La rosa di Nova Gorica dove il tempo si è fermato oltre la linea del confine

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Qui non siamo semplicemente su una collina; siamo su una faglia della storia, un punto dove le placche tettoniche della memoria europea hanno deciso di scontrarsi e miracolosamente, di restare in equilibrio. Immaginate la scena. Una scena reale, perché esiste e non è generata dall'I.A.  Siete lì, vi guardate intorno. Da una parte c'è il Castello di Gorizia , la fortezza, il Medioevo che è diventato nazione, con quel Tricolore che sventola a dire: "Qui siamo in Italia". Ma poi basta girare la testa, appena un po', ed ecco che la storia vi tira a modo suo per la giacca, sulla montagna di fronte, il Sabotino, quella scritta monumentale, TITO , che urla ancora oggi a tutto il mondo che Nova Gorica non è nata per grazia divina o per eredità dinastica. No, l'ha voluta il socialismo jugoslavo, l'ha creata l'uomo dal nulla, per sfida, sulla linea di confine. E in mezzo a questo scontro di simboli, tra nazionalismi e ideologie del Novecento che si sono fatte la...

Il Binario 9 della stazione di Trieste


Giunto alla stazione di Trieste centrale, leggi i cartelli che indicano i numeri dei binari.

Sono nove.
E decidi di recarti al binario numero nove, pur non sapendo se lì  puoi in effetti andare, perché dalla distanza sembra essere un binario "morto", ma non intravedendo alcun divieto, cammini lungo la linea gialla che traccia il confine tra l'arrivo o la partenza in questa città.

Tra cespugli verdi ed alti noti un cippo.
Ferrovieri caduti in guerra e sul lavoro.

Un lungo elenco che inizia il giorno 8 marzo 1940 e termina il 15 aprile 1845, senza un vero ordine temporale, con alcuni nomi ed alcune date non facilmente leggibili a causa dell'inesorabile scorrere e correre del tempo.
Pensi a quando la sicurezza sul lavoro era all'ordine del giorno dei media.
Strage continua.
Strage che continua.
Nulla è mutato.
Tutto è mutato.
Caduti in guerra e sul lavoro.
Guerra e lavoro.
Morti.

Nomi incisi, fiori spenti, silenzio e nessun retorico perchéPercorri neanche dieci metri ed incontrerai un secondo cippo. Un cippo commemorativo per i caduti triestini al servizio dell’impero Austroungarico nella Grande Guerra. Mobilitazione generale, innumerevoli, nel senso che il numero preciso ancora oggi non è ben conosciuto, si parla circa di 4300 soldati, di tantissimi cittadini triestini, il giorno 11 agosto del 1914 partirono per il fronte orientale inquadrati nell’Imperial Regio reggimento di fanteria n. 97 . Per essere massacrati nella macelleria mondiale come governata da generali inetti e criminali, molti dei quali, di qualsiasi nazione, ancora oggi onorati, venerati. Tra disfatte, miti, canzoni, battute, e misteri, la sensazione che avrai, in ogni caso è che il binario nove della stazione di Trieste, dormiente, silente, è un binario che ti accompagna in quel viaggio che unisce due tragedie diverse, unite dalla violenza della guerra, ma soprattutto che non tutti i morti, mandati al macello, “meritano” di essere ricordati con la stessa dignità, perché questa è la società. Perché la colpa dei soldati triestini, come lì ricordati, era quella di aver combattuto per l'Impero Austro-Ungarico, ovvero per quella che era in quel periodo la loro patria, patria colpita alle spalle dal proprio alleato, quale l'Italia, che avrebbe potuto continuare a rimanere neutrale, quella patria che è stata l'artefice della propria dissoluzione, quella patria, quale l'Impero, che ha determinato la prima guerra mondiale e violenze inaudite, per esempio, contro l'intera comunità serba. Mentre  i ferrovieri, certo, erano solamente dei ferrovieri. Accendi la solita sigaretta, ultimo e fugace sguardo ai cippi che ricordano i drammi reali del secolo appena superato e che mai dovrà essere dimenticato, e che qualcuno oggi vorrebbe riproporre, come se il passato nulla avesse insegnato, ed ascolti i tuoi passi, guardando quella linea gialla, chiedendoti, chissà quali sogni, quali amori, coltivavano i ferrovieri morti nella guerra o nel lavoro, chissà quali sogni ed amori coltivavano i soldati triestini partiti per la macelleria mondiale.

Chissà. Binario nove, nove come figliolanza, nella smorfia napoletana, numero potente, numero ideale, un numero che qui a Trieste semplicemente ti travolge nel dolore del silenzio.

Marco Barone

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