Si è entrati nel terzo anno della ricerca della verità per Giulio Regeni, con la politica persa nel silenzio di comodo



"Non è possibile normalizzare i rapporti con uno stato che tortura, uccide e nasconde oltraggiosamente la verità, se non a scapito della credibilità politica del nostro Paese e di chi lo rappresenta". Queste sono le parole della famiglia di Giulio.

Una tempesta sotto forma di parole. Parole dure, ma figlie di quella rabbia comprensibile di chi altro non ha potuto fare che constatare l'effettiva resa dell'Italia all'Egitto criminale, dove si continua a morire, a sparire, ad essere torturati, come è successo a Giulio.  Si dovrebbe dare un vero e proprio ultimatum all'Egitto, pretendendo quelle piccole cose, elementi fondamentali, per chiudere il cerchio. Ma l'Egitto ha preso in giro l'Italia e Giulio e la sua famiglia da sempre, depistaggi, menzogne, calunnie, infamie. La politica italiana si è persa in un silenzio di comodo, quel silenzio che ha caratterizzato, salvo qualche formula di rito, anche le massime Istituzioni. E questo silenzio fa male e nuoce e compromette in modo pesante il percorso per arrivare alla verità e senza questa non ci potrà mai essere alcuna giustizia e libertà reale e sopratutto dignità umana.
Siamo in campagna elettorale in Italia, è vero. Guai a strumentalizzare la vicenda di Giulio per fini elettorali. Però, il silenzio che c'è per tutta questa tremenda storia, è effettivamente desolante. D'altronde è facile schierarsi in situazioni di comodo, è difficile andare contro quando ciò significa compromettere interessi altri, ma l'interesse supremo per la verità non conosce prezzo alcuno. 
Dopo le dure parole della famiglia di Giulio ci si aspettava qualche segnale. Invece, un pietoso, o meglio impietoso silenzio di comodo è quello che è emerso dal profondo di un sistema che è alla fine dei conti si è piegato totalmente al sistema dell'Egitto criminale e torturatore che violenta i diritti umani. Che schifo.

Marco Barone

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