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Ricordare per essere liberi applicando la memoria


L'ultima frase di Ondina Peteani prima di morire è stata "E' bello vivere liberi". Ed aveva ragione. Ma per essere liberi e vivere la bellezza nella libertà e della libertà si deve avere memoria, si deve ricordare per essere liberi. Mai come in questo 2016 il giorno della memoria è stato effettivamente sotto tono. Non è passato neanche un secolo da quella tremenda carneficina, violenza disumana, propria del fascismo e del nazismo. Eppure il giorno della memoria esiste da pochi, pochissimi anni. Sarà solo del 2005 la risoluzione ONU che istituisce ufficialmente il giorno della Memoria individuandolo nel 27 gennaio, perché in quel giorno le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. In Italia, tale ricorrenza, la si aveva solo da qualche anno prima. Ci sono voluti diversi decenni per arrivare a riconoscere l'ufficialità del Giorno del Memoria. Eppure sembra che questo giorno ci sia da sempre. Ma non è così. La memoria, la consapevolezza, non cammina alla stessa velocità del progresso, della tecnologia. No. Durante il nazismo, nel periodo della propaganda finalizzato a legittimare lo sterminio dei così detti diversi, che rischiavano di contaminare la “razza ariana”, sterminio che anticiperà in toto l'Olocausto, si poteva leggere: “Questo paziente affetto da malattia ereditaria costa, durante la sua esistenza, 60.000 reich-mark al popolo. Connazionale, si tratta anche dei tuoi soldi”. O ancora “Una singola alcolista nata nel 1810 aveva 890 discendenti nel 1929: la metà era mentalmente ritardata; 141 prostitute; 142 mendicanti; 76 criminali, 7 assassini, 40 dormono all’albergo dei poveri. Questa donna è costata allo Stato 5 milioni di marchi pagati da gente sana e di valore”. Oppure: “La costruzione di un manicomio costa 6 milioni di marchi. Quante case si potrebbero costruire con questa somma a 15.000 marchi l’una?”. Ciò è tratto da uno studio di Giancarlo Restelli, sullo sterminio che ha colpito i disabili nella Germania nazista. Come si può notare, nella propaganda, che trovava spazio anche nei testi scolastici, si faceva pesare soprattutto la questione economica. Il fatto che i tedeschi con i loro soldi dovessero mantenere persone di un certo tipo, un certo tipo che si scontrava con la purezza della maledetta inventata razza ariana, serviva a legittimare l'eliminazione di queste persone. Un peso in meno per la società e per i tedeschi e per l'economia dello Stato. Anno 2016. In Italia, Paese uscito con le ossa rotte dalla crisi, con diritti sociali e dei lavoratori ridotti ai minimi termini, Paese che non ha mai smesso di legittimare “guerre umanitarie” accade, da diversi mesi, che il suo sistema non vuole affrontare in modo dignitoso e deciso e fermo in chiave umanitaria, quanto causato da queste legittimazioni. Migliaia di migliaia di persone fuggono da guerre, da Paesi diventati invivibili, vengono in Europa perché qui pensano di trovare solidarietà, di poter legittimamente vivere una nuova vita, un sogno europeo. Eppure poche centinaia di persone sono state in grado di mettere in difficoltà il sistema della non accoglienza. Ritornano i muri, ritorna il filo spinato, ritorna l'esercito ai confini, ritorneranno i confini e cadrà l'Europa unita, ciò è altamente possibile, una possibilità che corre verso la probabilità. E soprattutto si pongono esempi, contro l'accoglienza, che richiamano quelli propri nel nazismo. Colpirono i diversi, coloro che venivano reputati come inferiori, come schiavi, come mandria di porci, come schiaveria bastarda. Queste erano alcune parole di D'Annunzio nei confronti dei croati, parole connotate da odio razziale che legittimeranno i tentativi, in parte riusciti, che verranno posti in essere dal nazionalismo italiano prima, fascismo poi, di pulizia etnica come subita dal popolo slavo. Dei campi di concentramento italiani si è persa memoria. Da quelli letteralmente spariti, come quello di Gonars, a quelli rinchiusi nel recinto dell'oblio, come quello di Visco, salvo le lotte quotidiane come condotte da pochi, anzi pochissimi. La Risiera di San Sabba, è ancora sconosciuta ai più.  Ho visto alcuni sopravvissuti da quelle deportazioni piangere, oggi, nel 2016. Hanno pianto quando si ascoltavano le parole della canzone del Bambino nel Vento, si sono commossi quando hanno visto i deportati, tramite le immagini di alcuni film, conoscere la libertà. In questo 2016 vi è stato un filo conduttore critico univoco. Se la memoria non è applicata, è vuota, è astrazione, sarà il nulla. La memoria va applicata, perché quanto accaduto si sta ripetendo, seppur in modo diverso, per ovvietà della società moderna nella quale ci troviamo a vivere. I razzismi sono ritornati, i neofascismi e neonazismi sono ritornati, sono ritornate le peggiori cose della disumanità. Nella canzone del "Bambino del Vento" si diceva" Io chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà". Ecco, lo chiedo anche io oggi, in questo nuovo secolo del terzo millennio.


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