Chi decide cos'è un capolavoro? Arte, denaro, passione e la lezione della Storia

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  Se ci guardiamo intorno oggi, c'è una sensazione quasi paradossale: in questo mondo ci sono forse più scrittori che libri, più poeti che poesie, più artisti che quadri! Tutti che creano, tutti che producono! Ma la vera domanda — e qui c'è il nocciolo della questione — è: chi è che decide che cos'è davvero un'opera d'arte?  Eh, la risposta è semplicissima, la storia ce lo insegna benissimo! È quello che un tempo avremmo chiamato il mondo della grande borghesia. Quell'uno percento della popolazione che detiene una ricchezza spropositata e che, a un certo punto, cosa fa? Si china, si mescola con l'umiltà del mondo, va a cercare l'artista squattrinato per fare una cosa ben precisa: capitalizzare l'arte . Non c'è nulla di scandaloso! Sia chiaro, è una constatazione quasi banale, fisiologica. Sono due mondi completamente diversi che però diventano assolutamente complementari: l'uno ha bisogno dell'altro. L'artista ha bisogno del mecenate ...

A Trieste ho incontrato la povertà.

Avrei voluto e dovuto parlare o meglio scrivere o tastierizzare degli eventi censurati di Puerta del Sol, a Madrid,  dove per protestare contro la riforma del lavoro approvata dal neo-governo spagnolo gli indignati spagnoli subiscono cariche da parte della polizia, oppure dell'aggressione fascista, l'ennesima, accaduta a Massa, dove tali  aggressioni , realizzate da parte di gruppi organizzati di estrema destra, continuano a dilagare con una normalità a dir poco allarmante.
Oppure del lavoro precario presso il Terminal Passeggeri di Venezia, per le navi da crociera.
Mi era giunta una segnalazione. Un lavoratore che vuole mantenere l'anonimato, per non incorrere in ritorsioni, mi evidenzia alcuni problemi, diffusi e conosciuti, tra cui il fatto che se non hai "la pelle bianca", difficilmente potrai svolgere la mansione di addetto al Terminal Passeggeri. E' solo uno sfogo o questa denuncia risponde alla realtà? Sarà così anche a Trieste con l'arrivo delle navi da crociera? Nuova precarietà diffusa? Rischi di razzismo? Chi controlla? 
Oppure della rivoluzione mancata ad Atene. 50.000 mila cittadini circondano il Parlamento. La repressione ha prevalso, la possibilità di rivoluzione è mutata in sfogo di rabbia, con palazzi e banche bruciate.
Sconfitta.
Una enorme sconfitta.
Invece, parlerò, scriverò, tastierizzerò, di una esperienza umana vissuta da poche ore, a Trieste.
Nulla di straordinario.
Tragicamente ordinario.
Finalmente la Bora ha ceduto il passo al sole. 
Trieste cerca di riprendersi da uno stato di prigionia imposto dalla natura.
Moria di pesci, tegole vaganti, tir ribaltati, ghiaccio mutato in neve sul Molo Audace.
Una sorpresa sorprendente per ogni occhio umano.
Una cartolina vivente.
Nella terra di confine, ogni confine è stato superato.
Però, accade che dalla cartolina, in pochi attimi, vieni trascinato nella realtà.
Quella che non vuoi vedere e toccare.
Quella che Città come Atene vivono e vivranno per il prossimo futuro.
La povertà.
La dignità calpestata dallo stato di necessità.
Superata Piazza della Borsa, incontri una signora.
La vedi barcollare.
Ora a destra.
Ora a sinistra.
Ed ancora destra e sinistra unite da una società senza più colore politico.
Piange.
Sì, piange, e chiede qualche centesimo per comprare dello zucchero.
Lacrime e zucchero, nel pieno di una vita che vorresti amare, ma che in questo preciso istante ti sconvolge.
Vedi le persone fuggire da quella situazione.
Altre avvicinarsi, altre sconvolte.
La signora piange e barcolla nel Centro della borghesia cittadina in cerca di aiuto.
Vuole solo delle zucchero.
In quel momento non comprendo. Bora o non bora, vento o non vento, neve o non neve, il mondo si è fermato.
Atene è vicina all'Italia.
Non per la rivoluzione che non vi sarà.
Ma per la povertà.
Per quella dignità umana che dovrà per stato di necessità essere nascosta o dimenticata.
Il tempo continua a correre.
La Bora, leggera, continua a soffiare.
La signora è sempre là.
Trieste anche.

Marco Barone



 

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