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I puntini sulle i sul (non) caso della non Foiba di Rosazzo ed il messaggio di Wu Ming

Rosazzo potrà, finalmente, ritornare ad essere abbinata al suo vino? Dopo più di un mese di martellamento continuo alla ricerca della non foiba, della non fossa comune, dopo denigrazioni nei confronti della resistenza, soprattutto quella Jugoslava e filo-Jugoslava, attacchi ad alcuni storici, all'ANPI, alla storia, ad ogni principio di correttezza etica e morale, e diversi e mirati tentativi finalizzati a sovvertire uno dei principi cardini del nostro stato di diritto, quale la presunzione di innocenza, il caso della non foiba è sempre più chiaro. Abbiamo scritto tanto in materia, perché costretti a ribattere, colpo su colpo, a tutte le nefandezze che sono emerse. Una non storia, fatta, appunto, da tanti non. Determinante è stato il lavoro svolto per la Verità da Resistenza Storica, da GIAP del collettivo Wu Ming, dal collettivo Nicoletta Bourbaki, ed anche ANPI. 
Con la conferenza stampa del 23 marzo di Udine, organizzata da Resistenza Storica, sul non caso,sul non mistero, abbiamo messo definitivamente, si spera, i puntini sulle i. 
Ma non finirà, ovviamente, il tutto a tarallucci e vino. Delle ripercussioni ci saranno, a partire dalla credibilità e legittimazione di alcuni soggetti e soggettività che hanno avuto un ruolo di primissimo piano in tutta questa allucinante ed ufologica (non) storia.  La conferenza stampa si è svolta nella sala del Comune di Udine, un primo saluto, importante, vi è stato da parte del Sindaco della città, diversi i giornalisti presenti, importante la presenza del pubblico. La conferenza stampa si è svolta nella sala ove vi è l'attestato della medaglia d'oro al valor militare di Udine e del Friuli, il giusto contesto per restituire onore e dignità soprattutto a Mario Fantini "Sasso" e Giovanni Padoan "Vanni"ed a tutti i nostri partigiani e la nostra resistenza.
In questo secolo, per qualcuno, pare essere ancora una colpa aver combattuto non solo per la nostra libertà, ma per ideali legittimi ed insieme ai partigiani Jugoslavi. E' nella resistenza che si è ritrovata la fratellanza minata dal nazionalismo, prima, e fascismo, poi.
Le parole di Nadia Fantini, figlia di " Sasso", sono state eloquenti sul non caso della non foiba di Rosazzo. Ha detto che tutta questa vicenda è una "grande porcheria" e che neanche dopo tutti questi anni lasciano in pace suo padre, che quando i fascisti, a guerra finita, misero le bombe dove loro vivevano, per farli andare via dall'Italia, Fantini disse che sarebbe rimasto in Italia perché ha combattuto per la libertà dell'Italia, del nostro Paese. 

Una sintetica rosa di puntini sulle i sulla non foiba di Rosazzo:


1) La famigerata documentazione, da cui è partito il tutto, non è inedita. E' già stata riesumata svariate volte e sempre con gli stessi intenti antipartigiani. 
2) La nota di cui ora si discorre è inaffidabile, inattendibile, piena di contraddizioni e tale nota e non solo questa ma anche altri documenti che risulterebbero essere "inediti" emersero a suo tempo in un famoso processo degli anni Novanta, e nonostante la gravità delle cose ivi riportate, la notina non ha avuto alcun seguito in quel processo e non solo.
3) Il (non) caso casualmente emerge nel momento in cui viene desecretato l'armadio della vergogna, dove si parla anche dei crimini italiani commessi nelle terre occupate, ivi inclusa la Jugoslavia, con tanto di nomi di militari italiani.
4) La notina della non foiba di Rosazzo nasce in quel contesto storico, come strumento di propaganda volto a demonizzare la resistenza Jugoslava con lo scopo di non consegnare i criminali di guerra italiani alla Jugoslavia, senza dimenticare la questione dei "confini" che era in piena ebollizione. 
5) La non foiba, appunto, non esiste. Non è stato compiuto nessun massacro contro la popolazione civile da parte dei partigiani.
6) In quel tempo quella zona è stata caratterizzata da durissime battaglie e rappresaglie nazifasciste. Vi era la guerra. 
7) I "morti" di Premariacco sono sconnessi dalla non foiba di Rosazzo e dalla notina del mese di ottobre del 1945 e non pertinenti a questa.
8)E' arrivato il momento per l'Italia di assumersi le sue responsabilità per i crimini compiuti e mai puniti nelle terre aggredite ed occupate, questa assunzione di responsabilità è il miglior modo di essere civili e rispettosi della verità storica e della nostra Costituzione e dei diritti umani.
9) Basta finanziare pubblicamente e conferire legittimità a chi si è prestato a questa operazione che Nadia Fantini ha chiamato "una grande porcheria", soggettività che non devono più mettere piede nelle nostre scuole.
10) Che i documenti acquisiti anche grazie ai contributi pubblici del Comune di Gorizia, vengano integralmente ed immediatamente consegnati, da parte della Lega Nazionale, al Comune di Gorizia e che questi siano tutti sin da subito fruibili da chiunque. Ribadendo che quello dei 1023 su Gorizia o della non foiba di Rosazzo, come resi noti da alcuni, non sono inediti.

Per leggere tutto quello che è stato pubblicato su questo blog sul non caso della non foiba di Rosazzo, questi il link: http://xcolpevolex.blogspot.it/search/label/rosazzo

Marco Barone 
***
La storia fatta coi piedi (mozzati), ovvero: 7 errori di metodo
Tutti quelli che negli ultimi due mesi, nel territorio tra Udine e Gorizia, si sono riempiti la bocca con l'espressione «verità storica» o - peggio ancora - con «verità» senza aggettivi, dovrebbero leggere un libro, un saggio breve e di agile lettura considerato una pietra miliare della riflessione sulla ricerca storica. Si intitola Apologia della storia o Mestiere di storico, lo scrisse uno dei più grandi studiosi del Novecento, Marc Bloch. 
Bloch era membro della Resistenza francese. Fu arrestato dalla Gestapo nella primavera del 1944, torturato e infine fucilato insieme ad altri 26 partigiani.  Apologia della storia uscì postumo, nel 1949. In quel libro, Bloch parla del metodo critico, di come maneggiare i documenti storici e di come nascano i falsi e gli errori. 
Tra i primi insegnamenti che si possono trarre leggendo Bloch, ci sono questi:
1. L'autenticità di un documento non implica l'autenticità del suo contenuto. Un foglio trovato in un archivio può essere autenticamente del 1945, e al tempo stesso essere pieno di asserzioni prive di riscontro e di basi fattuali. In una parola: di fandonie. Il passato non conferisce veridicità a un documento, una panzana non diventa vera solo perché "vintage". Ripetere che un documento «è autentico» senza distinguere tra questi due aspetti, anzi, confondendoli sistematicamente, è roba da storico della domenica... oppure da mestatore.
2. Nemmeno l'archivio conferisce veridicità a un documento, come non gli conferisce autorevolezza: gli archivi raccolgono di tutto, se un documento viene trovato in un archivio rinomato, non per questo dice il vero, né il suo contenuto ha alcun "sigillo di garanzia". Che un documento trovato negli archivi della Farnesina venga definito tout court come «un documento della Farnesina» è, nella migliore delle ipotesi, un errore marchiano; nella peggiore, un miserabile espediente.
3. Ancor più cautela richiedono le testimonianze orali basate su ricordi e sulla frase «Io c'ero». L'esserci stato non conferisce autorità a un testimone né veridicità al suo racconto: bisogna capire dove è stato, e come, in quale condizione d'animo e a quanti "gradi di separazione" dall'evento che racconta. Non è nemmeno necessario che un testimone sia mendace perché la sua testimonianza sia priva di riscontri: ogni storico serio sa che i ricordi si modificano nel tempo, e l'esperienza di un testimone è sempre soggettiva e parziale. Per questo le testimonianze non vanno prese come oro colato ma indagate, smontate, confrontate tra loro. Soprattutto quando si parla di guerre, di tragedie, di eventi osservati in momenti di «violento turbamento emotivo», spiega Bloch, l'attenzione dei testimoni è «incapace di concentrarsi con sufficiente intensità su punti ai quali lo storico giustamente [attribuirà] un interesse preponderante». 
4. Tutte queste trappole si fanno ancora più insidiose quando il ricordo dell'evento è in realtà ricordo del racconto dell'evento, cioè la testimonianza è di seconda mano, fornita dal figlio o dal nipote del presunto testimone diretto, o è ancor più lontana dai fatti. Per capirci: uno che dice «in paese si è sempre detto» o frasi simili, molto a fatica può essere definito un testimone. Se continuo a chiamarlo così, o sono disonesto o sono stolto... o entrambe le cose.
5. Senza questo approccio critico nei confronti delle testimonianze, si rimane al dettaglio che colpisce l'attenzione del profano, e si finisce per riportarlo senza filtri. Se un tale mi dice che sua sorella (nemmeno lui: sua sorella!), giocando su un prato quand'era ragazzina trovò un piede umano, io ho il dovere di chiedergli di approfondire: che anno era? Sua sorella chiamò i carabinieri? Fu perlustrata l'area? Si è poi scoperto di chi fosse quel piede? Non è altro che il vaglio giornalistico innescato dalla proverbiale "seconda domanda". È l'ABC. Ma se non faccio la seconda domanda, quel piede resta un dettaglio macabro, morboso. Un dettaglio privo di contesto, insignificante e inutilizzabile a fini storiografici, ma molto buono per impressionare i lettori. 
6. Una volta trovato un documento, per prima cosa devo chiedermi se sono il primo ad averlo trovato. Dopodiché, devo subito inserirlo nel contesto delle conoscenze e acquisizioni storiografiche sull'argomento. Solo a quel punto potrò divulgarlo e parlarne in modo serio e coerente. Se lo divulgo prima di ogni cosa, e in modo sensazionalistico, aggiungendoci gli errori trattati nei punti 1 e 2 e cercando pezze d'appoggio in testimonianze raccolte senza le cautele descritte ai punti 3, 4, 5,  non può che innescarsi una catena di reazioni come quella a cui abbiamo assistito in Friuli-Venezia Giulia a partire dall'autunno 2015.
7. Un'altra cautela da osservare per riconoscere l'errore, evitando di maneggiare la storia in modo irresponsabile, è chiedersi se una storia è plausibile o semplicemente suona plausibile perché si accorda con dicerie, sentiti-dire e stereotipi diffusi. Bloch scrive: «Quasi sempre l'errore è orientato in anticipo. Soprattutto esso si diffonde e prende radici solo se si accorda con le convinzioni preconcette dell'opinione comune; diventa allora come lo specchio in cui la conoscenza collettiva contempla i propri lineamenti».  E aggiunge: «Perché l'errore di un testimone divenga quello di molti uomini, perché una cattiva osservazione si trasformi in una voce falsa, occorre anche che lo stato della società favorisca questa diffusione». 
Con le frottole circolate in questi mesi potremmo fare "ingegneria inversa", e ci direbbero molto sulle idee correnti, su quel che si crede vero oggi in Friuli e lungo il confine orientale d'Italia. Bloch scrive che non vi sono solo individui mitomani, ma anche «epoche mitomani», nelle quali la maggior parte delle persone dà poca importanza ai fatti e molta a quel che piace sentire, a quello che conferma, rassicura e seduce. Noi viviamo in un'epoca mitomane. Smontare questi miti è certo più faticoso che adagiarsi e seguire la corrente, ma non dobbiamo rassegnarci. 
Se ci sono ricercatori che in quest'epoca mitomane non si sono mai rassegnati, e hanno continuato a inchiodare quel che scrivevano ai fatti riscontrabili, sono quelli della collana Resistenza Storica delle edizioni KappaVu. Per la loro coerenza hanno subito attacchi e calunnie, e hanno sempre avuto la nostra solidarietà.
Di contro, chi commette o favorisce gli errori descritti sopra non è uno storico né capisce di ricerca storica, né probabilmente vuole capirne, e non può che avere la nostra disistima, e in certi casi il nostro aperto disprezzo.
Wu Ming, Bologna, 22 marzo 2016

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