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Più di 70 interventi assembleari nella I legislatura della Repubblica sulla questione esuli ed Istria, alcuni esempi

Come una litania che sembra non aver mai fine, si dice che della questione degli esuli o profughi istriani non si è mai parlato, che è un fatto sconosciuto e così via discorrendo. Nulla di più falso. Falsità che tra le altre cose altro effetto non hanno che nuocere a parer mio anche alla stessa causa del variegato e complesso mondo degli esuli istriani, soggetti a strumentalizzazioni nazionalistiche che hanno imposto, per esempio, numeri e cifre diventate verità, come i 350 mila esuli, cosa non corrispondente al vero. Ma il peggio è dato anche dal fatto che l'esodo viene presentato come una sorta di unicum e di fenomeno spontaneo, quando di unicum ha avuto poco e sulla spontaneità vi sarebbe molto da dire, poiché ogni esodo ha una sua storia, una sua origine, storia ed origine che trovano principalmente fondamento nella conseguenza della caduta del fascismo e dunque nel fascismo, nei bombardamenti alleati, nel trattato di Pace del 1947, nel rifiuto di uno stato Comunista e considerato straniero quale quello Jugoslavo. A tutto ciò si deve aggiungere la volontà politica del governo italiano e della Dc di sostenere tale esodo, non fermarlo, di organizzarlo per ragioni di anticomunismo, per ragioni antijugoslave e nazionalistiche che dovevano tornar probabilmente utili in sede di trattativa internazionale in merito alle vicende del confine orientale ed assegnazione delle terre così dette contese.  Riporterò ora alcuni esempi di diversi interventi come emersi nella prima legislatura della Repubblica italiana che toccano i principali punti caldi e determinanti in merito alla vicenda ed al fenomeno dell'esodo istriano. Come è noto la I Legislatura della Repubblica Italiana ha avuto origine il giorno 8 maggio del 1948 e già nella seduta del 2 giugno si segnalano interventi significativi in materia. 


Il 2 giugno 1948 il sottosegretario di Stato per gli affari esteri affronterà il problema della questione dell'opzione e del trasporto degli esuli per dare un segnale all'Italia 
“Ancor prima che fossero conosciute le disposizioni jugoslave, si provvide con circolare 6 novembre 1947 ad illustrare le disposizioni a tutti i nostri uffici consolari e diplomatici, mettendoli in grado di continuare la protezione e l’assistenza agli istriani, giuliani e dalmati all'estero, cercando di evitare inutili attriti con le autorità jugoslave.Va riconosciuto che la Jugoslavia, in sede di emanazione di queste norme, si è strettamente attenuta ai termini letterali del Trattato. Aggiungo che, sia pure con ritardo, le autorità jugoslave hanno accolto i passi esperiti da noi per una più equa applicazione delle norme stesse da parte delle autorità locali. Va detto chiaramente che la vita è dura, molto dura per chi ha esercitato il diritto di opzione ed è in attesa della decisione jugoslava che gli riconosca la cittadinanza italiana. Per 1’autorità locale egli è ancora jugoslavo, peggio, uno jugoslavo che ha dichiarato di non volerlo più essere: privato del lavoro e delle carte annonarie l’optante deve vivere di ripieghi, vendendo il vendibile in attesa del decreto che gli riconosca la qualità di straniero nonché del visto di uscita che gli consenta di iniziare il viaggio di trasferimento per l’Italia Quanto al trasporto dei connazionali e alle pratiche doganali e di frontiera, le Amministrazioni italiane hanno già preso le opportune disposizioni di loro spettanza. Comunicammo al Governo jugoslavo che eravamo pronti ad offrire la disponibilità di 10 vagoni al giorno che, facendo capo a Fume, potevano risolvere il problema dei trasporti giuliani. Da parte jugoslava ci fu invece risposto di avere già la quantità di vagoni occorrenti ai rimpatrianti. Sono tuttora in corso pratiche per l’invio a Zara di un piroscafo capace di circa 300 persone, ma secondo le più recenti comunicazioni sembra che il Governo jugoslavo si proponga, come per i mezzi terrestri, di provvedere con i suoi propri mezzi marittimi. Per quanto concerne l’esportazione dalla Jugoslavia dei beni mobili, il trasferimento dei fondi e valuta, la vendita e la custodia dei beni immobili e in genere ogni questione relativa ai beni degli optanti, va ricordato che l’Allegato 14 del Trattato di pace ne rimette la definizione delle condizioni e delle modalità ad accordi fra i due Governi. Il Ministero degli esteri, con queste chiare, precise e dettagliate comunicazioni ha voluto rispondere agli interroganti, cui va il merito di aver sollevato questa importante questione in un momento di ansia come l’attuale, e dimostrare al Paese tutta la sua preoccupazione per risolvere al più presto i problemi di questi nostri connazionali, i quali stanno per diventare italiani superando difficoltà e sopportando dei sacrifici per i quali da questa Camera deve partire oggi un benvenuto cordiale e affettuoso, che dia loro la sensazione che, dopo aver tanto patito e sofferto, entreranno in Italia in una grande famiglia”

Il 10 giugno 1948 si affronta il problema del risarcimento danni 
Baresi scriverà:  "Il sottoscritto chiede d’interrogare il Presidente del Consiglio dei Ministri, per sapere quali provvedimenti intenda prendere perché sia accelerata la procedura d’esame delle pratiche di risarcimento dei danni di guerra in favore degli esuli istriani, che da tempo sono state depositate presso l’Intendenza di finanza,di Venezia, ove sembra che si faccia ben poco per una loro rapida spedizione.
E se non ritenga di corrispondere agli esuli aventi diritto un acconto sull'indennizzo loro spettante per i beni da essi abbandonati in Jugoslavia, senza attendere gli (accertamenti – conclusivi della Commissione mista italo-jugoslava, avendo l’esperienza dimostrato quanta lentamente  procedano tali Commissioni. (L’interrogante chiede la risposta scritta),


Almirante nella seduta dell'8 ottobre 1948 quantifica in non più di 2/300 mila i profughi istriani ecc, ed identificava la causa dell'esodo come conseguenza del Trattato di pace, infatti così scriveva : “prendendo atto delle drammatiche condizioni di vita in cui tuttora versano, nella grande maggioranza, i profughi dalle terre perdute dall'Italia in seguito al Trattato di Pace, invita il Governo a predisporre con urgenza le necessarie misure affinché il diritto al lavoro ed alla casa che la Costituzione riconosce ad ogni cittadino - sia effettivamente garantito a tutti gli esuli, che di lavoro e casa sono rimasti privi per effetto delle disgraziate vicende della Patria”.


Il 3 dicembre 1948 provvedimenti a favore delle personale dei magazzini generali di Fiume fuggiti in Italia 
Baresi: “chiede d’interrogare il Presidente del Consiglio dei Ministri, per sapere - premesso che con il passaggio di Fiume alla Jugoslavia il personale dell’azienda dei magazzini generali di quella città (in tutto un centinaio di persone) si è rifugiato nell'ambito dello Stato italiano; che con decreto legislativo 23 dicembre 1946, n. 520, fu disposto il trasferimento di detti esuli presso altri Enti nazionali similari; che a poco meno di due anni dalla data di tale decreto quasi la metà di detto personale B ancora in attesa di destinazione e non percepisce alcun assegno - se non ritenga doveroso prendere al più presto in favore di esso provvedimenti atti a regolarizzare la sua posizione. (L’interrogante chiede la risposta scritta).


11 aprile 1949 assegnazione terre 
Bartole presenta il seguente ordine del giorno: “La Camera, considerata la situazione di particolarissimo ed immeritato disagio in cui vivono tuttora le famiglie agricole giuliane esuli dalle loro terre, riconosce ed afferma l' improrogabile necessità di provvedere a rendere possibile il loro più rapido inserimento nella agricoltura nazionale mediante l'utilizzazione di congrui mezzi attinti ai vari stanziamenti previsti per l’uso dei fondi E.R.P., da impiegare particolarmente nei comprensori di trasformazione fondiaria, nei quali sia possibile insediare le famiglie contadine giuliane non isolatamente, ma raggruppate in modo che i loro componenti sentano meno il distacco dalle abitudini e dagli ambienti ai quali erano abituati. (…) Ritengo superfluo ricordare le condizioni in cui sono venuti a trovarsi a ,seguito degli eventi i cittadini della Venezia Giulia che hanno dovuto abbandonare, colla loro terra di origine, case, attività ed averi per un valore patrimoniale che si calcola superi i 600 miliardi di lire e dei quali molti vivono ancora in campi profughi, spesso disorganizzati, veramente esuli in patria italiana”.


11 giugno 1949 il Caso della circolare e presunta schedatura degli esuli 
In merito al caso della nota circolare del 1949 voglio prima riportare la versione come pubblicata nel sito dell'ANVGD “È un episodio amaro e offensivo tanto che il 15 giugno 1949 Mons. Radossi scrive a De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri, la seguente lettera: “vengo a sapere proprio in questi giorni che il Ministro dell’interno (Mario Scelba) con la circolare del 15 maggio 1949 N. 224/17437 ha ordinato a tutti gli uffici politici delle Questure di effettuare al più presto un accertamento individuale di tutti i profughi giuliani e dalmati residenti in Italia, istituendo per ognuno una scheda segnaletica con relativa fotografia ed impronte digitali. Qui ci troviamo di fronte ad un fatto inspiegabile. Vostra Eccellenza nel discorso tenuto recentissimamente a Trieste ha detto: «gli Esuli Istriani portarono in tutte le terre d’Italia l’esempio del loro eroico sacrificio» e il Suo Ministro adotta una misura che si traduce in un atto di sfiducia umiliante nella forma più cruda per chi ha già tanto sofferto. La prego di provvedere al ritiro immediato della suddetta circolare che, riconfermata, rivelerebbe mancanza di tatto politico e specialmente di carità evangelica non compatibile con un governo democristiano. La prego, inoltre, di non nominare noi poveri Esuli Istriani nei Suoi discorsi: il commento migliore al nostro profondo dolore è il silenzio. Mi creda di Vostra Eccellenza Illustrissima dispiacentissimo. Fra Raffaele Radossi Arcivescovo di Spoleto e profugo Istriano”. De Gasperi, arrabbiatissimo, fa ritirare subito la circolare e manda una lettera di scuse a Mons. Radossi”.

Dunque da qui pare di capire che sia avvenuto sia il ritiro della circolare e che lo stesso ritiro sia imputabile all'intervento dell'Arcivescovo. In realtà come si ricorda nel libro storia di un esodo, pagina 612 la circolare non venne ritirata ma modificata tanto che lo stesso Ministero dell'Interno informava, tramite una nota che quell'atto si rendeva necessario “unicamente per le persone sfornite di ogni e qualsiasi mezzo di riconoscimento” per favorire conseguentemente il rilascio di un documento d'identità ed anche per evitare che dell'asserita qualità di profughi ne approfittassero”truffatori od altri elementi pericolosi”e venne adottata  entro il periodo temporale di cui agli effetti della legge 1 marzo 1949 n° 51 come modificata dalla legge 1 agosto 1949 n° 453 che prorogava le disposizioni della precedente legge fino al 31 dicembre del 1949 in materia di prestazioni assistenziali previste dal citato testo a favore dei profughi ivi considerati . Forse quella disposizione sarebbe stata in un certo senso utile anche per avere numeri certi in tema di profughi, cosa che non avverrà per ovvie ragioni politiche... Nella seduta del giorno 11 giugno 1949, quindi ben prima dell'intervento dell'Arcivescovo, Bellavista presenterà una interrogazione al Ministro dell’interno, “per sapere se non ritenga opportuno revocare immediatamente la circolare 224/17437 in data 5 maggio 1949, con la quale 1’Amministrazione dell’interno ha disposto che gli uffici politici delle questure istituiscano uno schedario di tutti i profughi giuliani e dalmati residenti nella Repubblica e che ogni scheda segnaletica debba recare le fotografie e le impronte digitali dell'intestatario E per sapere quale risposta ha dato al telegramma dei profughi giuliani e dalmati di Milano che hanno protestato per il provvedimento di polizia che offende indiscriminatamente gli esuli ospiti della Patria.”

2 luglio 1949 esuli a Brindisi ed investimenti nella città per la loro accoglienza 
Guadalupi: “tenuto presente che la città di Brindisi si è sempre dichiarata solidale con tutti gli esuli fiumani e dalmati è pronta ad accettare tutte le loro istanze, per la cui realizzazione immediata ha già costituite le necessarie premesse, ottenendo un completo accordo, ed è fiera del privilegio che le viene dall'essere stata scelta dagli stessi esuli come il centro ideale per la ricostruzione di tutte le attività industriali, commerciali ed artigiane;ravvisato nella realizzazione del progetto, redatto da valenti tecnici è già allo studio dei competenti organi tecnici ministeriali, per la creazione di una zona industriale con la concessione del punto franco nel porto di Brindisi; invita il Governo a dar corso, nel più breve tempo possibile, ai necessari provvedimenti legislativi ed a provvedere ai conseguenti finanziamenti”.


4 luglio 1949 ai profughi dell'Africa non vengono garantite le stesse condizioni degli esuli 


Giolitti nella seduta del 4 luglio 1949 interrogherà il governo del lavoro e della previdenza sociale, per conoscere i motivi per cui “ai profughi dell’Africa provvisti di libretto dell’Istituto nazionale della previdenza sociale a differenza da quelli provenienti dall’Istria e da Briga e Tenda - non viene corrisposta l’indennità di disoccupazione [secondo quanto almeno si verifica in provincia di Cuneo)”.



7 luglio 1949, la preghiera di Bartole
Bartole il 7 luglio del 1949, concluderà il suo breve intervento, sulla questione degli esuli istriani, in questo modo : “ Onorevoli colleghi dall’estrema destra all’estrema sinistra, io rivolgo a voi tutti, al Governo, all’Italia, all’Europa, al mondo, una umile e commossa preghiera: aiutateci ! -A nome dei 70 mila disgraziati che si trovano nella zona B io vi dico in ginocchio: salvateli !”



16 luglio 1949 discriminazione tra profughi istriani ed altri profughi

Valandro Gigliola il 16 luglio del 1949 chiede d’interrogare il Ministro dell’interno, “per sapere se non stimi opportuno che le disposizioni di cui al decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato, 3 settembre 1947, n. 885, e al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10 giugno 1948, circa il riconoscimento della qualifica di profugo, siano estese ed applicate,oltre che ai cittadini provenienti dalle zone dell’Istria e della Dalmazia annesse all’Italia nel periodo bellico, e dalle zone di Briga e Tenda sulle quali è pure passata la sovranità dello Stato italiano, anche ai rimpatriati da Stati esteri, qualora vi abbiano lavorato alle dipendenze di società nazionali e siano stati costretti a tornare in Patria, abbandonando la loro attività e stroncando la loro carriera, a motivo dello stato di guerra e per formale imposizione delle Autorità italiane. (L’interrogante chiede la risposta scritta)".

25 novembre 1952 il caso di Livorno
Il 25 novembre del 1952 con l’interrogazione degli onorevoli Amadei, Diaz Laura, Bernieri, Jacoponi, Bottai e Baldassari, al ministro dell’interno, si solleva il caso di Livorno, “per sapere se non ritenga illegittimo e arbitrario il decreto del prefetto di Livorno del 19 aprile 1952, con il quale è stata annullata la deliberazione del consiglio provinciale di Livorno, che aveva, nella seduta dell’8 aprile 1952, elevato protesta contro le brutali violenze subite dai triestini il 20 marzo 1952 ed espresso voti perché Trieste e l’Istria venissero restituite alla patria italiana. Se non ritenga inoltre che il citato decreto contrasti con analoghe deliberazioni di altri consigli provinciali, che ebbero a ricevere l’espressione del compiacimento da parte dello stesso ministro”.

Risponderà il sottosegretario di Stato ricordando che quel provvedimento prefettizio “è soggetto ad impugnativa davanti al Consiglio di Stato. Ciò stante, deve ritenersi che il giudizio sulla legittimità dei provvedimenti adottati spetti ora alla magistratura amministrativa. Ora, pur con questa premessa, debbo ricordare all'onorevole interrogante che il Ministero dell’interno da tempo interviene in ordine a quelle deliberazioni dei consigli comunali e provinciali che eccedono i limiti delle loro attribuzioni. Per quanto infatti io possa plaudire nel mio cuore al voto di Trieste, tuttavia devesi riconoscere che si trattava di materia che esulava dalla competenza del consiglio provinciale. La legge vuole che gli enti locali facciano dell’amministrazione e non della politica; troppa politica si fa già dappertutto, perché essa debba essere sviluppata anche da parte delle amministrazioni degli enti locali (…) Ho qui quattro o cinque di queste deliberazioni, tutte annullate dal prefetto, appunto per una ragione di competenza. Era, dunque, logico che il prefetto annullasse anche, quest’ultimo, di cui alla interrogazione. Uno era pro Corea, un altro era di solidarietà per un consigliere provinciale che aveva commesso un reato, un terzo riguardava il rilascio al più presto del territorio’ di Tombolo occupato da parte del Logistical Command americano. 
I consigli provinciali, come ho detto, debbono occuparsi dell’amministrazione. 
Politica non né devono fare.’.. Ci sono già i deputati e i partiti che ne fanno forse persino troppa”.



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