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La relazione sulla politica della sicurezza e la questione terrorismo

Intorno a febbraio 2015, come da normativa, è stata depositata la relazione sulla politica della sicurezza il cui organo è costituito dal complesso di realtà ed autorità che hanno il compito di assicurare le attività di informazione per la sicurezza, allo scopo di salvaguardare la Repubblica da ogni pericolo e minaccia proveniente sia dall’interno sia dall’esterno del Paese. Una relazione che invitava l'Italia e l'Occidente a mantenere elevata l'allerta in merito alla nota minaccia terroristica di matrice jihadista che si è attestata negli ultimi anni su livelli significativi. Nel 2014 ha fatto registrare un trend crescente, passando nel gennaio 2015, nell’attentato di Parigi al Charlie Hebdo, rivendicato da al Qaida nella Penisola Arabica (AQAP), e negli omicidi di Montrouge e Portes de Vincennes, compiuti in nome dello Stato Islamico (IS), dalla bomba esplosa sull'aereo russo, dalla strage del 13 novembre di Parigi, all'attentato di Mali, senza dimenticare Beirut ad un vero e proprio apice. Nella relazione, che si ferma ai fatti di gennaio 2015, si legge che gli “eventi francesi valgono a ribadire i tratti, l’attualità e la concretezza di una minaccia che, come più volte evidenziato in precedenti Relazioni, trova il profilo di maggiore insidiosità nell’estremismo homegrown, un’area di consenso verso il jihad violento che spesso riflette processi di radicalizzazione individuali ed “invisibili”. L’IS, erede della filiale irachena di al Qaida, ha incarnato un paradigma di espansione nuovo e pervasivo, che ha visto il terrorismo cercare di “farsi Stato” e coniugare all’offensiva di tipo asimmetrico un confronto militare condotto con l’impiego di un esercito “regolare” e di armamento pesante finalizzato alla conquista e al controllo del territorio. Per certi versi, si tratta di un obiettivo strategico non dissimile da quello perseguito dal qaidismo “storico” e dai gruppi del jihadismo armato attivi lungo la dorsale di instabilità che si sviluppa dall’Africa occidentale sino al quadrante centro-asiatico, passando per la fascia nordafricana e subsahariana”. Si evidenzia, come emerge ultimamente anche nei dibattiti pubblici in una sorta di mea culpa, che “l’intervento militare internazionale in Siria ed in Iraq, avviato in settembre, ha offerto nuovi spunti alla narrativa jihadista, focalizzata sulla necessità di far convergere le forze islamiste in un’azione comune contro la coalizione degli “invasori” e sulla produzione di messaggi di natura istigatoria allo scopo di esercitare un’incalzante pressione intimidatoria nei confronti dei Paesi “nemici”, specie occidentali. La richiamata praticabilità di azioni terroristiche con gli strumenti offensivi più disparati (armi da fuoco e da taglio, ordigni fai-date, veleno, “car jihad”, vale a dire autovetture lanciate contro il bersaglio, etc.), rappresenta di per sé un moltiplicatore del rischio, che accentua la possibilità di attivazioni e scie emulative da parte di soggetti più permeabili al messaggio radicale. In questa cornice si inscrivono gli attacchi in suolo occidentale registrati nel corso dell’anno”. In merito al fenomeno dei foreign fighters, si evidenzia che ha assunto nel 2014 dimensioni del tutto inedite, facendo ipotizzare che siano almeno tremila i mujahidin partiti dalla sola Europa, di cui oltre 500 provenienti dalla regione balcanica, dove operano diverse e strutturate filiere di instradamento dei volontari. Invece, per quanto riguarda l’Italia, la specifica minaccia deve essere valutata non solo per gli sporadici casi nazionali, ma anche e soprattutto tenendo presente l’eventualità di un ripiegamento sul nostro territorio di estremisti partiti per la Siria da altri Paesi europei, anche in ragione delle relazioni sviluppate sul campo tra militanti di varia nazionalità. A conferma della condivisa percezione del pericolo rappresentato dai combattenti stranieri impegnati nei teatri di jihad, in specie quello siro-iracheno, si pongono le iniziative assunte nei più qualificati consessi internazionali. Per poi arrivare a quella che è la peggior profezia di Cassandra, ed inascoltata, visto quando accaduto il 13 novembre a Parigi: “In relazione al quadro descritto, è da ritenersi crescente il rischio di attacchi in territorio europeo ad opera di varie “categorie” di attori esterni o interni ai Paesi-bersaglio: emissari addestrati e inviati dall’IS o da altri gruppi, compresi quelli che fanno tuttora riferimento ad al Qaida; cellule dormienti; foreign fighters di rientro o “pendolari” dal fronte (commuters); familiari/amici di combattenti (donne incluse) attratti dall’“eroismo” dei propri cari, specie se martiri; "lupi solitari" e microgruppi che decidano di attivarsi autonomamente (self starters). Ciò sulla spinta anche di campagne istigatorie che ritengono pagante trasformare il Continente europeo in “terreno di confronto” con l’Occidente, in chiave di rivalsa, e tra le stesse componenti della galassia jihadista, nel quadro di dinamiche di competizione tutt’altro che univoche la minaccia interessa anche l’Italia, potenziale obiettivo di attacchi pure per la sua valenza simbolica di epicentro della cristianità evocata, di fatto, dai reiterati richiami alla conquista di Roma presenti nella propaganda jihadista”.
Ed ovviamente, al contrario di come vorrebbe qualche provocatore, non è certamente con i crocifissi esposti nei luoghi pubblici o nuove crociate religiose in uno Stato Laico che si contrastano derive fondamentaliste di qualsiasi genere esse siano, ma solo con la laicità ed il buon senso che dovrebbero essere il cuore della nostra democrazia, attraverso la cultura, la forza della ragione, l'abbandono di politiche colonialiste e guerrafondaie e non restringendo le nostre libertà, perché dobbiamo rinunciare a delle nostre libertà non avendo noi alcuna responsabilità per quello che ora accade?
In merito alla questione finanziamenti, si segnala nella citata Relazione"che questi gruppi operano molto tramite le forme di autofinanziamento, che si affiancano alle pratiche di raccolta fondi, operate con varie metodologie, incluse diverse e redditizie attività criminali" ed appare confermata la tendenza delle organizzazioni terroristiche ad evitare l’utilizzo dei circuiti bancari convenzionali – peraltro tuttora impiegati con il ricorso a prestanome – al chiaro fine di non incorrere nel sistema dei controlli previsti dalle normative antiriciclaggio e tuttora utilizzato è, inoltre, il ricorso ai “corrieri di denaro”, secondo modalità variabili dirette a schermare i flussi ed i soggetti coinvolti.

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