La mafia in Emilia Romagna esiste?
La 'ndrangheta in Emilia Romagna esiste?
La camorra in Emilia Romagna esiste?
Tre domande secche e precise alle quali le persone comuni rispondevano di norma, con un "è roba da film", o in Emilia Romagna terra del Pci la mafia non mette piede e così via.
Forse un tempo era così.
Storicamente il Pci è sempre stato il nemico numero uno della mafia. Basta ricordar la vicenda di Peppino Impastato o di Rocco Gatto per capire il contrasto forte e culturale che esisteva tra la mafia ed il comunismo.
Cultura ed ignoranza.
Giustizia sociale e mafia.
Veniamo all' Emilia Romagna.
Terra ove la Lega Nord conquista giorno dopo giorno sempre maggior consenso sia elettorale che sociale, terra delle cooperative, delle banche, terra dei grandi appalti, terra dove di rosso non è rimasto praticamente nulla, se non il ricordo della resistenza al fascismo.
Il Pd è stato visto come la naturale evoluzione, o meglio involuzione del Pci, ma in sostanza è tutt'altro. Politica senza ideali, politica burocratica, politica delle poltrone.
Perchè dico ciò?
Semplice,perchè se viene meno la diga della politica, come fenomeno di controllo sociale e territoriale dei fenomeni mafiosi, è chiaro che le mafie, di qualsiasi aria di provenienza esse siano, trovano campo fertile per coltivar i loro sporchi affari.
Anzi la mafia penetra dentro la politica e diviene politica stessa.
Ed ecco nascere lo stato nello Stato.
E così è e così forse ancora sarà.
Un dossier preparato dagli studenti delle Facoltà di Scienze Politiche e di Giurisprudenza dell'università di Bologna, cattedra di Sociologia del diritto corso "Mafia e antimafia" diretto dalla professoressa Stefania Pellegrini, a conclusione del 1^ Laboratorio di giornalismo antimafia, spiega in via analitica la presenza delle mafie in quella che era la terra del PCI.
Il dossier è stato realizzato, nell'ambito di un laboratorio di giornalismo partecipativo, da 17 studenti di Scienze politiche e giurisprudenza "trasformati" in "giornalisti per amore" dal curatore del laboratorio Gaetano Alessi vincitore del premio "giuseppe fava" 2011 e da sempre attivista antimafia. Ben 35 pagine in cui vengono raccontati con dovizia di particolari, fatti di sangue, il flusso dei sorvegliati speciali, le intimidazioni, gli appalti truccati, il controllo da parte delle mafie di bische clandestine ed il gioco d'azzardo.
Nel dossier si legge che tra il 1961 e il 1995 i sorvegliati speciali con soggiorno obbligato erano almeno 3562, dislocati su tutto il territorio dell‟Emilia Romagna. La legge sul soggiorno obbligato portò a Castel Guelfo nel 1958 Procopio Di Maggio, capo mandamento di Cinisi e componente della commissione provinciale di Cosa nostra. A Budrio nel 1969 arrivava un distinto signore di Corleone, Giacomo Riina, rappresentante dei Corleonesi e per loro gestiva gli affari delle cosche al nord, il soggiorno dei latitanti, il traffico di droga e armi con la Turchia e la Croazia che si estendeva fino alla Toscana.
Tra il 1974 e il 1976 Gaetano Badalamenti arrivava in soggiorno obbligato a spese dello stato e acquisiva il controllo della provincia di Modena.
Si sottolinea altresì che sempre a Modena, in tempi recenti, si ha una forte concentrazione di soggetti sottoposti a regime di soggiorno obbligato, appartenenti al clan dei Casalesi come Francesco Schiavone detto Sandokan, i fratelli De Falco, Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e mezzanotte.
Questi sono solo alcuni nomi come sottolinea Gianfranco Micucci, sindaco di Cattolica (Rimini) nel 1993, che lamentava la concentrazione da guinness dei primati di sorvegliati speciali e soggiorni obbligati.
Da ciò quindi, si può anche desumere che l' Emilia Romagna è terra di “multiculturalismo mafioso” evidenziato dalla presenza nel territorio di Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra, che riescono a convivere e cooperare creando un equilibrio stabile, frutto di un bilanciamento di interessi.
Gli studenti che hanno curato questo importante documento sottolineano che l'Emilia Romagna è in sostanza un terreno fertile ed incolto su cui hanno attecchito le organizzazione(famiglie, cosche e clan) riproducendo le stesse dinamiche e importando i loro “valori”.
Le prime famiglie di ndrangheta furono i Mammoliti e i Dragone, quest‟ultimi arrivano da Cutro(KR) a Reggio Emilia nel 1982.
Ci si potrebbe domandare ma cosa fanno i mafiosi nel Nord Italia?
Fanno le stesse cose, spiegano i ragazzi, di quelli che stanno al Sud: si sparano tra cosche rivali, fanno affari, si ammazzano, accumulano capitali e li reinvestono in usura, bische, appalti e droga.
Ed il sistema di omertà è in sostanza analogo a quello vigente nel Sud Italia.
“Le intimidazioni denunciate sono state pochissime. Quelle che abbiamo trovato le abbiamo trovate grazie alle operazioni di ascolto, con le intercettazioni” – ci dice Lucia Musti Procuratore di Modena, “la gente diventa una maschera di sangue e dice è caduta dalle scale. Quindi se ci fanno intercettare, bene. Se non ci fanno intercettare... Ma anche l'intercettazione deve nascere da una notizia di reato”.
Ma le analisi sono supportate dai fatti e dalle vicende giudiziarie.
Per esempio nel capoluogo emiliano le manette sono scattate per Vincenzo Barbieri, 55 anni, originario di Limbadi (Vibo Valentia) e residente a Bologna in zona Saffi, e per Francesco Ventrici, 39 anni, di San Calogero (Vibo Valentia) e residente a Ozzano Emilia, entrambi da tempo residenti nel Bolognese e sottoposti al regime di libertà vigilata per precedenti vicende giudiziarie. I due, che per l‟accusa sarebbero vicini alla cosca Mancuso di Vibo Valentia, concentrano i propri interessi nel settore dei trasporti. In manette è finita anche la moglie di Ventrici, Alba Mercuri, 39 anni, incensurata, accusata solo di intestazione fittizia di beni.
Quindi, numeri, nomi, luoghi e attività che vanno ben oltre la semplice “infiltrazione” denunciata dalla stampa e dalla società civile con l‟aggravante dell‟atteggiamento affaristico di alcuni grossi imprenditori locali che vedono nel fenomeno mafioso una grande opportunità di business piuttosto che un problema da denunciare.
Si sottolinea la rilevanza del protocollo firmato di recente a Modena tra la prefettura e tutti i rappresentanti dei sindaci, per avviare un progetto di trasparenza sugli appalti e sull‟impegno dei vari enti comunali nel dedicare maggiore attenzione alle imprese che si offrono per gli appalti pubblici ; questo denota un segnale importante di sensibilità .
Per confrontarsi ancora con i numeri emerge ancora che sono ben 22 le aziende confiscate alle mafie nel territorio emiliano-romagnolo, in gran parte della Camorra, dodici sono già reintrodotte nel mercato legale.
Sulle 18 aziende confiscate a Bologna, 11 erano di proprietà di Giovanni Costa, 2 di Gerardo Cuomo (a cui sono stati confiscati anche beni immobiliari a Pianoro), 2 di Brunella Tassinari (moglie di Gerardo Cuomo) e una di Rosario Giordano. Fra queste aziende, due sono uscite dal controllo dell‟Agenzia Nazionale e cancellate dal Repertorio Economico e Amministrativo. Le altre sono state costrette ad una sospensione della gestione ex legge a causa della pendenza di alcuni procedimenti penali.
Questo importante Dossier si avvale della collaborazione di varie personalità tra cui quella di Ivan Cicconi responsabile dell‟osservatorio ITACA sulla trasparenza degli appalti il quale denuncia che: “Le mafie sono sempre più partner dell‟economia emiliano-romagnola” Ma evidenzia anche che le classi dirigenti locali tendono ad ignorarlo e in taluni casi a nasconderlo. Le recenti indagini ci hanno dimostrato che è sempre meno appropriato parlare di "infiltrazioni mafiose". Le mafie sono sempre più "partner" di pezzi della imprenditoria emiliano-romagnola. Gran parte degli amministratori lo ignorano per "tutelare" l'immagine della città e ne parlano solo quando esplode l'indagine clamorosa o arriva l'arresto eccellente. Una fetta dell'imprenditoria lo nasconde scegliendo consapevolmente la mafia come partner che, in un'economia caratterizzata dalla fuga dalle regole, garantisce il successo dell'affare.
Gli studenti che hanno curato tale progetto in collaborazione con l'Università di Bologna con l'ausilio della
professoressa Stefania Pellegrini denunciano in particolar modo che la stampa nazionale abilmente tace e sporadiche sono le apparizioni in quotidiani locali di quanto esposto fino ad ora, tanto che risulta poi difficile e a tratti impossibile ricostruire un quadro d‟insieme completo ed esaustivo del fenomeno. Questo è forse l‟effetto voluto. In un quadro grottesco nel quale a volte i ruoli e i giochi di potere sembrano confondersi, una cosa resta comunque certa: l‟abilità triste di ingannare e di tradire, attraverso parole comunemente felici, la voglia di un futuro migliore e più sereno, di persone alle quali, questo stesso Stato, ha tolto la possibilità di poter raggiungere in maniera più dignitosa.
Voglio concludere questo articolo con le prime righe del Dossier che cita le parole di Antonino Caponnetto.“La mafia teme la scuola più della giustizia" e quindi deve essere la cultura prima di ogni azione giudiziaria o repressiva o militare a contrastare l‟ottuso oscurantismo rappresentato dalla “cultura mafiosa”, ovvero la cosiddetta “mafiosità”.
Ma come ben sappiamo in questo paese non si investe nella scuola pubblica. Non si investe nella formazione di menti critiche e pensanti. La mafia prima di ogni cosa è un fenomeno sì umano ma culturale. L'ignoranza del fenomeno mafioso può esser debellata solo ed unicamente attraverso un diverso processo culturale, attraverso l'istruzione, attraverso la formazione del pensiero critico.
Arrestato un boss vi sarà un secondo boss e così via.
Arrestato un affilitato vi sarà altro affiliato.
Si deve arrestare il fenomeno dell'ignoranza mafiosa e specialmente si devono aprire gli occhi, perchè le mafie non sono solo una questione meridionale, ma sono una questione italiana nonchè internazionale con cui vuoi o non vuoi prima o poi ci devi fare i conti ed anche amari.
Marco Barone
Commenti
Posta un commento