stato gli è stato detto che U.S.A. sarebbero stati per parte loro d'avviso che A.M.G. amministrasse tutta la regione fino alla frontiera del 1939 conformemente alle assicurazioni a suo tempo dateci. Essi dovevano peraltro tener conto dell'atteggiamento dell'Inghilterra con la quale era necessario procedere d'accordo. Trattative con Tito procederebbero - secondo il Dipartimento - fra alti e bassi, mentre situazione locale resterebbe sfortunatamente invariata. Non sfuggirà a V.E. gravità notizie telegrafate da Tarchiani, se confermate. È per noi principio fondamentale che territorio nazionale sia, entro i confini del 1939, temporaneamente e successivamente posto sotto il controllo anglo-americano. Tale principio è, come ella sa, sancito dall'armistizio ed è stato in pratica applicato a tutte le regioni d'Italia. È altresì fondamentale mantenere fermo che controversie territoriali siano risolte alla pace. Infirmare questi principi, significa in sostanza ancora una volta avallare la politica dei colpi di mano e di forza e cioè rinnegare quegli stessi ideali di moralità e di giustizia internazionali per cui la guerra è stata combattuta. Dobbiamo dunque insistere e con tanta maggiore convinzione in quanto si tratta di questione di principio che non riguarda noi soli, ma tutti, perché due fondamentali esigenze siano rispettate e non pregiudicate da soluzioni di compromesso che l'esperienza insegna a che cosa conducano. Non sembra infatti dubbio che affidare oggi una qualunque parte del nostro territorio agli jugoslavi e nella specie le zone ad oriente della linea Wilson significa in sostanza entrare nel vivo della controversia territoriale e sancire ·senz'altro fin da ora e qualunque riserva si faccia per l'avvenire, una buona parte delle rivendicazioni di Tito, il quale non potrebbe esserne che incoraggiato ad esigere ulteriori concessioni al momento della pace. Come ella sa, noi siamo disposti ad affrontare la questione della nostra frontiera orientale con larghezza di animo e con spirito sgombro da ogni preconcetto nazionalistico, ma alla condizione sine qua non che eventuali nostri sacrifici conducano effettivamente e realmente ad una feconda intesa con la Jugoslavia. La procedura cui Tarchiani accenna non condurrebbe invece a niente di tutto questo, ma anzi a scavare ulteriormente il solco fra i due Paesi piuttosto che a colmarlo. La prego di far presente quanto precede con la maggiore urgenza al Foreign Office, presso il quale vorrà altresì avvalersi della dichiarata adesione degli Stati Uniti alla nostra tesi. Se non fosse assolutamente possibile che anche nella zona ad oriente della linea Wilson sia organizzata una amministrazione militare esclusivamente anglo-americana come sarebbe legittimo attendersi anche in conformità alle promesse fatteci, dovrebbe almeno essere attuato un qualche tipo di amministrazione mista, che desse anche agli jugoslavi una definita partecipazione nell'amministrazione di quella zona; a noi garanzia di obiettività e di giustizia; a tutti il senso che il tentativo di sopraffazione è stato sventato e la moralità internazionale ristabilita.
Insista, la prego, su quest'ultimo punto con ogni possibile argomento, anche ponendo innanzi la particolare fragilità della nostra situazione interna attuale e della nostra opinione, sulle quali soluzioni di ingiustizia provocherebbero indubbiamente pericolosi sbandamenti."


IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, PRUNAS, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, QUARONI TELESPR. 15/9078/93. Roma, 8 giugno 1945. Suo rapporto n. 138/12 del 23 aprile 1945 "Questo ministero ringrazia V.E. per il rapporto citato in riferimento e per le informazioni e considerazioni in esso contenute. Come l'E.V. avrà potuto rendersi conto dalle ulteriori comunicazioni pervenutele da questo ministero e, pel tramite del ministero stesso, dalle rappresentanze italiane a Washington e Londra, l'azione svolta da codesta ambasciata, in merito alla questione giuliana, appare conforme alle superiori direttive e istruzioni. La posizione italiana nella questione della Venezia Giulia si riassume nei seguenti termini: l'armistizio concluso dall'Italia con le grandi Potenze alleate prevede l'occupazione di tutto il territorio italiano fino al confine del 1939 da parte delle truppe di queste Potenze. Le questioni territoriali dovranno essere esaminate al tavolo della pace e debbono intanto rimanere impregiudicate. La mossa jugoslava, intesa a porre gli Alleati e l'Italia dinanzi al «fatto compiuto», turba quell'ordine e quella moralità internazionale per la cui difesa si è svolta l'ultima guerra; è il ripetersi di quei sistemi che hanno caratterizzato la politica hitleriana e fascista. Si tratta di fenomeni di anarchia internazionale che se passivamente subiti ed accettati riescono pericolosi ad una convivenza internazionale quale si intende vedere ristabilita in Europa sotto gli auspici delle grandi Potenze. È questo un principio d'ordine etico-politico sul quale riteniamo insistere nell'interesse generale. In particolare la questione controversa tra l'Italia e la Jugoslavia non deve essere pregiudicata dalle contingenti operazioni militari. L'occupazione alleata non pregiudica in qualsiasi modo neppure ai danni della Jugoslavia la soluzione definitiva che dovrà essere data alla zona controversa. Come V.E. avrà rilevato dalle trasmissioni fattele tale appare del resto essere in massima il punto di vista delle Potenze che sono venute a trovarsi, sia per ragioni politiche generali, sia per motivi contingenti di necessità e interesse operativo, coinvolte nella questione. Ci rendiamo pienamente conto della valutazione che ella fa sull'atteggiamento sovietico nei nostri riguardi in relazione alla questione della Venezia Giulia e sulle considerazioni di ordine politico generale che influiscono su tale atteggiamento. Ci rendiamo conto anche della difficoltà e della inferiorità della nostra attuale posizione, ben diversa dal punto di vista sia oggettivo che soggettivo da quella del 1939 e valutiamo esattamente con V.E. la posizione della Russia sovietica nei Balcani ed in genere in tutta la sua così detta «zona d'influenza». L'Italia non può tuttavia obliare, anche se trovasi momentaneamente prostrata e tuttora in pieno travaglio di ricostruzione, che essa rappresenta pur tuttavia nella politica europea e particolarmente mediterranea un centro di riferimento politico adeguatamente considerato dalle altre grandi Potenze mondiali. Questo ministero continuerà a tenerla informata dell'andamento della questione per sua opportuna conoscenza e norma e le sarà grato se, per parte sua, ella vorrà continuare a riferire, da costà, ogni utile informazione e impressione."



IL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. 4546-4545/299-300. Londra, 9 giugno 1945, ore 22,35 (per. ore 18,30).
"Ho conferito dietro suggerimento Sargent continuamente impegnato con primo ministro nell'assenza Eden con Howard capo del Dipartimento Europa meridionale ed ho avuto comunicazione testo accordo Tito che prevede sostanzialmente: l) vengano poste sotto controllo militare alleato intere zone ovest linea che passando un poco oriente Trieste include Gorizia Caporetto Tarvisio Pola città,ancoraggi Istria occidentale. 2) Distaccamento jugoslavo non più 2 mila uomini resterà occidente detta linea risiederà zona fissata Alleati che provvederanno vettovagliamento e non potrà accedere resto zona occupata. 3) Ristretto numero osservatori jugoslavi ammessi quartiere generale .. armata. 4) Truppe jugoslave ritirate entro il termine ore 8 antimeridiane 12 corrente. 5) Decide sorte forze irregolari. 6) Residenti predetta zona arrestati deportati da restituirsi unitamente proprietà confiscate asportate eccetto coloro che possiedono cittadinanza jugoslava prima anno 1939. 7) Accordo non compromette sorte definitiva zona ovest come est linea suddetta'. Ho rappresentato tutti gli argomenti segnalati da V.E. 2 mettendo in evidenza dolorosa delusione che risulterà in Italia. Howard mi ha dichiarato che Inghilterra considera un successo i termini di questo settlement e che primo ministro è rimasto urtato dal contenuto nota italiana su questo argomento ultimamente trasmessagli a mezzo Charles  essendosi personalmente attesa riconoscenza e non risentimento governo italiano per aver intanto sottratto Trieste e liberata popolazione ad ovest linea concordata dalla dominazione jugoslava.
Non so se questo risentimento non. vada anche posto in relazione con irritazione per aver dovuto tanto cedere alle pretese di Tito e sostanzialmente dei russi. Per quanto riguarda atteggiamento America sulla questione mi è stato recisamente negato che vi siano state divergenze fra le due potenze, il testo dell'accordo essendo stato compilato in comune e assoluto accordo. Prima dell'occupazione jugoslava Inghilterra aveva sottoposto all'America quattro soluzioni, una delle quali, scelta dall'America, prevedeva amministrazione tripartita (anglo-americana-jugoslava) di tutta Venezia Giulia. Successivi avvenimenti hanno reso inattuabile questa soluzione e hanno consentito come massimo possibile attuale divisione di zone proposta definitivamente dall'Inghilterra e dall'America ed accettata da Tito. Certe informazioni da Washington rispondono tendenza generale americana di attribuire a resistenza britannica ogni esito insoddisfacente per l'Italia di una politica comune. Di fronte al fatto compiuto non credo ci sia per ora nulla da fare salvo mantenere ben vivo principio riconfermato nell'accordo che l'attuale divisione di zone non deve pregiudicare future definitive sistemazioni da adottarsi in sede trattato di pace. Occorre vedere in questa soluzione una ulteriore prova delle difficoltà cui debbono far fronte gli Alleati in ogni questione che implica diretto o indiretto interesse sovietico. Per quello che può valere, non ho mancato far presente a Howard con ogni energia che questo nuovo compromesso non pregiudica solo interessi italiani ma anche prestigio britannico, risolvendosi fra l'altro in una violazione da parte Alleati dei termini di armistizio ed in una abdicazione evidente di fronte ad elementari criteri equità proclamati nelle prime manifestazioni ufficiali anglo-americane. Su questa faccenda ho osservato che l'attuale soluzione avrebbe preparato senza dubbio stato di fatto che la conferenza pace difficilmente potrà correggere e che è quindi foriero di un futuro conflitto italiano-jugoslavo. Devo dire che le mie osservazioni hanno provocato una non favorevole reazione sul mio ascoltatore il quale rifletteva evidentemente stato d'animo di Churchill. Egli mi ha apertamente manifestato suo timore che una reazione opinione pubblica italiana potrebbe ripercuotersi sfavorevolmente sui rapporti fra i due Paesi che qui certamente non si ritiene siano migliorati con la liberazione Alta Italia. (Il 10 giugno De Gasperi fece all'ANSA la seguente dichiarazione: «Il governo italiano aveva fatto una questione di principio: i colpi di mano, l'occupazione con la forza non possono dirimere una controversia e creare una base sicura per la pace fra i popoli.
Per questo avevamo insistito affinché l'intera Venezia Giulia venisse occupata provvisoriamente da forze alleate non coinvolte nella contesa. L'America e l'Inghilterra avevano accolto fin dall'inizio e fatto proprio questo punto di vista. Non abbiamo informazioni dirette sull'atteggiamento della diplomazia russa, ma è da ritenersi che essa abbia agito in senso conciliativo sulle presenti conclusioni. L'accordo che si annunzia non è l'applicazione integrale del principio e suscita perciò in noi qualche apprensione, per quanto esso contenga esplicitamente la riserva che ogni decisione di carattere territoriale è rimessa alla pace: è un compromesso di fatto, frutto di lunghe trattative e di uno sforzo tenace dei governi di Londra e di Washington che è giusto riconoscere e del cui valore in Italia si ha piena consapevolezza. Non ancora ci è giunta una comunicazione ufficiale né abbiamo sott'occhio la carta della linea di demarcazione concordata. Sembra però che oltre Trieste e Gorizia siano al di qua della linea, assieme a Pola, le città minori d'indiscutibile carattere italiano sulla costa istriana, e ciò ci procura grande soddisfazione. La popolazione italiana deportata rientrerà nei paesi evacuati e un nuovo sforzo conciliativo dovrà essere fatto per garantire la cessazione degli urti, assicurando la pacifica convivenza, e costruire su liberi accordi con la Jugoslavia e col concorso delle Nazioni alleate la pace definitiva che tutti desideriamo. I fratelli della Venezia Giulia non saranno dimenticati e tutta la Nazione deve essere concorde in una solidarietà che non esclude la giusta considerazione dei diritti degli altri popoli."

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI PROMEMORIA. Roma, 9 giugno 1945. " L'ambasciatore Charles mi ha dato lettura di un telegramma direttogli dal Foreign Office in cui, a proposito della nostra lettera del 6 giugno 1 relativa all'allarme suscitato in Italia dalla notizia della divisione della Venezia Giulia in due zone di occupazione, si afferma che la lettera stessa ha provocato viva sorpresa a Londra. Il Foreign Office si attendeva infatti da parte nostra l'espressione della più viva riconoscenza per la soluzione raggiunta, piuttosto che di sentimenti di preoccupazione e di contrasto. Tale soluzione è stata infatti raggiunta a Washington e Londra attraverso fasi e sforzi di particolare delicatezza che hanno posto a rischio i rapporti inglesi e americani con terze Potenze ed il cui risultato non può essere considerato che soddisfacente. L'ambasciatore Charles aveva l'aria di disapprovare le istruzioni ricevute e si limitava a pregarmi di comunicarle a V.E., aggiungendo che egli avrebbe accomodato la faccenda direttamente. Ho risposto che da parte nostra siamo perfettamente consapevoli degli sforzi effettuati in questa occasione da Washington e da Londra; della delicatezza e gravità della situazione anche per quanto concerne i rapporti fra i tre grandi Alleati; e che da tutto ciò i nostri sentimenti di riconoscenza e di solidarietà con gli anglo- americani uscivano indubbiamente rafforzati e consolidati.  Da parte nostra si difendeva comunque una tesi conforme alle assicurazioni a suo tempo dateci e del resto sanzionate dal noto manifesto del maresciallo Alexander alle truppe, che la Venezia Giulia avrebbe cioè dovuto essere nella sua integrità amministrata temporaneamente dagli anglo-americani e che i colpi di forza debbono essere scoraggiati e repressi. L'accordo incide su questi due principi, sia pure parzialmente, sebbene salvaguardi sino alla pace l'assegnazione definitiva dei territori in contestazione. Era dunque naturale che tutto ciò suscitasse in Italia ansietà e turbamento, ciò che non esclude peraltro che tali sentimenti sono accompagnati da altrettanto vivi sentimenti di gratitudine verso gli anglo-americani per gli sforzi compiuti a favore della tesi, che è poi la tesi italiana e, insieme, alleata."

IL RAPPRESENTANTE A LONDRA, CARANDINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI L. PERSONALE 2448. Londra, 9 giugno 1945 (per. il 16). "Faccio seguito ai miei telegrammi nn. 299 e 3001 per confermarti che nel fare le mie rimostranze per l'accordo stabilito con Tito, il quale sacrifica a favore degli jugoslavi la totalità della penisola istriana rappresentando un enorme peggioramento sulla linea Wilson, ho trovato un ambiente irritato e mal disposto verso la nostra legittima reazione. Se Churchill si attendeva manifestazioni di riconoscenza italiana per questo netto ripiego dall'energica presa di posizione assunta inizialmente da Inghilterra ed America, ciò dimostra che egli non è esattamente informato dello stato della opinione italiana, né dell'essenziale ed universale carattere di principio che la questione dell'arbitraria occupazione jugoslava riveste nel nostro giudizio. Io non ho cessato di far presente tutte le ragioni italiane ed europee che militavano a favore di un più fermo atteggiamento ed il Foreign Office ha costantemente convenuto con me in questo apprezzamento. Che le cose non volgessero favorevolmente mi era già stato rivelato dalla frase di Sargent riferita nel mio telegramma dell'8 corrente n. 291. Secondo me questo è senza dubbio un boccone amaro che gli anglo-americani hanno dovuto deglutire e l'episodio fa parte di tutto l'insoddisfacente quadro della difesa elastica e sfortunata contro le pretese russe. Questa mi pare sia la vera ragione che sta al fondo della irritazione di Churchill. - È per me sommamente spiacevole di non poter avvicinare in questo momento Eden completamente isolato a cagione della malattia, e tanto meno Churchill completamente assorbito dal cumulo eccezionale dei suoi obblighi. Non escludo però di riuscire a vedere quest'ultimo prima della mia partenza per Roma verso fine mese. Ho assolutamente bisogno di un contatto diretto con te per illuminarti su vari aspetti che mi è difficile rappresentarti a distanza. La mia impressione intanto è che non convenga esacerbare con eccessive reazioni la sensibilità del primo ministro che fondamentalmente fa quanto può in nostra difesa ma non può, come non può l'America, forzare la situazione. Tu mi intendi. Volendo essere realisti fino ai limiti del ragionevole questa sistemazione salva intanto Trieste. Il che non rappresenta certo una passività nella tua politica. Devo aggiungerti che l'accenno di un preteso adattamento americano a resistenze inglesi verso una più soddisfacente sistemazione ha destato qui particolare irritazione ed ho francamente l'impressione che in questa occasione, come in altre precedenti, i due paesi abbiano esattamente condivisa la stessa pratica politica e la stessa responsabilità. P.S.: Ho parlato ora con Hoyer Millar capo del Western Office (Italia-Francia- Spagna) reduce da Parigi ove si è attivamente occupato dei casi nostri. Mi ha detto di essere in definitiva ottimista e di confidare in una prossima favorevole soluzione. Ma chi si fida ormai di questi ottimismi. Quello che è certo è che il governo inglese influisce energicamente a nostro favore. Non bisogna dimenticare però che ha a che fare con un de Gaulle."

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI T. S.N.D. 4543-4549/166-167. Washington, 10 giugno 1945, ore 12,40 (per. il 12). Telegrammi di V.E. n. 149 e 1501. " Non appena in possesso telegrammi suindicati sono subito intervenuto ripetutamente presso Phillips consegnandogli anche due memorandum ed insistendo nel
senso istruzioni di V.E. Purtroppo trattative iniziate sulla base segnalata miei telegrammi precedenti
sono in questi ultimi giorni sboccate accordo noto V.E. che registra nuovo ripiegamento Alleati. Stamani Dipartimento Stato mi ha comunicato testo accordo. Mi sono recato immediatamente Phillips cui ho espresso dolorosa sorpresa per compromesso accettato Stati Uniti d'America malgrado ripetute assicurazioni datemi. Phillips mi ha risposto che governo degli Stati Uniti suo malgrado aveva dovuto finire coll'aderire compromesso [essendo impossibile] far prevalere sua tesi primitiva. Alle mie naturali obiezioni di principio [esposte] fin d'allora che ne sarebbe derivata delicata situazione interna italiana Phillips ha risposto che pur rendendosi conto che accordo non poteva soddisfarei doveva pur riconoscere che: l) «Punti chiave» Venezia Giulia saranno in salda mano anglo-americana ciò che costituisce garanzia per regolamento finale del problema. 2) Accordo costituisce il massimo ottenuto senza dover ricorrere alle armi data situazione gravemente pregiudicata. 3) Formulazione alquanto vaga accordo lascia campo ad eventuali successivi miglioramenti [e costituisce] un duro colpo inflitto prestigio Tito il quale si era sentito sicuro poter mantenere tutte le posizioni occupate. Ho esaminato con Phillips e successivamente con alto funzionario Dipartimento di Stato vari articoli accordo chiedendo precisazioni ed avanzando qualche suggerimento a titolo personale. Ho avuto anche conversazione confidenzialissima con fonte britannica (che peraltro prego non citare in eventuale riferimento). Riassumo queste mie informazioni: l) Mi è stato detto che linea di cui articolo l o parte da dintorni Tarvisio incluso segue grosso modo riva orientale Isonzo e giunge sino Capo d'Istria. Una prima carta geografica spedita qui da Alexander importava soltanto una specie testa di ponte intorno Pola. Successivamente Alexander ha comunicato non ritenere sufficiente territorio precedentemente richiesto e di riservarsi inviare nuova carta geografica. Anche da ciò formulazione varia articoli l e 3. 2) Non mi si è potuto precisare «distretti» dove saranno acquartierati i duemila militari jugoslavi. Fonte britannica ha accennato possibilità stiano Trieste «in modo rimanere sotto continuo controllo Quartiere Generale». Dipartimento Stato tendeva invece escludere tale eventualità. Al riguardo ho accennato a Phillips a titolo personale che evidenti ragioni di [opportunità suggeriscono] analogo trattamento per quanto riguarda militari ed osservatori presso Quartiere Generale Trieste dovrebbe essere riservato all'Italia, tanto più che formazioni R. esercito e CC.RR. dipendono già da Alexander. Phillips ha accolto suggerimento con interesse. Alto funzionario Dipartimento Stato mi ha detto poi considerare la cosa con simpatia. Sarebbe stato opportuno che governo italiano prenda iniziativa interessando Commissione Alleata. Di qui si sarebbe telegrafato a Stone ed a Kirk. Segnalo peraltro che fonte britannica mi ha detto che la possibilità amministrazione quadripartita Venezia Giulia era stata esaminata e risolta negativamente da consulenti giuridici Foreign Office il che escluderebbe parità trattamento fra Italia e Jugoslavia per quanto suindicato. 3) Mi è stato detto unanimemente Tito aveva chiesto insistentemente che amministrazione civile jugoslava rimanesse al suo posto da ciò relative frasi articolo 3°.Sarebbe peraltro intenzione anglo-americani limitare moltissimo tale amministrazione restringendola ove del caso a località esclusivamente slave mentre si intenderebbe far largo uso elementi italiani. 4) Ho approfittato paragrafo quarto per chiedere che analoghe disposizioni vengano applicate per connazionali Fiume. Pur esprimendo [estrema] riserva Dipartimento di Stato non ne ha escluso future possibilità."


IL CAPO DELL'UFFICIO QUARTO DELLA DIREZIONE GENERALE AFFARI POLITICI, COPPINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI APPUNTO. Roma, 12  giugno 1945. "L'accordo sull'amministrazione militare temporanea della Venezia Giulia, concluso a Belgrado il 9 c.m. fra i governi americano, britannico e jugoslavo, anche se non dà completa soddisfazione alle richieste italiane e costituisce dal punto di vista giuridico una parziale violazione dell'armistizio concluso con l'Italia, rappresenta politicamente un equo compromesso, poiché tende a conciliare le esigenze delle due parti in contrasto nei limiti consentiti dalle attuali circostanze sia di carattere locale che generale. Mentre risulta confermato il principio sostenuto dal governo italiano che in nessun modo deve venire pregiudicata la questione dell'assegnazione definitiva della Venezia Giulia, che dovrà essere risolta in occasione della Conferenza della pace, vengono sottratte all'amministrazione militare jugoslava le importanti città di Trieste, Gorizia e Pola. Inoltre il governo jugoslavo si è impegnato a rimpatriare tutti i cittadini italiani residenti nella zona sottoposta all'amministrazione militare alleata che siano stati arrestati o deportati ed a restituire loro i beni confiscati o asportati. La conclusione del predetto accordo è il risultato di laboriosi negoziati svoltisi per oltre un mese tra i governi di Londra, Washington e Belgrado, successivamente al concorde ed energico atteggiamento assunto dai governi britannico ed americano, la cui più caratteristica manifestazione è stato il noto proclama alle truppe del maresciallo Alexander, che ha duramente stigmatizzato l'azione di forza compiuta nella Venezia Giulia dal maresciallo Tito. Il governo italiano non è stato tenuto al corrente dello sviluppo della trattativa, essendosi i governi britannico ed americano limitati a dare fino all'ultimo ai nostri rappresentanti a Londra e a Washington, che hanno più volte prospettato il nostro punto di vista e le nostre apprensioni, delle generiche assicurazioni. Quanto al governo sovietico, esso ha sempre mantenuto nei riguardi della questione un atteggiamento strettamente riservato: solo nell'ultima fase dei negoziati i principali organi della stampa moscovita hanno preso apertamente posizione a favore della tesi jugoslava, rivelando così indirettamente l'atteggiamento assunto dal predetto governo. Così stando le cose non sembra ormai più possibile ottenere una diversa soluzione della questione dell'amministrazione temporanea della Venezia Giulia rispondente alle nostre richieste, né chiedere di fare estendere l'amministrazione militare alleata anche al territorio della provincia di Zara. Si potrebbe tuttavia insistere acciocché i rappresentanti degli Stati Maggiori alleati nel fissare con quelli dello Stato Maggiore jugoslavo le modalità per l'applicazione dell'accordo in parola, facciano il possibile per salvaguardare i nostri interessi, richiedendo: l) che, come è consentito al governo jugoslavo di avere una piccola missione quale osservatrice presso il Quartiere Generale dell'VIII Armata, così dei delegati militari anglo-americani possano risiedere con analoghe funzioni a Fiume e a Zara. In tal modo essi potrebbero esercitare un certo controllo sull'amministrazione militare jugoslava e sul trattamento fatto dalle autorità locali alla popolazione italiana, già tanto gravemente colpita; 2) che anche i cittadini italiani arrestati o deportati nelle zone sottoposte all'amministrazione militare jugoslava, sia nella Venezia Giulia che nella provincia di Zara, vengano rimessi in libertà e posti in grado di ritornare alle loro case, restituendo i beni confiscati o asportati; 3) che in tutti i territori facenti parte del Regno d'Italia nel 1940 vengano revocati i provvedimenti dei Comitati di liberazione nazionale locali o delle autorità jugoslave con cui è stata proclamata l'annessione di detti territori alla Slovenia o alla Croazia, o miranti a cancellare ogni traccia di italianità di quelle regioni. Le predette richieste non possono non apparire legittime, costituendo, per quanto concerne la Venezia Giulia, il corollario del principio fissato dall'art. 7 dell'accordo, in cui è detto che l'accordo stesso non pregiudica e non influisce in alcun modo sulla assegnazione definitiva delle regioni della Venezia Giulia situate ad occidente e ad oriente della linea di demarcazione. Quanto alla provincia di Zara l'applicazione di detto principio dovrebbe considerarsi estesa per analogia. Se nel compromesso raggiunto tra gli anglo-americani e gli jugoslavi circa la linea di demarcazione della duplice amministrazione militare temporanea della Venezia Giulia si può intravedere una specie di falsariga di quella che forse a parere degli Alleati dovrebbe essere la soluzione della questione dei confini orientali dell'Italia, ciò non toglie che da parte nostra convenga continuare nell'opera intesa a chiarire e ad appoggiare presso i vari governi, per il tramite delle nostre rappresentanze, quello che è a tale riguardo il nostro punto di vista. A tal fine tornerà sempre utile continuare ad inviare alle predette rappresentanze ogni opportuna documentazione concernente il carattere italiano delle regioni in questione sia dal punto di vista etnografico che geografico, la loro importanza economica per l'Italia e l'amministrazione italiana della Venezia Giulia prima e dopo l'avvento del fascismo, mettendo in particolare rilievo a questo riguardo le opere di pubblica utilità compiute nella regione. Di primaria importanza sarà poi, naturalmente, che quella solidarietà di atteggiamento dimostrata finora sulla questione dal popolo italiano si mantenga in Italia e si riproduca anche tra le nostre collettività all'estero, dove godiamo già dell'appoggio alquanto cauto, ma tuttavia promettente, dei governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, mentre più sollecito ed esplicito è già apparso il riconoscimento del nostro punto di vista da parte dei governi e dell'opinione pubblica di Spagna, Svizzera ed Irlanda. Quanto agli altri paesi non si hanno ancora elementi per giudicare del loro atteggiamento, ma sembra potersi attendere una particolare comprensione delle nostre richieste almeno da parte della maggioranza delle repubbliche dell'America latina."

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, DE GASPERI, AL RAPPRESENTANTE DI GRAN BRETAGNA A ROMA, CHARLES, E ALL'AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI A ROMA, KIRK1 L. PERSONALE URGENTE 3/952 ( Char/es) 953 (Kirk). Roma, 12 giugno 1945. " Nell'accordo sull'amministrazione militare temporanea della Venezia Giulia, quale è apparso sulla stampa, concluso fra i governi americano, britannico e jugoslavo, è detto fra l'altro all'art. l che saranno sotto il comando ed il controllo del comandante supremo alleato «Pola e gli ancoraggi sulla costa occidentale dell'Istria». All'art. 3 è detto inoltre che lo stesso comandante supremo amministrerà per mezzo del governo militare «Pola e quelle altre zone sulla costa occidentale dell'Istria che egli reputerà necessario».  Ora gli ancoraggi sulla costa orientale comprendono, oltre Pola, le seguenti città, che sono tutte italiane: Muggia, Capo d'Istria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana. Vi sono inoltre, nell'immediato retroterra dell'Istria occidentale, borghi italiani, quali Dignano (6 Km dalla costa); Buie (10 Km) Gallesano (3 Km); Valle, e, più in là, Montana e Visignano. Almeno queste città e questi borghi, tutti esclusivamente italiani, dovrebbero essere posti nella zona sotto il controllo alleato. Essi vi rientrerebbero tutti, qualora si prendesse come linea di demarcazione la strada nazionale Trieste-Pala, che passa per il monte Toso. 2. Sarebbe altresì equo se, in sede di discussione dei particolari di esecuzione - cui si accenna nell'accordo stesso - fosse possibile introdurre una qualche forma di garanzia per gli italiani al di là della linea di demarcazione e sopra tutto di Fiume. Tali garanzie dovrebbero comprendere: a) libertà di trasferimento al di là della linea per chi lo voglia, coi propri averi; b) organizzazione di una qualche commissione o alleata o italiana locale di osservatori che abbia compiti di vigilanza nella zona orientale, come è parallelamente previsto per quella occidentale. La prego di voler considerare questa mia lettera con quello spirito in cui essa è scritta; cioè di onesta e leale collaborazione con i governi alleati per giungere ad una soluzione che sia conforme, nella misura del possibile, all'equità e alla giustizia. Tengo molto a confermarle ch'io mi rendo perfettamente conto delle gravi e serie difficoltà che la questione ha presentato e tuttora presenta anche per i governi alleati e dello sforzo, altrettanto serio e grave, che è stato necessario per superarle. Ne siamo tutti, governo e popolo italiano, riconoscenti e grati. Ella sa tuttavia che si tratta qui di incidere sul corpo vivo della Nazione italiana già così ferito e sconvolto. Ed ella comprenderà dunque - ne sono certo - il sentimento che mi muove nel pregarla di voler far presenti d'urgenza queste indicazioni, che io credo le più atte ad assicurare un minimo di giustizia, al Comando Supremo alleato, perché ne tenga il maggior conto possibile al momento di fissare sulla carta quel margine di misure e di disposizioni che l'accordo lascia tuttora disponibile. È superfluo dirle quanto io le sarò grato del suo prezioso intervento. Questa lettera fu redatta in base al seguente appunto manoscritto di De Gasperi per Prunas dello stesso 12 giugno: «l) I punti critici nella convenzione Alexander-Tito, che abbisognano di un chiarimento per renderla per noi tollerabile sono questi: gli ancoraggi "oltre Pola sulla costa orientale" comprendono: Muggia, Capo d'Istria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana, tutte città italiane? Bisogna assicurarsene e intervenire subito prima che si concluda sul dettaglio della demarcazione. 2) Bisogna cercare di salvare anche i borghi italiani dell'immediato retroterra, sempre sulla stessa costa come Dignano (6 Km dal mare), Buie (IO Km), Gallesano (3 Km), Valle e se possibile anche Montona e Visignano. Queste zone, o almeno queste, dovrebbero essere comprese in quelle zone dell'Istria che "comandante supremo crederà necessarie" (punto 3 dell'accordo). Se si prende come linea di demarcazione la strada nazionale Trieste-Pola, che passa per il monte Toso, si salva tutto, tanto sub l che sub 2. 3) Infine bisogna chiedere qualche garanzia per gl'italiani al di là, soprattutto Fiume, cioè almeno: a) che chi vuole possa trasferirsi al di qua coi propri averi (ora soltanto 50 Kg); b) che ci sia una qualche commissione o italiana o alleata o osservatori che vigilassero anche nella zona orientale. Credo necessario e urgente comunicare un tanto subito agli ambasciatori o direttamente a Alexander. Non c'è tempo da perdere. Si consulti con Visconti Venosta sul modo migliore. Forse è meglio preparare una mia lettera confidenziale che potrò firmare ancora questa sera. Mons. Santin, vescovo di Trieste, è qui, ma non vuole si sappia. È uomo di straordinario valore, già vescovo di Fiume e Pola, conoscitore profondo del problema, testimone di tutto. Farlo parlare con Charles e Kirk è importante. Riparte in aereo dopodomani mattina. Domani sarà dal Papa, poi è libero. Gli procuri, in via confidenziale, un incontro. Comunichi a me le ore, anzi le può comunicare direttamente a mons. Cippico tel. 50154»."


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