Stefano Furlan ricordato ovunque ma a Ronchi non esiste neanche una targa

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  Ci sono vicende che sembrano chiudersi nel giro di un attimo, e invece no. Rimangono lì, aggrappate alla memoria, perché  non è questione di fare della retorica inutile, quella che, insomma, lascia il tempo che trova, ma di non permettere che l'esistenza di una persona svanisca nel nulla. Di dire chiaramente: questa è stata un'ingiustizia. Come ad esempio nel caso di Stefano Furlan. Lui era di Ronchi, una famiglia semplice, gente comune. Ma la sua storia,  la ricordano tutti. La ricordano le tifoserie di mezza Italia nel mondo del calcio, persino quelle avversarie. Perché Stefano, nel febbraio del 1984, si trova esattamente dove nessuno vorrebbe mai trovarsi: nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. C'erano stati disordini, scaramucce tra i tifosi della Triestina e quelli dell'Udinese, fuori dallo stadio Grezar, a Trieste. I dettagli, nella storia, sono sempre sfuggenti. Stefano esce dalla curva, deve raggiungere la sua macchina, una Fiat 128 blu parcheggiata in vi...

Siamo in guerra, ma in Italia non possono dirlo,altrimenti non la possono fare

E' innegabile che l'Occidente è in guerra. Una guerra non iniziata dopo il 13 novembre, e neanche dopo l'11 settembre. Una guerra iniziata ben prima, che continua, frammentata. Non è una guerra globale, e neanche la terza guerra mondiale, anche se la Siria è il terreno ove si scontrano gli interessi delle principali potenze mondiali oggi militarmente in guerra. In Italia è vietato usare la parola guerra, non sia mai. Altrimenti si scatenano i soliti sentimenti conformi alla nostra Costituzione. Maledetta quella Costituzione che non legittima la guerra, che rifiuta la guerra, no? Ed allora no, non siamo in guerra, ma per fare la guerra dobbiamo dire che è solo una lotta contro il terrorismo, una battaglia, ma non una guerra.  D'altronde le fregature delle missioni di pace non funzionano più e neanche quelle delle guerre umanitarie.  Per fare la guerra, non si deve dire che si è in guerra e si deve preparare l'inesistente opinione pubblica a legittimare scelte in tal senso. Dicono che i nostri aerei non bombardano, ma preparano solo il campo con le ricognizioni. E' come dire io non sparo dalla trincea, ma mando i miei soldati a costruire la trincea. Ma la trincea è o non è funzionale alla guerra? E' o non è strumento di guerra? Certo che lo è. Insomma nella patria di Dante che si diverte a giocare con le parole, si continuano a prendere per scemi gli italiani. Meglio la coerenza che le prese in giro. Tanto alla fine lo sapete bene che non ci sono le condizioni, ad oggi, per fermare la vostra guerra, il pacifismo è morto e sepolto. Ed allora perché tutti questi giochi? Perché la sinistra al governo non può mica fare la guerra. Almeno quella italiana. Il perbenismo elettorale. Ed allora non chiamiamola guerra, salviamo la faccia. Chiamiamola lotta per la difesa della nostra civiltà, contro il terrorismo. Sì, abbiamo fatto mea culpa, nella nostra società cattolica questa è una confessione. Abbiamo ammesso che l'Is è un mostro nato dagli errori ed anche orrori dell'Occidente. Siamo stati perdonati. Da chi? Non importa. Abbiamo scontato la penitenza. Come? Non importa. Ora lasciateci fare la nostra guerra, che non chiameremo mai guerra, almeno per ora.
Marco Barone 

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