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La storia di Gorizia non la si scrive con gli omissis

Con delibera 181 del 9 ottobre 2015, il Comune di Gorizia, sulla base di queste motivazioni “(...) evidenziato come la proposta della Lega Nazionale sia da considerare un’importante iniziativa volta ad ottenere tutte le informazioni possibili in merito alle deportazioni di cittadini goriziani da parte dell’esercito jugoslavo, avvenute nel maggio 1945, a guerra conclusa: i cosiddetti “quaranta giorni” che la città subì, a seguito dell’insediamento del comando partigiano jugoslavo, furono, infatti, contrassegnati da un clima di terrore e di violenza verso chiunque si opponesse, o rappresentasse comunque un ostacolo, all’occupazione titina di Gorizia e del suo territorio”, stanziava per la detta ricerca 500 euro. I risultati, o meglio parte di essi, sono ora noti. Si parla di 1023 persone scomparse da Gorizia, di cui si ignora la sorte, molti risulterebbero essere tornati e si dice anche che i nomi del controverso lapidario, che attualmente sono 665 (e di cui una buona parte sono lì riportati per errore), dovrebbero essere incrementati di altri 150. Ed anche che “verranno apportati ai documenti soltanto alcuni omissis relativi a nomi dei “colpevoli” perché non è intenzione della Lega Nazionale creare danno a chicchessia ma esclusivamente dare un contributo decisivo alla scoperta della verità storica”. Il riferimento è a chi avrebbe collaborato con l'Ozna. Documenti accessibili dal 1996, è probabile che siano già stati visionati, cosa che ben si poteva verificare, con le tutele in materia di privacy, in loco. La storia non la si scrive con gli omissis.  Così come la storia compiuta ed oggettiva non la si può scrivere per voce di una sola parte. Ogni parte ha una sua prospettiva, solo la diversità delle prospettive può aiutare ad arrivare non ad una memoria condivisa, ma almeno ad una oggettività fattuale storica. Parlare del dopo omettendo il prima, non è storia, ma politica. Parlare del prima senza parlare del dopo, non è storia ma faziosità. E' innegabile che gli eredi non hanno alcuna responsabilità, ma non si può lanciare la pietra e poi fare finta di nulla. I nomi con i fatti specifici e provati di accusa devono essere resi pubblici, per amore della verità storica compiuta e non faziosa e della ricerca storica e per rispetto della storia di Gorizia. Non si deve avere paura di ipotetiche ed irrealistiche ritorsioni, perché se così fosse non ci sarebbe mai verità e rispetto per la verità. 
Vanno fatte, però, delle considerazioni. Gorizia è stata attraversata da catastrofi umane con le due guerre mondiali, violenze che sono continuate dopo fino alla strage di Peteano. Gorizia maledetta, ahimè. Un periodo storico poco analizzato è quello che chiamo del terrorismo nazionalistico per l'italianità del confine orientale, iniziato dopo il 12 giugno del '45 tra Trieste e Gorizia in primo luogo. Sparito dalle cronache, rimosso nonostante la sua incredibile violenza contro sloveni, serbi, croati, comunisti, antifascisti, anarchici ecc dalle liste di proscrizione apparse sui muri di Gorizia contro sloveni e chi collaborava con gli sloveni, a bombe, morti ferimenti, assalti, attentati senza controllo e spesso favoriti anche dal mancato intervento o peggio ancora dall'intervento stesso delle truppe così dette alleate. Per esempio il 9 marzo del '47 dopo l'inaugurazione della sezione sezione della Lega Nazionale di Gradisca, gruppi di partecipanti alla cerimonia tentano prima di assaltare la Casa del Popolo e picchiano il fotografo socialista Zuliani, Pivotti, Giacometti e alcune donne presunte “titine”, una squadra tenta di penetrare nella casa del dirigente comunista Gasparini. Di ritorno dalla manifestazione una squadra tenta anche di assalire l'ospedale militare delle truppe jugoslave stanziate nella Zona A a Villa San Giusto in Gorizia. Insomma un periodo storico turbolento. L'Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, nel 1990, ha pubblicato il volume riguardante l'attuale provincia di Gorizia comprendente i dati relativi ai caduti, dispersi, vittime nella e della seconda guerra mondiale, con riferimento ai soli cittadini residenti o domiciliati nei rispettivi Comuni. 3842 è il totale. Un totale che impressiona. I dati specifici interessano caduti, dispersi e vittime civili la cui data di morte è compresa entro il 31 dicembre del 1947. Per la città di Gorizia, che come è noto dopo il trattato di pace del '47 ha perso buona parte delle sue frazioni e del suo territorio, si è tenuto conto dell'interezza della città, dell'unità comunale quale era prima del trattato di pace, vi sono stati  tanti caduti,e /o dispersi appartenenti all'esercito popolare di liberazione Jugoslava,solo a Gorizia sono stati 307, per un totale di 1918 vittime in base ai parametri e dati come prima evidenziati. Mentre nel 2006 veniva pubblicato a Gorizia l'elenco di 1048 nomi così detti deportati di Gorizia. In tale elenco vi erano contenuti anche i nomi di 110 rientrati, di 149 persone morte prima dell’arrivo dell’Esercito jugoslavo e di 38 arrestati a Monfalcone, e conteneva anche una lista di 33 domobranci arrestati e non solo. Se è innegabile che dalla fine del 1940 in poi, Gorizia ha dato rifugio a migliaia di istriani italiani che dovevano fuggire dalle regioni annesse alla Jugoslavia e che molti di coloro che si stabilirono in città, hanno avuto un ruolo importante nel plasmare nel suo dopoguerra l'identità nazionale e politica della città, con circa 5mila esuli che hanno scelto come luogo Gorizia andando a costituire circa il 15 % della popolazione residente, e conseguentemente tale concentramento ha favorito l'assegnazione della città all'Italia piuttosto che alla Jugoslavia, è altrettanto innegabile che una storia fatta di omissis rischia di ledere prima di tutto l'italianità della stessa Gorizia, che ci si augura un giorno che non possa essere più né santa né maledetta, né sentinella, ma semplicemente Gorizia.

Commenti

  1. Non dovrebbe peraltro essere difficile “quantificare” il numero degli scomparsi da Gorizia nel maggio ’45: il problema piuttosto sta nella confusione che viene fatta tra “provincia” di Gorizia e Gorizia città. Perché la provincia di Gorizia nel 1945 comprendeva un’ampia superficie di territorio ora facente parte della Slovenia, come la zona di Tolmino o la Selva di Tarnova, dove i combattimenti furono accaniti e continui e causarono moltissimi morti, e ad esempio i militari del Battaglione Mussolini, o quelli della Decima Mas, morti in combattimento o dopo essere stati fatti prigionieri, possono essere inseriti nel numero degli “infoibati” di Gorizia?
    Volendo limitare l’analisi alla città di Gorizia ed alle altre cittadine della provincia ora italiane, abbiamo a disposizione gli elenchi pubblicati dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione nel 1986 (definito “fonte negazionista e giustificazionista” dall’ineffabile dottor Rustia), che segnalano 332 nominativi a Gorizia (di cui 182 civili), su 1.918 scomparsi a causa del conflitto. (segue)

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  2. (segue dal precedente) Invece possiamo prendere in esame gli atti di un procedimento penale istruito dal Procuratore militare Sergio Dini di Padova, dove troviamo un “Elenco deportati” di 508 nomi, che presumiamo riprenda i nomi degli elenchi di denuncia degli scomparsi trasmessi all’ufficio anagrafico del Comune di Gorizia, il quale avrebbe risposto in data 21/3/02. Diciamo subito che, inspiegabilmente, in questo elenco non sono compresi nominativi che iniziano con le lettere dalla R alla Z (tranne 3 con la R e 1 con la V), quindi si tratta in ogni caso di un documento incompleto. Ma di questi 508 nomi, a fronte di 228 dichiarazioni di morte presunta indicativamente tra maggio 45 e febbraio 46, abbiamo 29 persone che sarebbero morte per fatti di guerra prima dell’arrivo dell’Esercito jugoslavo, 11 morti anche diversi anni dopo (a Gorizia) e 13 cancellati dall’anagrafe perché emigrati in altre città dopo l’estate del 1945. Se l’inghippo sta nel fatto che a volte i parenti denunciavano come “deportati” dagli Jugoslavi anche parenti dei quali non avevano nessuna notizia, bisognerebbe in ogni caso stigmatizzare che tali elenchi avrebbero potuto (e dovuto) essere aggiornati un po’ prima del 2002.
    La maggior parte dei nominativi però sono indicati come “irreperibili” all’anagrafe, per cui si può ritenere possa trattarsi di militari che non avevano posto la residenza in città. In tal caso è più difficile riuscire a determinare se sono deceduti in prigionia o sono rientrati, anche perché all’epoca i rilasciati, se destinati ad altre regioni, venivano direttamente inviati dalla Jugoslavia ai porti italiani (soprattutto Ancona), e rientravano al proprio luogo di residenza.
    Infine un cenno a quell’elenco redatto dalla studiosa slovena Nataša Nemec, che era stato reso noto dal Prefetto di Gorizia nel 2006 e presentato trionfalmente sulla stampa italiana come il definitivo elenco dei “deportati” da Gorizia, che comprendendo 1.048 nomi era stato anche indicato come la “prova” che la tragedia era stata ancora superiore ai 665 nomi indicati sul lapidario.
    In realtà, come ha spiegato la storica dopo la pubblicazione della lista, non si tratta di un elenco definitivo, ma di un elenco ancora in fase di studio, da lei fornito come appunto al Ministero degli affari esteri e trasmesso alle autorità italiane che lo resero inopinatamente pubblico.
    Ad ogni buon conto, ciò che la stampa non considerò all’epoca (e tuttora molti di coloro che si occupano di queste cose continuano a non tenerne conto, nonostante le precisazioni della professoressa Nemec) è che in questo elenco di 1.048 persone sono contenuti anche i nomi di 110 rientrati, di 149 persone morte prima dell’arrivo dell’Esercito jugoslavo e di 38 arrestati a Monfalcone. Che vi sono 34 nomi di militari internati (alcuni deceduti, altri non si sa) a Borovnica, ma provenienti anche da altre zone; e che l’elenco si conclude con una lista di 33 domobranci (collaborazionisti sloveni, non necessariamente goriziani) arrestati; ed infine che per alcuni di questi le note sono contraddittorie (vengono segnalati contemporaneamente come morti in una località e internati in un altro campo), a riprova che l’insieme non è un documento definitivo ma solo una serie di appunti di studio.
    Si diceva prima che non è facile determinare la sorte dei militari arrestati che non avevano la residenza a Gorizia: gli storici però potrebbero effettuare un controllo presso i comuni di nascita o presso l’ufficio storico dell’Esercito, sarebbe un lavoro lungo ma non impossibile, che varrebbe la pena di fare anche per non dover più leggere interventi come quello del sunnominato dottor Rustia, il quale ritiene che, in base ad una sua personale (e fallace) interpretazione della “lista Nemec”, nonché dei risultati dell’inchiesta del dottor Dini, si dovrebbe “inserire nel monumento Lapidario il centinaio abbondante di nomi di trucidati ora mancanti” (lettera pubblicata sul “Piccolo”, edizione di Trieste, il 12/7/14).

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  3. Analisi interessante che abbiamo preso in considerazione. Partiamo ora da una lista ufficiale con nome cognome residenza e data arresto di ogni scomparso. Buona serata. lu

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