Migliaia i comuni che hanno visto il proprio nome cambiato dal fascismo

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  Come tutti i regimi di ogni epoca anche il fascismo come è ben noto ha voluto il proprio marchio, il suo segno, che resiste ai tempi, nei nomi dei luoghi. Oltre ad aver sradicato identità secolari famigliari con l'italianizzazione dei cognomi e anche dei nomi delle persone, fenomeno cruento avvenuto soprattutto nelle regioni del confine, si è scatenato con una inventiva con pochi precedenti anche nella trasformazione dei nomi dei luoghi, con la toponomastica ed odonomastica. Migliaia i comuni e le località che videro i propri nomi essere stravolti, tramite il processo di italianizzazione con lo scopo di romanizzare la località, di annientarne le origini identitarie considerate come non italianissime o con lo scopo di celebrarne l'atto politico funzionale allo spirito e causa fascista. Di casi se ne registrano a bizzeffe. Da Monteleone di Calabria, diventata Vibo Valentia, a Ronchi di Monfalcone, diventata Ronchi dei Legionari per celebrare l'atto eversivo della presa di...

Le superstizioni e le credenze nella Calabria di Corrado Alvaro

Firmatario dell'anti-manifesto, che si opponeva al manifesto degli intellettuali fascisti che aveva tra i primi firmatari anche D'Annunzio, Corrado Alvaro, nel suo saggio la Calabria, realizzato per le scuole, nel testo di Calabria, presentato durante la conferenza tenuta al 'Lyceum' di Firenze nel 1931 e pubblicato nello stesso anno, descrive in maniera minuziosa e dettagliata anche le tradizioni, le credenze, le superstizioni, che hanno reso unica la terra di Calabria invasa da Bizantini,Normanni, Svevi, Arabi, Angioini, Spagnuoli, Francesi, terra di greci e latini, terra ove la tradizione è sopravvissuta nel tempo. Ricorderà il rituale per invocare la vendetta sull'offensore: “l'offeso andava in chiesa, s'inginocchiava ai piedi delle campane, ne tirava la fune con i denti, e scoprendosi il petto batteva il pugno in terra”. Descrizione tanto fisica quanto violenta. Ma ancor più drammatica era, quella che Alvaro definirà come la “sanzione biblicamente terribile” ovvero: “la madre misconosciuta o picchiata o scacciata dai figli, invocava la maledizione su di essi scoprendosi il seno e posando la fronte sulla terra”. Scena tipica di una tragedia greca, ma fatta propria dalla ritualità religiosa e popolare calabrese. Ricorderà anche che chi veniva baciato dalla nutrice perdeva la memoria degli affetti, chi era malato, “mentre passava una processione doveva levarsi a sedere sul letto, altrimenti il suo stato si aggravava”. Credenze popolari diffuse e forse ancora sussistenti, non solo in Calabria: “il vento improvviso annunzia delitto”, “le piaghe alle gambe si curando fasciandole di foglie di quercia”,” a guardare le stelle e a toccarsi il viso nascono porri”, “basta gettare un pugno di sale in un forno acceso e scappare” per liberarsi dai porri. Od ancora: “ per far fruttificare gli alberi sterili si dà con la scure sulla corteccia degli alberi al primo venerdì di marzo e si mettono pietre tra ramo e ramo”. Per “abbreviare il transito a chi soffre troppo si pone un giogo di bue sotto il cuscino”, per evitare la polmonite “è opportuno non mangiare fagioli di color rosso”. Come ha avuto modo di scrivere Corrado Alvaro, con la conoscenza di queste credenze, tradizioni, ritualità, “si penetra il senso della vita di questa regione in contatto continuo con la natura ed i misteri”. Certamente molte superstizioni e tradizioni e ritualità e credenze son venute meno, ma tante ancora sussistono, una commistione tra religiosità e spiritualità, tra tradizioni arcaiche ed antiche, contadine e tragiche che ben possono spiegare la complessità della Calabria.

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