I giganti di ferro e la nuova Babele: Monfalcone


C’è qualcosa di profondamente epico  quando osserviamo quello che sta accadendo a Monfalcone. Arrivano questi due nuovi giganti, due gru gigantesche, alte cento metri! Arrivando direttamente dalla terra della Serenissima, da Venezia, e si vanno a piantare lì, proprio ai piedi della Rocca carsica. È lì che prendono forma i veri re dei nostri tempi: queste navi da crociera enormi, bianche, mostruose, pronte a salpare verso un mondo che immaginiamo senza più confini. Però guardiamo cos'è diventata Monfalcone. Non è il classico porto di mare che uno s'immagina nel Cinquecento o nell'Ottocento. Oggi è una città periferica del Nordest, una "piccola Dacca", come dicono alcuni con una certa inquietudine. Perché a un certo punto sono arrivati a migliaia dal Bangladesh, dall'altra parte del pianeta! Sono venuti a fare esattamente quel lavoro che gli italiani, ormai, non volevano più fare. È la globalizzazione al contrario. Quella dinamica spietata della competizione al ribasso tra i lavoratori, che finisce per trasformare un piccolo centro tranquillo in una vera e propria polveriera sociale. Eppure – ed è questo il punto fondamentale – a quelle due gru di cento metri non importa assolutamente nulla. Non gliene importa niente se chi sta lì sotto a saldare le lamiere è napoletano o calabrese, friulano, siciliano, pugliese o rumeno. Qui c'è gente che arriva da più di cento nazioni diverse! Quelle gru se ne stanno lì, indifferenti alle nostre miserie umane, e con il loro passo lento e inesorabile hanno conquistato l'aria dei cantieri navali, imponendosi come le padrone assolute della nuova storia di Monfalcone e della sua nuova skyline.

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