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La dottrina Barone non esiste. Esiste, invece,un problema di libera convivenza


Se la situazione non fosse drammaticamente seria, manterrei un tono scherzoso, ma qui non vi è nulla su cui scherzare. Ed il tono scherzoso viene meno in un contesto ove il problema principale di oggi  è costituito dalle becere forme di intolleranza che si manifestano nei confronti dei migranti tutti, perché sono diventati il capro espiatorio di una società dove le diseguaglianze sono enormi, il lavoro è raro, la crisi sociale ed economica del 2008 è ancora sussistente, ed un fantomatico prima gli italiani rischia di ricondurre indietro questo Paese in quel periodo che non vorremmo più rivivere ma che sta ritornando. Per me tutte le persone sono uguali, hanno gli stessi diritti, come d'altronde sancito dall'articolo 3 della nostra Costituzione. Ho già, in diverse sedi, avuto modo di sottolineare che vietato vietare, vietato proibire, dovrebbero essere i motti di una società fondata sulla libertà, sulla fratellanza, sull'uguaglianza. Ma così continua a non essere. Un non essere che ha lo scopo di annichilire l'essere altrui, la cultura altrui, l'identità altrui, nel nome di quella superiorità, di quella omologazione presunta Occidentale, che, a dirla tutta, pare nascondere altri intenti. Il caso del Burkini, del velo, non deve stupire. Durante e dopo i momenti di crisi sociale, economica, che dal 2007 continuano a perseverare in Occidente, si punta il dito contro tutto ciò che può essere funzionale a divenire il canonico capro espiatorio di un grave malessere sociale. Si guarda il dito reazionario e non la luna sistemica, ed il dito, in questo momento sono i mussulmani, gli "arabi". Cosa conosciamo, noi tutti e tutte, realmente di quel mondo? Della cultura araba, musulmana, islamica ecc? Un bel niente, o meglio, se non peggio, quello che buona parte del sistema convenzionale vuole farti conoscere. L'integrazione passa attraverso non l'omologazione, ma la conoscenza, la condivisione, l'accettazione, non proibendo. L'incredibile posizione assunta nei confronti delle donne che utilizzano il burkini od il velo in tutte le sue forme, dalla Francia, dalla Germania, e da alcuni politici nostrani, se da un lato risponde ad un sentimento molto diffuso, reazionario, becero, dall'altro cosa comporterà se attuato? La totale chiusura delle donne nelle loro case. Non usciranno più, non andranno più al mare, e forse è quello che in molti desiderano, così la loro sensibilità visiva non verrà più turbata. Saranno le donne islamiche, arabe, musulmane, a decidere come e se e quando decidere di non voler più indossare il velo in tutte le sue forme e varietà. Alcuni pensano che sarà il capitalismo, nel nome del consumismo, a determinare questa sorta di "liberazione" ed omologazione ai costumi dell'Occidente, e forse hanno ragione, o forse anche no. Ma la ragione non è e non può essere dalla parte di chi vuole proibire. Altra diceria che si diffonde è quella del divieto del burqa e niqab nei luoghi pubblici. Spesso vedi circolare foto di donne bengalesi immortalate per le vie della cittadina con quel “velo”. In Italia non esiste un divieto specifico di indossare burqa e nigab in luoghi pubblici, ad oggi almeno, il Consiglio di Stato con la sentenza 3076 del 19 giugno 2008 che riguardava un caso maturato proprio in Friuli Venezia Giulia e che ancora oggi costituisce orientamento consolidato, affermava che “il nostro ordinamento consente che una persona indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione del velo, ove necessario”. Tali pensieri non sono figli di una dottrina Barone, questa non esiste, ma sono figli di quella idea di società che io coltivo e che sono propri della nostra Costituzione. Ed a tal proposito sarebbe opportuno nelle nostre città proiettare, se possibile, il film documentario "Lui è tornato", ed avviare un dibattito ad hoc.
Marco Barone 
Ps
Questo intervento nasce come risposta alla lettera che ora segue e pubblicata per due volte sul Piccolo di Gorizia.


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