Quel paradosso di Gorizia, dove da un lato si celebrano i cooperanti dei nazisti, dall'altro li si condannano come odiatori dell'Italia

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A Gorizia il nazionalismo è capace di produrre dei cortocircuiti storici incredibili. Da un lato al parco della Rimembranza continua a dominare sovrano il monumento fatto a pezzi dai domobranci, collaborazionisti dei nazisti nella Venezia Giulia occupata dalla Germania nazista, con una targa dove si può leggere che "mano incivile armata dall'odio dei nemici dell'Italia" il  il 12 agosto del 1944 lo fecero saltare in aria". Evento che fu la conseguenza dell'attentato che avvenne al teatro Verdi di Gorizia il pomeriggio del 5 agosto del 1944. Al le ore 17.30 scoppiava una bomba ad orologeria nell'interno del teatro Verdi di Gorizia, a quell'ora affollato di donne e bambini. Rimanevano ferite 10 persone fra le quali due gravemente e decedevano poi all'ospedale. Altra bomba  inesplosa  veniva rinvenuta nella galleria dello stesso Teatro. Inizialmente si diede colpa ai partigiani, liquidati sempre come banditi, ma diverse ipotesi invece hanno sost...

Quei Monfalconesi entrati illegalmente in Jugoslavia e che cercarono subito dopo di fuggire


L'esodo dei monfalconesi per andare a costruire il socialismo in Jugoslavia fu imponente, tanto che la città praticamente venne quasi svuotata dalla sua componente comunista filo jugoslava, cosa che ai filo italiani sicuramente non creò fastidio, visto che si era in un periodo caldo e pericoloso, ovvero quello in cui si stava ancora lottando per decidere le sorti dell'area triestina e del monfalconese. Un documento della CIA, molto interessante, datato 3 novembre 1947, descrive il modo in cui venivano reclutati gli italiani per andare a lavorare in Jugoslavia. Emerge che in base a delle indagini effettuate da parte della Questura di Udine, un gruppo di comunisti stava girando per l'Italia, in particolare modo in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Puglia, Basilicata, Sicilia, Campania, per reclutare della manodopera da inviare nel Paese di Tito. Il reclutamento doveva avvenire esclusivamente attraverso l'unione antifascista  italo slovena, i comunisti giuliani, i sindacati giuliani. L'ingresso nella zona B avveniva in modo illegale, anche se ovviamente con il benestare delle autorità jugoslave. Arrivati i lavoratori nei quartieri generali delle organizzazioni triestine attraversavano il confine tra la zona A e zona B, dalle parti di Muggia, in barca per poi essere caricati su dei camion per andare nell'area di Fiume dove avveniva lo smistamento. Emerge la disciplina ferrea a cui sarebbero stati soggetti, si parla della diffidenza della popolazione verso questi italiani in diversi casi e soprattutto della difficoltà di cambiare il danaro ricevuto come paga, una volta ritornati in Italia, praticamente rimanevano con quattro soldi in tasca, in base a quello che si legge nel report. Specificano, gli americani, che le autorità jugoslave non consentivano il ritorno in Italia, salvo che per gravi motivi di salute e beffa nella beffa, alcuni lavoratori, che entrarono illegalmente in Jugoslavia, per andare a costruire il socialismo, decisero di fuggire per le condizioni in cui lavoravano, ma al loro rientro in Italia vennero arrestati, a causa dell'ingresso illegale nella zona A. Tra questi vi erano alcuni monfalconesi fuggiti da Sarajevo e Belgrado. Come sappiamo poi, quando ci fu la rottura tra Stalin e Tito, nel 1948, i monfalconesi che decisero di rimanere fedeli alla linea sovietica, dovettero vivere una situazione drammatica. Va detto comunque che come è noto ci sono anche diverse testimonianze di lavoratori che andarono a costruire il socialismo in Jugoslavia di tutt'altro tenore, molti decisero di rimanere in Jugoslavia e costruirsi lì il futuro. Diversi sono gli studi effettuati su tale vicenda, da ricordare quello dello storico monfalconese, Marco Puppini, e del fiumano d'adozione, Giacomo Scotti.

mb

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