A Gorizia esiste una delle poche svastiche ancora oggi presenti in Italia

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  Sentite, questa è una storia straordinaria, di quelle che a raccontarle oggi si fa quasi fatica a crederci. Perché noi siamo abituati a pensare che la Storia – quella con la S maiuscola, quella dei grandi sconvolgimenti – lasci sempre dei segni enormi, evidenti. E invece no. A volte si nasconde nei dettagli, in un angolo dimenticato. Immaginate la scena: siamo a Gorizia. Una città che è un groviglio pazzesco di confini, di lingue, di memorie che fanno a pugni tra loro. Ancora oggi la scritta Tito che sovrasta Nova Gorica, città nata per mano del socialismo jugoslavo, procura divisioni e discussioni formidabili. Voi camminate, entrate nel giardino del lapidario di Palazzo Attems Petzenstein, e vi muovete tra questi vialetti, che sono piccoli, stretti, quasi intimi. Da una parte avete le lapidi che ricordano il vecchio, felice periodo asburgico – quando Gorizia era la "Nizza austriaca", tutta ordine, burocrazia imperiale e nostalgia –, dall'altra, immancabilmente, ci sono...

La migliore vita è di qua o di là? Ha ragione Grassi o Fioroni?


Durante la seduta del 7 luglio 2015 nel corso dell'attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, Gero Grassi, del Pd, comunica di aver appreso solo in tal momento della scomparsa di Tindari Baglione, affermando categoricamente che è passato a peggior vita. Probabilmente stizzito, il Presidente della Commissione, quale Fioroni, dirà: Può darsi anche a miglior vita.
No, replicherà Gero Grassi, “io dico a peggiore, presidente. Non rientro nella categoria degli ipocriti. La miglior vita è quella di qua. Quella di lì aspettiamo quando arriva, ma la miglior vita è quella di qua”.
E come dargli torto? La vita è una, è questa, quella che ora si vive, punto. Ma dall'alto della sua presidenza, Fioroni: “Poiché lei non parla ex cathedra, questo sarà opinabile”. E Gero Grassi concluderà: “Certo, non c’è dubbio. Sono opinioni diverse. Io la miglior vita la voglio vivere qua. Di là, quando ci andiamo, poi ne ragioniamo”. 
Certo, ne ragioniamo, la prossima vita magari. E per fortuna che i lavori della Commissione poi hanno ripreso il loro ordinario corso.

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