Stefano Furlan ricordato ovunque ma a Ronchi non esiste neanche una targa

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  Ci sono vicende che sembrano chiudersi nel giro di un attimo, e invece no. Rimangono lì, aggrappate alla memoria, perché  non è questione di fare della retorica inutile, quella che, insomma, lascia il tempo che trova, ma di non permettere che l'esistenza di una persona svanisca nel nulla. Di dire chiaramente: questa è stata un'ingiustizia. Come ad esempio nel caso di Stefano Furlan. Lui era di Ronchi, una famiglia semplice, gente comune. Ma la sua storia,  la ricordano tutti. La ricordano le tifoserie di mezza Italia nel mondo del calcio, persino quelle avversarie. Perché Stefano, nel febbraio del 1984, si trova esattamente dove nessuno vorrebbe mai trovarsi: nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. C'erano stati disordini, scaramucce tra i tifosi della Triestina e quelli dell'Udinese, fuori dallo stadio Grezar, a Trieste. I dettagli, nella storia, sono sempre sfuggenti. Stefano esce dalla curva, deve raggiungere la sua macchina, una Fiat 128 blu parcheggiata in vi...

Sarajevo, quell'unità tra le religioni ritrovata attraverso i divieti





Di Sarajevo si ricordano due cose, l'attentato del 1914 che diventerà il pretesto per massacrare la Serbia e da lì partirà la prima guerra mondiale e la guerra degli anni '90. Si respira tra le strade della città bosniaca l'aria di questo passato. Lo cerchi, e lo vedi. Come al mercato, con la strage che comportò 68 morti e 142 feriti, del 5 febbraio 1994, fatto che nell'estate del 1995 con 43 morti e 75 feriti, si ripeterà nuovamente ed ebbero entrambi, questi attentati, come conseguenza ovvia l'intervento delle forze  occidentali contro i serbi. La vedi questa storia sui muri dei palazzi che raccontano un periodo oggi ancora vivo e presente e che ha lasciato il segno con memorie non condivise a partire dal massacro di Srebrenica all'assedio della città che determinerà quasi 12 mila vittime. In una città profondamente araba, o meglio turca, i cartelli informativi sono in inglese, tedesco, bosniaco e turco. Bandiere della Turchia e della Bosnia le trovi ovunque.





Una città che soffre una crisi economica importante, ma dove lo spirito di solidarietà è impressionante. Vivono e convivono insieme quelle religioni che durante la guerra degli anni '90 divennero pretesto per uccidersi e ammazzarsi a vicenda in una città dove sorgono minareti ovunque, come sorgono chiese ovunque nelle città italiane .
Se c'è una cosa che paradossalmente ti colpisce visitando le moschee e le chiese di Sarajevo è la condivisione dei divieti che unisce due religioni per diversi aspetti più simili di quanto si possa pensare. Con delle particolarità. Nelle moschee sarà vietato portare pistole, fumare, portare animali, entrare in bicicletta, mangiare il gelato, urlare, baciarsi, entrare con la gonna corta, far volare il drone, o giocare a pallone.








Nella chiesa invece non viene indicato il divieto di entrare con la pistola, questo non significa che la si possa portare, ma non è emersa la necessità di doverlo riportare questo divieto, come non emerge il divieto di baciarsi.
Invece del divieto di entrare in bicicletta c'è quello di entrare con i pattini, e monopattini, ci sarà il divieto di entrare con il cappellino e di portarsi la bottiglia di plastica, di entrare in quella che sembrerebbe una tenuta da costume da bagno, e si evidenzia il divieto di fotografare e di usare il cellulare.

mb

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