Stefano Furlan ricordato ovunque ma a Ronchi non esiste neanche una targa

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  Ci sono vicende che sembrano chiudersi nel giro di un attimo, e invece no. Rimangono lì, aggrappate alla memoria, perché  non è questione di fare della retorica inutile, quella che, insomma, lascia il tempo che trova, ma di non permettere che l'esistenza di una persona svanisca nel nulla. Di dire chiaramente: questa è stata un'ingiustizia. Come ad esempio nel caso di Stefano Furlan. Lui era di Ronchi, una famiglia semplice, gente comune. Ma la sua storia,  la ricordano tutti. La ricordano le tifoserie di mezza Italia nel mondo del calcio, persino quelle avversarie. Perché Stefano, nel febbraio del 1984, si trova esattamente dove nessuno vorrebbe mai trovarsi: nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. C'erano stati disordini, scaramucce tra i tifosi della Triestina e quelli dell'Udinese, fuori dallo stadio Grezar, a Trieste. I dettagli, nella storia, sono sempre sfuggenti. Stefano esce dalla curva, deve raggiungere la sua macchina, una Fiat 128 blu parcheggiata in vi...

Radio Capodistria, modello straordinario di come sia possibile una regione transfrontaliera senza confini

 


72 candeline. Son tante, per una radio che ha attraversato buona parte del ‘900 e i primi anni venti di questo nuovo millennio, affrontando turbolenze geopolitiche di ogni tipo. C’era una volta la Jugoslavia, nata nel 1949 dopo il Trattato di Pace di Parigi del 1947, nata nel momento in cui la Jugoslavia era filo sovietica,  conoscerà il periodo della rottura tra Tito e Stalin, con lo shock enorme per molti comunisti che erano andati a costruire il socialismo che vivranno sulla propria pelle l'incubo degli incubi, conoscerà il periodo d’oro della Jugoslavia, terra cuscinetto tra l’Occidente e l’Unione Sovietica,  vivrà la fine dell’utopia socialista con una guerra tra popoli tenuti insieme più che dall’ideale forse da un contenitore voluto soprattutto dagli inglesi, un contenitore che andrà a pezzi, la prima a filarsela sarà proprio la Slovenia, si inventerà Stato, verrà seguita dalla Croazia e poi da quelle guerre degli anni ’90, le ultime tradizionali sul suolo europeo.  Ha attraversato guerre, Stati, nazioni, ideologie, epoche mantenendo sempre la barra diritta, con lo scopo di unire le minoranze italiane autoctone e non, cercando di salvaguardare una delle radici di queste terre. Terre dove radici latine, slave, germaniche, o magiare, convivevano, poi in base al momento storico ci sarà il predominio dell’una verso l’altra, ma tutelare una radice culturale, una minoranza, significa tutelare la vera anima di questa meravigliosa zona transfrontaliera che oggi attraversa tre Stati, tre nazioni diverse tutte unite dalle onde di Radio Capodistria che un sistema cattivo ha cercato di ridimensionare. Perché c’è chi non vuole ponti ma muri. Si esalta tanto il progetto Gorizia e Nova Gorica capitale europea della cultura, ma quotidianamente si devono fare i conti con burocrazie che favoriscono il sorgere di nuove frontiere e barriere divisorie. Fioccano appelli, denunce, l’Europa osserva, ma non comprende che qui i confini e le frontiere sono state superate da una realtà che quotidianamente si mescola ed il modello Radio Capodistria, bene comune europeo da salvaguardare, è quello che ha fatto scuola per l’abbattimento di questi muri, unisce con le sue onde, programmi e musica attraverso le minoranze italiane, tre fettine di terra bagnate in parte del mare e spolverate dalla bora che necessitano di vivere insieme in quella che può essere una straordinaria unica regione europea transfrontaliera senza più confini e frontiere. 

mb

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