L'accanimento del dolore in Italia, finite le scorte della Cannabis terapeutica


Quello che viene denunciato dal comitato Cannabis Terapeutica   è un qualcosa di assolutamente incredibile, sconcertante, che dovrebbe essere sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma così non è e non può essere sia per questioni stupide di carattere ideologico che per questioni di meri interessi economici perchè significa mettersi contro le solite multinazionali. Tanto che per ragioni incomprensibili l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha comunicato che “in base alle informazioni attuali un inserimento del CBD nelle tabelle internazionali dei farmaci psicotropi e narcotici non sarebbe giustificato".

Il Comitato in questione ha scritto una lettera chiara al Governo nella quale si evidenzia che " la XVII Legislatura si chiude con poche buone notizie relativamente alla cannabis. Il disegno di legge che ne proponeva la regolamentazione legale per qualsiasi fine, a cui si era aggiunta una proposta di legge d'iniziativa popolare promossa dal comitato Legalizziamo! e sottoscritta da oltre 68mila persone, è stato prima stravolto alla Camera con lo stralcio della parte relativa all'uso terapeutico della pianta, per poi bloccarsi in Senato. Per mancanza di tempo ci è stato detto - tempo che manca però soprattutto ai malati - ma evidentemente anche di volontà politica. Il testo, anche se privo di norme importanti come la depenalizzazione della coltivazione personale ad uso medico, avrebbe garantito un quadro certo ed uniforme a livello nazionale a garanzia dei pazienti e degli operatori del sistema sanitario."
Chiedendo con urgenza di :

"autorizzare una importazione d’urgenza di farmaci a base di cannabis che possano da subitoessere messi in distribuzione per sopperire alle tragiche carenze dell’oggi, in attesa della messa a  regime degli interventi di implementazione delle modalità di approvvigionamento. - che Istituti di Ricerca Pubblici in collaborazione con le Università e privati, promuovano studi sulle proprietà terapeutiche della cannabis, a partire dalle infiorescenze standardizzate prodotte dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare; - sempre in sinergia fra soggetti pubblici e privati, promuovere trial clinici, in rispetto degli standard internazionali, sull'impiego della cannabis nella cura di varie condizioni fisiche o patologie anche non tradizionalmente trattate con cannabinoidi (come per esempio i disturbi da stress posttraumatico per reduci da missioni di peacekeeping, persone vittime di violenza e migranti); - avviare un percorso che possa portare al riconoscimento formale dei cannabinoidi come farmaci; - promuovere corsi di formazione per tutti gli operatori del settore coinvolti nonché di informazione pubblica per la cittadinanza; - concorrere alla revisione critica della cannabis in seno al comitato di esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità previsto a Ginevra per maggio 2018 condividendo i dati delle positive esperienze italiane; - ferme restando le necessarie licenze e il pieno rispetto degli standard previsti dalla normativa italiana ed europea, prevedere la concessione di permessi di produzione ad altre istituzioni e attori privati italiani ed esteri; - annullare le sanzioni amministrative comminate, e cancellare quelle previste dal Testo Unico sulle droghe 309 del 1990, per le farmacie che rendono semplicemente nota la disponibilità di preparazioni galeniche a base di cannabis; - smettere di perseguire inutilmente, con grande sforzo di mezzi e scarso senso umanitario, i malati che per necessità sopperiscano alle loro esigenze terapeutiche scelgono la strada dell’autocoltivazione invece che rivolgersi al mercato illegale".

Non accettare ciò significherebbe esercitare un mero accanimento del dolore in Italia. Che poi è quello che effettivamente sta accadendo per tantissimi casi.
D'altronde è stato denunciato con forza che  "i pazienti che per le patologie più disparate avevano iniziato un trattamento a base di cannabis, hanno dovuto interrompere la cura, con risultati disastrosi perché significa praticamente ritornare alle condizioni di partenza, sia per l’epilessia farmaco-resistente che ad esempio per il dolore cronico." E ciò ha comportato "perdere tutti i benefici acquisiti con l’introduzione della cannabis. Per dare un’idea avevamo pazienti che avevano 15/20 episodi convulsivi al giorno tra maggiori e minori, in terapia con 3 o 4 farmaci anticonvulsivi, che sono passati a uno o due episodi convulsivi al giorno con l’introduzione della cannabis".

Marco Barone 

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