Chi decide cos'è un capolavoro? Arte, denaro, passione e la lezione della Storia

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  Se ci guardiamo intorno oggi, c'è una sensazione quasi paradossale: in questo mondo ci sono forse più scrittori che libri, più poeti che poesie, più artisti che quadri! Tutti che creano, tutti che producono! Ma la vera domanda — e qui c'è il nocciolo della questione — è: chi è che decide che cos'è davvero un'opera d'arte?  Eh, la risposta è semplicissima, la storia ce lo insegna benissimo! È quello che un tempo avremmo chiamato il mondo della grande borghesia. Quell'uno percento della popolazione che detiene una ricchezza spropositata e che, a un certo punto, cosa fa? Si china, si mescola con l'umiltà del mondo, va a cercare l'artista squattrinato per fare una cosa ben precisa: capitalizzare l'arte . Non c'è nulla di scandaloso! Sia chiaro, è una constatazione quasi banale, fisiologica. Sono due mondi completamente diversi che però diventano assolutamente complementari: l'uno ha bisogno dell'altro. L'artista ha bisogno del mecenate ...

Dopo Bruxelles,ennesima strage di civili,l'Europa deve ritirarsi


E' difficile mantenere viva la lucidità mentale dopo i fatti di Bruxelles di questa primavera 2016 nata sotto il segno del sangue, del dolore, del lutto. Ma si deve essere lucidi e non emotivi. Nel mondo risultano oggi più di 60 Stati coinvolti in azioni di guerra. E l'Europa, o meglio alcuni Paesi dell'Europa, che poi sono quelli che determinano la linea della politica interventista europea all'estero, sono in guerra da lungo tempo. Quindi la formula retorica che segue ogni volta le tremende stragi che colpiscono i civili"ora siamo in guerra" è superata dalla realtà dei fatti. Anche se non lo sappiamo. Perché la vita nelle nostre città continua tranquilla o frenetica come sempre. Ma accade che, come è successo in Italia per un lungo periodo, durante la strategia della tensione, anche se con intensità minore a livello temporale, ora le azioni di guerra sono nel nostro territorio, nei luoghi che conosciamo, nei luoghi simbolo. E questa guerra la stiamo perdendo e non la si può che perdere, come tutte le guerre, nate per essere una sconfitta sociale e per l'umanità.  Discorso diverso sono le lotte di liberazione. Chi ne paga le conseguenze sono i civili, non gli eserciti, che, nel bene o nel male, ciò lo devono mettere in conto, come rischio per la "professione" che hanno deciso di intraprendere. L'Europa esiste solo nei momenti delle bandiere a mezz'asta, nei momenti del lutto. Esiste quando deve sostenere i muri per tutelare se stessa dalle proprie paure, esiste per finanziare una Turchia, con i soldi anche italiani, che respingerà migliaia di migliaia di profughi e che continua a contrastare i curdi. 
La relazione dei nostri servizi del 2015 denunciava che "gli attacchi di Parigi del 13 novembre, preceduti, il 31 ottobre, dall’attentato all’aereo di linea della compagnia russa Metrojet nell’area del Sinai, hanno rappresentato, ad un tempo, un cambio di passo, ma anche una conferma della strategia offensiva di DAESH, la cui proiezione terroristica si accompagna all’autolegittimazione quale soggetto statuale dichiaratamente intenzionato a ridisegnare la geografia del potere nell’area mediorientale a favore della componente sunno-salafita". Nel quadro dell’avanzata di DAESH sulla scena internazionale ed alla luce delle evidenze attestanti il ruolo giocato da foreign fighters di estrazione europea nella promozione, pianificazione e realizzazione di azioni violente nel Vecchio Continente, hanno assunto peso crescente, nel panorama della minaccia, i cd. homegrown mujahidin, soggetti nati o cresciuti o radicalizzatisi in Occidente (sia convertiti sia reborn muslims, vale a dire immigrati di seconda/terza generazione che hanno riscoperto l’Islam in chiave estremista), pronti a convergere verso le zone del Califfato o a compiere il jihad sui territori di residenza.Secondo questo paradigma, l’azione condotta contro la Francia ha verosimilmente inaugurato una strategia di attacco all’Occidente destinata a consolidarsi, anche nelle modalità attuative: forme di coordinamento orizzontale flessibile – seppure stabile e continuativo grazie anche alle comunicazioni su social network e chat criptate – tra una “direzione centrale”, presente in territorio siriano o iracheno, e cellule delocalizzate, chiamate a gestire in autonomia i dettagli della pianificazione operativa, calibrando logistica, obiettivi, tempi e luoghi secondo capacità ed opportunità. (...) Conseguentemente, è da ritenere elevato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, ad opera sia di emissari inviati ad hoc, inclusi foreign fighters addestrati in teatri di conflitto, sia di militanti eventualmente già presenti (e integrati/mimetizzati) in Europa, che abbiano ricevuto ispirazione e input da attori basati all’esterno dei Paesi di riferimento.". Ecco, da tutto ciò non ci si può difendere perseverando in azioni securitarie fallimentari o di guerra. Le soluzioni non sono i nazionalismi, i razzismi, ed i neofascismi o le bombe "umanitarie" o le bombe "democratiche".Questi sono i problemi, non le soluzioni. Queste sono anche le concause di ciò che accade ora in Europa. La soluzione è ritirarsi dai Paesi caldi ove si è presenti con azioni di guerra, sostenere i processi di resistenza interna,come il PKK Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che è la principale forza che contrasta l'IS direttamente sul campo e fare intervenire la politica diplomatica, quella seria, quella che non è mai intervenuta sino ad oggi. 

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