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La palla nel cespuglio di rose con la solitudine di Saba


Andrea, dopo la classica ed oramai canonica giornata di lavoro precaria, decide di voler staccare la spina con il mondo della frenesia giocando con la sua console ad una partita di calcio. Tutto pronto. Joypad in mano, gioco avviato, connessione internet operativa. Poi, poco prima dell'inizio della partita virtuale, ecco la connessione internet cadere. Il router lampeggia come un semaforo di una qualunque città. Andrea riavvia sia la console che il router un paio di volte, ma niente da fare. Rassegnato ad una connessione internet a dir poco lenta, decide di spegnere tutto ed andare a riposare.  Banalità nella banalità. 
Il suo sguardo però cade sulla sciarpa nero azzurra, che immortalava lo scudetto dei record dell'Inter di Trapattoni. Quello della stagione 1988/89. Formazione vincente, ripeteva nella sua mente Andrea: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Matthaeus e Serena. Ed in quel momento toccando la sciarpa dei ricordi ritorna indietro nel tempo, in quel tempo ove giocava a pallone con i suoi amici, nella sua lontana Calabria, un tempo ove il gioco del calcio era semplicemente un gioco, ma a volte anche duro da vivere. Andrea vive ora a Trieste, lontano mille e più chilometri dalla terra che gli ha conferito i natali e dove ha vissuto la sua adolescenza. Per vivere, o meglio sopravvivere, si deve lavorare e per lavorare, magari tentando di fare ciò che piace, si è a volte costretti ad emigrare. Migrante dal sud al nord, dalla Calabria alla splendida e viva Trieste. Chiude gli occhi Andrea e rivive un tempo che è stato e che più non si ripeterà. Campo di calcio improvvisato sul rude asfalto con pietre pungenti, il super Santos era il pallone da utilizzare, e le squadre erano composte da non più di tre giocatori ciascuna. Un calcio al pallone, corse fugaci ed entusiasmanti e poi il magico momento del goal. Andrea si immedesimava nel mitico Matthaeus, voleva calciare come lui, voleva essere anche lui da scudetto, come la sua mitica Inter. Essere interista per Andrea era anche un segno di rispetto verso il padre. All'inizio simpatizzava per la Juventus, ma quando capì che la squadra del cuore del padre era l'Inter, decise di tifare Inter. L'Inter permetteva ad Andrea ed a suo padre di avvicinarsi, di parlare come adulti, di andare oltre il formale rapporto tra padre e figlio. Non aveva voglia di litigare Andrea con il padre, aveva solo voglia di avvicinarsi a quella figura che temeva, ma rispettava. E dopo aver inciso con una chiave sulla saracinesca il nome di Platini, decise, nel momento in cui cambiò casacca, ed indossò i colori nero azzurri, di incidere il nome di Rummenigge, perché il due volte pallone d'oro, era il giocatore preferito di suo papà. Andrea, durante la ricreazione a scuola, disegnava tattiche, le traiettorie che doveva percorrere il pallone per andare in rete, o meglio tra le due pietre che fungevano da pali. Un giorno però, durante la ricreazione, un suo compagno di classe, gli strappò via il foglio dove fantasticava sulle sue desiderate partite e sfide, e lo cestinò.
Da quel giorno Andrea, ogni volta che andava a scuola, si chiudeva nel silenzio. Il suo unico svago, il suo unico mondo di vivere erano il super Santos e Mattaehus. Ogni partita domenicale, il nonno di Andrea guardava dalla finestra che affacciava sul cortile suo nipote giocare. 
Andrea ne era consapevole e cercava di dare il meglio di sé ad ogni sfida.Le partite duravano 90 minuti con pausa di 15 minuti, come accadeva nelle sfide ufficiali, quelle vere. Ad ogni pausa Andrea e la sua squadra andavano a rifocillarsi dai nonni. Pane olio e zucchero ed un bicchiere di latte e nel frattempo il nonno , chiedeva: “ Andrea, Andrea che fa la Reggina?”La Reggina era la squadra di calcio amata da suo nonno. Un giro alla manopola della radio, tra un morso di pane ed un sorso di latte, Andrea e i suoi compagni di squadra ascoltavano i risultati del primo tempo e dopo aver riferito la situazione della Reggina, tutti di corsa giù nel cortile, pronti ad affrontare il secondo tempo. Una spinta ed Antonio, il compagno di squadra di Andrea, cadde per terra. Una punizione da posizione favorevole. Il risultato era di sei a cinque per il Milan, la squadra che affrontava Andrea in quella domenica. I giocatori erano sempre gli stessi, ma le squadre cambiavano, cambiavano in base ai sorteggi che facevano il giorno precedente. Prese il pallone con due mani, lo poggiò lentamente per terra, una lunga rincorsa, e provò a calciarlo con lo stile e con la forza del suo idolo. Ma calciò talmente forte che il pallone oltrepassò i confini del cortile. La palla andò dove non doveva proprio andare. Nello spazio che circondava le case popolari. Proprio quelle case popolari dove viveva il suo persecutore.“Bim bum bam” e toccò ad Andrea ad andare a prendere il pallone. Doveva scavalcare la ringhiera in ferro e di colore marrone. Doveva camminare in quel terreno off limits, per lui. Più volte i suoi genitori gli avevano vietato categoricamente di recarsi in quel luogo.Ma Andrea non aveva scelta. Doveva finire la partita di calcio. E poi avevano a disposizione solo quel pallone arancio e nero. E la sorte aveva così deciso. Uno sguardo ai suoi compagni, e tutto sudato ed anche sporco, decise di affrontare la sua nuova sfida. Le mani poggiate sulla ringhiera, prima il piede sinistro, poi quello destro ed era ora sul muretto della zona vietata. Ci pensò due, tre volte prima di fare un piccolo salto, un piccolo salto che lo avrebbe condotto pienamente nella via del non ritorno. Aveva paura Andrea, ma non aveva scelta. Andò alla ricerca del pallone, di quel pallone che non riusciva proprio a trovare. Poi, finalmente, lo vide. Era finito nel bel mezzo di un cespuglio di rose. Il pallone si era bucato. In quel momento, proprio quando Andrea stava provando a tirar fuori il pallone dal cespuglio spinato, di rose, ecco il suo compagno di classe chiamarlo. “Che ci fai qui?” gli urlò. “Niente” rispose Andrea “stavamo giocando a calcio ed il pallone è finito qui e si è bucato.” “Fai vedere un po'” disse il suo compagno di classe. Dopo aver visto il pallone e dopo averlo preso in mano disse: “ Beh con questo non ci potete fare più niente.” “Sì” rispose Andrea “ ora non abbiamo più un pallone”.
La maledizione delle rose aveva colpito ancora. Fiore dell'amore, ma anche maledetto, fiore esoterico, nel nome del quale ogni male è possibile, perché qualcuno ha deciso che la rosa non deve essere il fiore dell'amore universale, ma deve essere il simbolo dell'amore verso quel grande architetto dell'universo che manovra l'ignoto attraverso le vie dell'occulto.
Un breve momento di silenzio e di tensione divideva i due compagni di classe. Poi un gesto violento, ed il suo temuto compagno di classe scagliò il pallone ancora più lontano urlando: ” Tanto con questo non ci fai più niente...” Andrea in quel momento tremava, non per la paura, ma per la rabbia, ma non sapeva come reagire.Ancora attimi di silenzio, che sembravano non avere mai fine, ed il suo compagno di classe gli lasciò intendere che un rimedio vi era per riparare quel pallone, ma in cambio si doveva semplicemente giocare nello spazio vietato. Andrea dopo qualche secondo di riflessione e turbamento decise di riferire il tutto ai suoi compagni di gioco e di avventura. Una corsa verso il cortile, scavalcò il confine in modo fugace e senza più fiato, parlò con i suoi amici. Ma l'esito della discussione fu scontato. La partita era finita lì, con quel calcio di punizione che si era rivelato essere una punizione vera e propria. Andrea decise di ritornare dal suo compagno di classe e dopo avergli spiegato che i suoi amici lì non potevano venire perché era vietato, lo vide recarsi verso il pallone bucato.“Tieni prendi, giocate con questo, e divertitevi, fate come volete...”Andrea rimase con il pallone bucato in mano mentre vedeva il suo compagno di classe correre verso casa. 
Una porta sbattuta e nuovamente silenzio.
“Andrea, Andrea, dove sei?”Era la mamma che cercava suo figlio. Andrea prese il pallone e lo gettò via lasciandolo nell'area a lui vietata e, superando per l'ennesima volta quello che per lui era un vero e proprio confine , corse da sua mamma. “Sono qui, arrivo” disse con fatica. Neanche il tempo di avvicinarsi a sua madre che uno schiaffone gli fece fare il giro del mondo in un nano secondo.“Quante volte ti avrò detto che lì non ci devi andare?” Squilla il telefono, è una chiamata dal lavoro. Andrea, ritornato nel suo presente triestino, lasciò cadere la sciarpa per terra, così come lasciò cadere i suoi ricordi, le emozioni e le passioni di un tempo difficile, per ricollegarsi con quella società che pretende velocità, frenesia e prontezza. Era un suo collega di scuola, precario come lui, voleva sapere se aveva deciso quale poesia di Saba leggere ai suoi studenti. Senza indugio, e guardando la sciarpa dello scudetto dei record, disse: “Goal.” La solitudine del portiere “caduto alla difesa ultima vana”che si contrappone alla solitudine del portiere avversario mentre “fa una capriola” perché la sua squadra ha segnato, ha fatto goal. Quel goal che Andrea non è riuscito a fare nella sua serata virtuale, quel goal che Andrea non è riuscito a fare nella sfida pomeridiana in una domenica della sua infanzia, quel goal che il nonno di Andrea non ha conosciuto e che porterà la Reggina alla conquista del quarto posto utile per la prima storica promozione in serie A nel lontano 13 giugno 1999 vincendo contro il Torino. Ma Andrea farà un goal che non dimenticherà mai. E nello sconforto di una serata tediosa, sarà proprio con la solitudine di Saba che affronterà quel ricordo del giorno che ribalterà il pregiudizio.Continuavano i giorni di scuola, ordinari, ma il suo compagno di classe, non aveva cambiato atteggiamento nei confronti di Andrea. Continuavano gli insulti, continuavano le aggressioni, sino a quando Andrea decise di affrontarlo. Mentre ritornava a casa, con lo zaino pesante sulle spalle, percorrendo quel lungo marciapiede tutto dissestato che univa le case popolari con il suo condominio, Andrea vide il suo compagno di classe giocare da solo con la palla. Ma non era una palla qualunque, era quel pallone che si era bucato e che Andrea aveva abbandonato alla furia del destino.“Perché non sei venuto a scuola oggi?” Il suo compagno di classe rispose:“Vuoi giocare?” Andrea, ricordando lo schiaffo della madre, disse che non poteva perché doveva andare a pranzo.Il suo compagno di classe abbassò lo sguardo e tirò il pallone nuovamente lontano chiudendosi nel rabbia del silenzio. Arrivò il tanto atteso fine settimana, la domenica bussava alle porte per una nuova sfida, ma Andrea non aveva il pallone. La madre lo aveva punito perché aveva oltrepassato la ringhiera del divieto, e gli altri compagni di squadra ricevettero la stessa punizione per aver coperto Andrea. Si ritrovarono in strada, il pomeriggio era solare, ma Andrea ed i suoi compagni erano tristi, perché volevano giocare a calcio, era prevista la sfida tra Inter e Juventus, ma mancava il pallone. In lontananza videro il compagno di classe di Andrea che giocava da solo e con il pallone arancio e nero. Si guardarono negli occhi e senza dire nulla si avvicinarono al confine tra il diletto ed il rischio ed il divieto e la noia. “Ciao, possiamo giocare?” “Io sto con l'Inter disse il compagno di classe di Andrea”. “Va bene, siamo quattro contro tre però” “C'è un mio amico che posso chiamare, così facciamo quattro contro quattro...” Un salto nel confine, due pietre, un gesso per segnare la linea del centro campo e la partita ebbe inizio, luogo e lentamente fine. Avevano sfidato i divieti, avevano sfidato i pregiudizi, avevano sfidato l'incomprensione. Certo, le urla dei genitori e le punizioni non mancarono, ma da quel momento il tabù venne meno e con il pallone finito nel cespuglio delle rose e ritornato in vita come il più bel petalo di fiori, era sbocciata la primavera, la primavera di una speranza, per una vita migliore e senza divisioni. “La folla - unita ebbrezza- par trabocchi nel campo: intorno al vincitore stanno, al suo collo si gettano i fratelli. Pochi momenti come questi belli, a quanti l’odio consuma e l’amore, è dato, sotto il cielo, di vedere” Con queste parole di Umberto Saba, ripensando al suo passato come rivissuto in una sera qualunque di nostalgia, Andrea concluse la sua lezione a scuola ed anche il suo ultimo giorno di lavoro. Era scaduto il contratto, ma non era venuta meno la speranza in un avvenire migliore. Un calcio al pallone e la partita può sempre avere inizio, basta volerlo, nonostante tutto, purché lungi dalle rose.


Alla memoria di Saba 

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