Il maestro carnico Bertoli ed i grandi del '900 nel cuore di Tolmezzo dove l'arte si fa strada

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Quando parliamo di un uomo come Bertoli – nato a Illegio nel '33 – dobbiamo prima di tutto immaginarci cosa significava nascere in Carnia in quegli anni. Significa che la manovalanza, il lavoro duro, la fatica vera, tu la conosci fin da ragazzino, la tocchi con mano. Eppure, questo signore poi si occupa di design, fa il marketing pubblicitario... Ma la cosa straordinaria è un'altra: Bertoli è quel classico tipo di artista autodidatta con un talento talmente puro, talmente innato, che tu ti rendi conto che merita assolutamente di essere riscoperto, esplorato, capito fino in fondo. La prima vera svolta, la prima personale, arriva a Tolmezzo verso la fine degli anni Settanta, dopo le esposizioni alla galleria del Girasole di Udine. E oggi, la grande mostra di Palazzo Frisacco, sempre a Tolmezzo, è davvero il coronamento perfetto di una vita intera. Perché li vedete, i suoi quadri: dalle nature morte a questa pittura figurativa che è, in sostanza, una fotografia del quotidiano. È l...

L'urlo di disperazione della sorella di Vakhtang: "A chi volete che interessi il destino di un migrante morto?"



L'articolo pubblicato su Repubblica sulla morte di Vakhtang Enukidze è un colpo diretto allo stomaco. Hai una sorella, che ha perso un fratello, una famiglia, un figlio, la comunità distante 3000 km da Gradisca, un suo cittadino. E la fiducia nella giustizia è pari a zero. A chi volete che interessi il destino di un migrante morto? Mio fratello era una persona equilibrata, di buon carattere. Non era certo un violento. Così Asmat Jokhadze, la sorella. Vakhtang era affidato allo Stato italiano. Ha attraversato diverse sue strutture, il carcere di Gorizia, il CPR di Gradisca. E' morto. Sulle cause della morte si dovranno attendere gli accertamenti dell'autopsia. La famiglia di Vakhtang dovrà ancora aspettare per riavere il proprio caro. I fatti, le ricostruzioni, sono contrastanti, ma univoche nella direzione che qualcosa è successo, all'interno delle strutture dello Stato dove il georgiano era in stato di affidamento prima di essere espulso, o meglio rimpatriato, come si dice ora. Sono tante le questioni su cui si dovrà fare luce e chiarezza prima di gettare prematuramente sentenze definitive, è interesse di tutti in un Paese che purtroppo più volte si è dovuto scontrare con casi di ingiustizia. L'elenco è lunghissimo. Il CPR è ingestibile. Lo si sapeva. E' un contenitore implosivo. Ed è imploso. E come se non bastasse, quella politica istituzionale al governo regionale che dovrebbe assumere comportamento di neutralità e buon senso in casi come questi, invece, annuncia la necessità di aprirne altri di CPR all'interno del FVG. Secondo quel disegno che da terra di accoglienza diventa terra di espulsione. Qui non siete più graditi. La componente emotiva, per quanto difficile deve restare fuori dalla sfera processuale per arrivare a cercare di fare giustizia. Quella politica arriverà il momento in cui avrà il suo peso, ma ora, la cosa più importante è non perdere tempo. Perché i primi giorni sono quelle fondamentali per la composizione di un puzzle complesso che tocca più sfere. E cerchiamo di dimostrare alla famiglia di Vakhtang che a noi della sorte del loro caro, interessa. Che un migrante morto è un cittadino come noi. Che non siamo delle bestie indifferenti. Che questo fosse il peggior criminale sulla faccia della terra, e Vakhtang non lo era, che fosse un santo, poco importa. Lo stato di diritto deve essere uguale per tutti, se così non fosse, ritorneremmo in un sistema di barbarie anticostituzionale e tipico delle peggiori tirannie.

mb

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