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La Carta del Carnaro, una Carta tra deliri e legittimazione della dittatura


Ancora oggi, da qualche corridoio di sinistra, si tende a giustificare, salvaguardare, la marcia di occupazione di Fiume, che ogni 12 settembre, viene ancora, in modo incomprensibile ed inaccettabile, celebrata tra Ronchi e Monfalcone, per la nota Carta del Carnaro, le cui disposizioni, tra le altre cose, non sono mai entrate pienamente in vigore. Dicono che è mazziniana, certo, anche i casapoundisti, nel loro programma politico dicono di ispirarsi a principi “mazziniani, corridoniani, futuristi, dannunziani, gentiliani, pavoliniani e mussoliniani”. Scritta soprattutto, da colui che venne definito come un Sindacalista rivoluzionario, tale Alceste de Ambris.  De Ambris, nella lettera di accompagnamento a quella Carta, scriverà a D'Annunzio, parlando espressamente, tra le altre cose, di razze, per esempio dirà che il patrimonio linguistico deve essere considerato “come sacro diritto per ogni razza". Certo, parlare di razze, forse in quel tempo era normale, talmente normale che poi si arriverà alla proclamazione delle nefaste Leggi Razziali in Trieste. Carta di chiara ispirazione massonica, esoterica ed anche delirante e fortemente nazionalista. Si scriverà nella premessa che “Fiume è l’estrema custode italica delle Giulie, è l’estrema rocca della cultura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco. Per lei, di secolo in secolo, di vicenda in vicenda, di lotta in lotta, di passione in passione, si serbò italiano il Carnaro di Dante. Da lei s’irraggiarono e s’irraggiano gli spiriti dell’italianità per le coste e per le isole, da Volosca a Laurana, da Moschiena ad Albona, da Veglia a Lussino, da Cherso ad Arbe. E questo è il suo diritto storico”.
Si dice che è una Carta che ha riconosciuto l'uguaglianza. Certo, si leggerà che “la Reggenza riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione”. Ed ancora che “Nella reggenza italiana del Carnaro tutti i cittadini, d’ambedue i sessi, dall’età di diciassette anni all’età di cinquantacinque, sono obbligati al servizio militare per la difesa della terra”. Ma questa uguaglianza, tra i due sessi, pensando al servizio militare, come veniva garantita? “ Fatta la cerna, gli uomini validi servono nelle forze di terra e di mare, gli uomini meno atti e le donne salde servono nelle ambulanze, negli ospedali, nelle amministrazioni, nelle fabbriche d’armi, e in ogni altra opera ausiliaria, secondo l’attitudine e secondo la perizia di ognuno”. Dunque le donne considerate allo stesso modo degli uomini invalidi.
Talmente anti-capitalista, anarchica e rivoluzionaria, che “lo Stato amplia ed innalza e sostiene sopra ogni altro diritto i diritti dei produttori”.
Carta che legittima e legalizza il cancro della società, le corporazioni. Non a caso Mussolini recepirà tale disposizioni nel suo regime, affermando che il corporativismo "è la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista". 

“Qualunque sia la specie del lavoro fornito di mano o d’ingegno, d’industria o d’arte, di ordinamento o di eseguimento, tutti sono per obbligo inscritti in una delle dieci Corporazioni costituite che prendono dal comune l’imagine della lor figura, ma svolgono liberamente la loro energia e liberamente determinano gli obblighi mutui e le mutue provvidenze”. Il massimo delirio lo si affermerà nella decima corporazione, ove si scriverà, cosa allucinante per essere una Legge fondamentale: “La decima non ha arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è attesa come quella della decima Musa. È riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. È quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue. È rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta un’antica parola toscana dell’epoca dei Comuni, stupenda allusione a una forma spiritualizzata del lavoro umano: «Fatica senza fatica»”.

Carta autoritaria che voleva il potere legislativo così esercitato: “Esercitano il potere legislativo due corpi formati per elezione: il Consiglio degli Ottimi il Consiglio dei Provvisori. XXVIII – Eleggono il Consiglio degli Ottimi, nei modi del suffragio universale diretto e segreto, tutti i cittadini della Reggenza che abbiano compiuto il ventesimo anno di età e che sieno investiti dei diritti politici. Ogni cittadino votante della Reggenza può essere assunto al Consiglio degli Ottimi. XXIX – Gli Ottimi durano nell’oficio tre anni. Sono eletti in ragione di uno per ogni migliaio di elettori; ma in ogni caso non può il loro numero essere di sotto al trenta. Tutti gli elettori formano un corpo elettorale unico. L’elezione si compie nei modi del suffragio universale e della rappresentanza proporzionale . Il Consiglio degli Ottimi per ordinario non si aduna se non una volta l’anno, nel mese di ottobre, con brevità spiccatamente concisa. XXXI – Il Consiglio dei Provvisori si compone di sessanta eletti, per elezione compiuta nel modo del suffragio universale segreto e con la regola della rappresentanza proporzionale: Per ordinario il consiglio dei Provvisori si aduna due volte l’anno, nei mesi di maggio e di novembre, usando nel dibattito il modo laconico. Il Consiglio degli Ottimi e il Consiglio dei Provvisori si riuniscono una volta l’anno in un sol corpo, sul principio del mese di dicembre, costituendo un grande Consiglio nazionale sotto il titolo di Arengo del Carnaro”.
Dunque repulsione verso il parlamentarismo, organi che dovevano essere convocati raramente e dove la discussione doveva essere rigorosamente breve,concisa ed il dibattito laconico. Alla faccia della ghigliottina, verrebbe da dire. Ma era una Carta che legittimava e legalizzava la dittatura. “Quando la Reggenza venga in pericolo estremo e veda la sua salute nella devota volontà d’un solo, che sappia raccogliere eccitare e condurre tutte le forze del popolo alla lotta e alla vittoria, il Consiglio nazionale solennemente adunato nell’Arengo può nominare a viva voce per voto il Comandane e a lui rimettere la potestà suprema senza appellazione. Il Consiglio determina il più o men breve tempo dell’imperio non dimenticando che nella Repubblica romana la dittatura durava sei mesi”.
Si dirà, che si tutelavano anche le minoranze.. Se è vero che “In tutte le scuole di tutti i Comuni l’insegnamento della lingua italiana ha privilegio insigne. Nelle Scuole medie è obbligatorio l’insegnamento dei diversi idiomi parlati in tutta la Reggenza italiana del Carnaro. L’insegnamento primario è dato nella lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti di ciascun Comune e nella lingua parlata dalla minoranza in corsi paralleli”.
E' anche vero che nel citato testo si esplicava: “Sul Carnaro di Dante il culto della lingua di Dante è appunto il rispetto e la custodia di ciò che in tutti i tempi fu considerato come il più prezioso dei popoli, come la più alta testimonianza della loro nobiltà originaria, come l’indice supremo del loro sentimento di dominazione morale. La dominazione morale è la necessità guerriera del nuovo Stato. L’esaltazione delle belle idee umane sorge dalla sua volontà di vittoria. Mentre compisce la sua unità, mentre conquista la sua libertà, mentre instaura la sua giustizia, il nuovo Stato deve sopra tutti i suoi propositi proporsi di difendere conservare propugnare la sua unità la sua libertà la sua giustizia nella regione dello spirito. Roma deve qui essere presente nella sua coltura. L’Italia deve qui essere presente nella sua coltura. Il ritmo romano, il ritmo fatale del compimento, deve ricondurre su le vie consolari l’altra stirpe inquieta che s’illude di poter cancellare le grandi vestigia e di poter falsare la grande storia. Nella terra di specie latina, nella terra smossa dal vomere latino, l’altra stirpe sarà foggiata o prima o poi dallo spirito creatore della latinità: il quale non è se non una disciplinata armonia di tutte quelle forze che concorrono alla formazione dell’uomo libero”.
E sarà lo stesso Alceste de Ambris, che ha dato un contributo fondamentale per la stesura della Carta del Carnaro a spiegare, nella lettera di accompagnamento del testo, che “non vi è dubbio che di due civiltà diverse le quali si trovano in permanente contatto, o piuttosto in una continua interferenza, su di uno stesso territorio ed in seno al medesimo aggregato politico, quella che ha in se stessa minori elementi vitali è destinata a soggiacere di fronte alla civiltà più alta”.
Dunque una parvenza di tutela, perché si era sicuri della naturale soccombenza delle lingue,e culture reputate minori, nei confronti della suprema civiltà italica e latina ed imperiale, soccombenza che sarebbe in ogni caso stata inevitabile stante i principi come sopra esposti e l'attività che ne sarebbe conseguita  per affermarli, e che poi, come la storia ha insegnato si è realizzata con l'avvento del Regno d'Italia e del regime fascista con le contestuali politiche di nazionalizzazione e cancellazione etnica. Dunque anziché adoperarsi, il grande sindacalista rivoluzionario, per la difesa e salvaguardia delle culture delle minoranze, sostiene il principio, come ben affermato nel testo dannunziano, che ciò, non può avvenire per sovrapposizione violenta, sibbene per intrinseca virtù. Già.

Commenti

  1. Diciamo pure che questo è il Suo singolare punto di vista.
    Mentre sarebbe bene consigliare a tutti di studiare, di informarsi, di leggere, magari NON da quei libri di storia scolastici che raccontano gli avvenimenti in maniera superficiale e solo dal noto punto di vista, comodo ai più.
    Sarebbe opportuno studiarsi la storia della Città di Fiume, prima, durante e nell'immediato dopo Guerra (prima guerra mondiale).
    Esistono diversi libri "non di parte" che spiegano bene le vicissitudini della città e della Comunità Italiana presente, all'epoca, come stragrande maggioranza nella città di Fiume oltre che sulle Isole e coste del territorio circostante.
    Saluti
    S.
    Così la gente potrà cpaire meglio e senza pregiudizi del perchè certe cose sono avvenute.

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