Migliaia i comuni che hanno visto il proprio nome cambiato dal fascismo

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  Come tutti i regimi di ogni epoca anche il fascismo come è ben noto ha voluto il proprio marchio, il suo segno, che resiste ai tempi, nei nomi dei luoghi. Oltre ad aver sradicato identità secolari famigliari con l'italianizzazione dei cognomi e anche dei nomi delle persone, fenomeno cruento avvenuto soprattutto nelle regioni del confine, si è scatenato con una inventiva con pochi precedenti anche nella trasformazione dei nomi dei luoghi, con la toponomastica ed odonomastica. Migliaia i comuni e le località che videro i propri nomi essere stravolti, tramite il processo di italianizzazione con lo scopo di romanizzare la località, di annientarne le origini identitarie considerate come non italianissime o con lo scopo di celebrarne l'atto politico funzionale allo spirito e causa fascista. Di casi se ne registrano a bizzeffe. Da Monteleone di Calabria, diventata Vibo Valentia, a Ronchi di Monfalcone, diventata Ronchi dei Legionari per celebrare l'atto eversivo della presa di...

Bologna: il fallimento delle città blindate, e non chiamateli antagonisti ma antifascisti



Più di 500 agenti delle forze dell'ordine, zone rosse, soliti divieti, che alla fine dei conti altro non rischiano che diventare pretesti per alzare la tensione. Si è perso il conto delle manganellate che son volate a Bologna in questa giornata primaverile d'autunno. Nessun volto coperto, mani alzate, visi scoperti, cartelli e striscioni, e poi quel suono plastificato, fastidioso, secco, freddo. Il manganello. Si è perso il conto delle manganellate che in questo otto novembre son volate a Bologna. Da un lato centinaia di antifascisti ed antirazzisti, dall'altro una Piazza Maggiore diventata teatro della peggiore destra italiana della seconda Repubblica o meglio fine seconda Repubblica. I finti cento mila, perché non erano cento mila, erano molti di meno, leghisti e destri hanno occupato il salotto buono di Bologna.
Perché è stata loro concessa quella Piazza? Avrebbero potuto,anzi dovuto evitarla per una miriade di motivi. Così non è stato. E per garantire la destra manifestazione di Piazza Maggiore, una enorme provocazione per Bologna, che vorrebbe vedere questa città, dopo la bolognina che ha sancito la fine del Partito Comunista, il luogo che ha dato il là alla nuova destra, ecco blindare i suoi spazi. Blindare, chiudersi, negare spazi per tutelare la destra Piazza Maggiore. Ovvie provocazioni che in tal sistema possono solo comportare certe e date risposte. La battaglia sul ponte Stalingrado di Bologna, che ha visto le forze dell'ordine essere letteralmente accerchiate. In tempi diversi sarebbe potuto accadere di tutto.  Il buon senso avrebbe dovuto dare la possibilità ai cortei almeno di congiungersi. Invece si è alzato il muro. E partono manganellate con gli inevitabili effetti a catena. Ed è stata anche incatenata la libertà di stampa. Perché ad un certo punto anche i giornalisti da quel ponte sono stati allontanati per ragioni di ordine pubblico.
Li continuano a chiamare antagonisti. No, sono antifascisti che si ribellano a politiche reazionarie e neofasciste. 
L'Italia vuole rimuovere dal suo vocabolario la parola fascismo ed antifascismo, rinchiudendo il tutto nel semplicismo dell'antagonismo? Non è una competizione non è una contestazione generica, non una banale avversione contro un protagonista, che protagonista non è.  Poi dopo una giornata di tensioni, iniziata a quanto pare fin dall'alba, sarà bella ciao cantata nel centro di Bologna a lasciare a questo Paese un momento lungo ed importante di riflessione. Le zone rosse, i luoghi blindati, i muri, altro non sono che un fallimento di una democrazia che non è in grado di badare a se stessa.



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