Chi decide cos'è un capolavoro? Arte, denaro, passione e la lezione della Storia

Immagine
  Se ci guardiamo intorno oggi, c'è una sensazione quasi paradossale: in questo mondo ci sono forse più scrittori che libri, più poeti che poesie, più artisti che quadri! Tutti che creano, tutti che producono! Ma la vera domanda — e qui c'è il nocciolo della questione — è: chi è che decide che cos'è davvero un'opera d'arte?  Eh, la risposta è semplicissima, la storia ce lo insegna benissimo! È quello che un tempo avremmo chiamato il mondo della grande borghesia. Quell'uno percento della popolazione che detiene una ricchezza spropositata e che, a un certo punto, cosa fa? Si china, si mescola con l'umiltà del mondo, va a cercare l'artista squattrinato per fare una cosa ben precisa: capitalizzare l'arte . Non c'è nulla di scandaloso! Sia chiaro, è una constatazione quasi banale, fisiologica. Sono due mondi completamente diversi che però diventano assolutamente complementari: l'uno ha bisogno dell'altro. L'artista ha bisogno del mecenate ...

Il tappeto rosso steso all'Egitto. Non solo vendiamo le fregate ma addestriamo anche il personale. L'Italia ha rinunciato alla verità per Giulio



Saranno circa duecento i militari egiziani ospitati alla Spezia per essere addestrati nell'utilizzo delle due fregate Fremm intitolate a Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi, entrambi arruolati volontari nella Decima Mas e premiati per la loro operazione portata in essere ad Alessandria d'Egitto nel 1941 contro gli inglesi. E questo nomi pare rimarranno anche quando le due fregate entreranno in servizio in Egitto. La commessa militare è andata a buon fine per la dittatura egiziana e per Fincantieri. Dunque non solo si venderanno le navi militari all'Egitto, contribuendo ad armare in modo importante una dittatura militare, alleata dell'Italia nell'Eastmed, ma si addestrerà anche il personale per utilizzare quelle navi come si apprende dalla stampa locale. Nulla di stupefacente e sorprendente. Il tappeto rosso all'Egitto è stato steso da un pezzo. Da quando con la rinuncia alla verità processuale per Giulio Regeni, coincisa con il rinvio dell'ambasciatore italiano in Egitto, perchè questo è quello che è successo, si è avviata la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Inutile prendersi in giro. La situazione è questa. L'Italia ha rinunciato alla verità processuale per Giulio. 

Farebbero bene a riconoscerlo all'interno di una Commissione monocamerale d'inchiesta sull'omicidio di Giulio di cui sinceramente non se ne comprende più l'utilità, visto che sta diventando la vetrina della difesa della ragion di Stato, se così la si può chiamare. La magistratura è arrivata dove poteva arrivare, in assenza di accordi giudiziari, oltre non si può andare. La società civile continuerà a pretendere la verità processuale per Giulio, nella consapevolezza che la situazione è arrivata ad un punto di non ritorno fino a quando non muteranno le relazioni tra Italia ed Egitto.  Non esistono accordi di cooperazione giudiziaria e senza questi non si va da nessuna parte.

Incredibile come tutto questo si sia concretizzato in neanche cinque anni. Hanno ammazzato un ragazzo italiano che era lì a fare il suo lavoro di ricercatore universitario. Ucciso da un regime violento, ossessionato dalla paranoia della sicurezza. Ed il primo Paese che doveva fare di tutto per ottenere giustizia per un proprio concittadino, l'Italia, ha fatto di tutto per non ottenerla, rinunciando alla verità processuale per altri interessi ritenuti a quanto pare più importanti che non potevano essere compromessi. Questione di priorità. Come il gas, pensando ad ENI, come le navi militari, pensando a Fincantieri. E quando parliamo di ENI e Fincantieri parliamo dello Stato italiano non di soggettività estranee e private. L'Egitto ha ripagato così il prezzo della vita sottratta a Giulio. Una cosa semplicemente indicibile.

mb

Commenti

Post popolari in questo blog

Quale la città più bella tra Udine e Trieste?

Una storia per bambini della scuola primaria nella giornata Mondiale della Gentilezza

Come calcolare capienza di una piazza durante manifestazione?