L'Atelier del Silenzio: storia incredibile di Afro, di un castello e della rinascita del Friuli

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      Dimenticatevi il solito castello medievale. Niente pietre fredde, niente polvere. No, qui stiamo parlando di una fortezza viva, spalancata sul mondo! Immaginatevi quest'uomo, Afro, immerso in quel verde friulano così prorompente. E lui che cosa fa? Lo prende e lo reinterpreta a modo suo, lo trasforma in quell'astrattismo pazzesco che lo renderà uno degli artisti italiani più celebri al mondo nel suo tempo. E guardate che c'è un parallelo fantastico! Pensate a Cy Twombly che si rinchiude nella sua fortezza a Bassano in Teverina, immerso nello splendore dell'accoglienza dei Franchetti... Ebbene, Afro vede questa cosa e segue esattamente quelle orme. Questo castello, sia chiaro, non riesce a comprarlo! Anche se era nei suoi desideri. Ma non si perde d'animo: se lo prende in affitto per anni e lo trasforma nel suo laboratorio creativo, nel suo rifugio d'arte. E allora la mostra “Afro al Castello di Prampero: l'Atelier del Silenzio (1961-1976)” ... non pote...

45 anni dal sequestro che sconvolse l'Italia e le nuove generazioni poco o nulla sanno di quel periodo e di Moro


45 anni in sordina, giusto il minimo sindacale per quel fatto che sconvolse l'Italia, un vero e proprio intrigo internazionale sul quale esistono ancora oggi una quantità impressionante di zone grigie, di verità non dette e nascoste a partire da chi partecipò realmente a quell'operazione, fino all'epilogo. Il sequestro Moro fu un qualcosa di incredibile ma che si inseriva all'interno di un contesto complesso, iniziato nel 1969 ed ultimato nel 1980 per alcuni, 1984, per altri, la strategia della tensione. Tre colpi di Stato tentati, un massacro di civili compiuto dai neofascisti supportati da apparati corrotti dello Stato e non solo, terrorismo rosso e nero, contrapposti ma con finalità diverse, era il neofascismo asservito ai poteri forti quello che operava per destabilizzare per poi stabilizzare con la mano forte dell'autoritarismo, quasi vent'anni di terrore, di morte, di violenza inarrestabile, di cui oggi se ne parla più negli ambienti storici, politici di riferimento, che per il Paese, come se fosse quasi un tabù, un qualcosa da non osare, da non raccontare, da non conoscere e di cui certamente vergognarsi. Molti di quei protagonisti sono ancora oggi in vita e le nuove generazioni poco o nulla sanno di quell'epoca storica. Quando si pensa al fascismo, si pensa a quanto successo nel ventennio, alla seconda guerra mondiale, non sicuramente alla prima Repubblica italiana che finirà nel 1994. Si dice che ricordare è un dovere, per non dimenticare, per non ripetere. Ma la realtà ci sta raccontando una storia diversa e non è un bene, soprattutto per le vittime innocenti di quel tremendo periodo italiano.

mb

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