Migliaia i comuni che hanno visto il proprio nome cambiato dal fascismo

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  Come tutti i regimi di ogni epoca anche il fascismo come è ben noto ha voluto il proprio marchio, il suo segno, che resiste ai tempi, nei nomi dei luoghi. Oltre ad aver sradicato identità secolari famigliari con l'italianizzazione dei cognomi e anche dei nomi delle persone, fenomeno cruento avvenuto soprattutto nelle regioni del confine, si è scatenato con una inventiva con pochi precedenti anche nella trasformazione dei nomi dei luoghi, con la toponomastica ed odonomastica. Migliaia i comuni e le località che videro i propri nomi essere stravolti, tramite il processo di italianizzazione con lo scopo di romanizzare la località, di annientarne le origini identitarie considerate come non italianissime o con lo scopo di celebrarne l'atto politico funzionale allo spirito e causa fascista. Di casi se ne registrano a bizzeffe. Da Monteleone di Calabria, diventata Vibo Valentia, a Ronchi di Monfalcone, diventata Ronchi dei Legionari per celebrare l'atto eversivo della presa di...

Camminando per Pizzo e pensando a Gorizia



Cosa unirà la meravigliosa città del gelato, del tartufo per la precisione, con la bella Gorizia? Sicuramente l'esaltazione per il risorgimento italiano, hanno dedicato un castello a Murat, dove lì venne fucilato, noto per il suo proclama di Rimini e nel volgo come il Re francese che anticipò il risorgimento nostrano. Certo, i napitini in verità lo insultarono e cercarono anche di aggredirlo, ma questo poco importa, quello che conta è unire l'Italia nel nome del Risorgimento e poi Garibaldi. Già. Anche il luogo ove lui magari si è fermato per andare in bagno in qualche paese o città italiana è forse ricordato da una targa a dir poco epica, così come accade in quei luoghi, diventati quasi mistici, ove si è fermato per respirare, come al parco della Rimembranza di Vibo.
Che poi in Italia i borboni o gli austriaci hanno dominato per secoli questo poco deve importare e che la popolazione fosse avversa all'Italia, conta altrettanto poco o nulla.  
No, non è questo che mi viene in mente, e neanche i tanti caduti, sottratti dalla loro terra per andare a crepare senza età per conquistare ed occupare Gorizia o Trieste o Trento.
Bensì l'ascensore. Il pensiero ritorna sempre su questa, diciamo, chicca tutta nostrana che unisce nord e sud. Quello di Pizzo, che termina con un fungo velenoso per l'architettura secolare lì sussistente e vivente ed ora morente, dopo una sorta di inaugurazione e lustri di peripezie, non è mai entrato in funzione.
Ma un giorno entrerà in funzione? A Pizzo dicono che è più facile fare un terno al lotto. E le belle scalinate, faticose certo, ma sempre così è stato in Pizzo, diventeranno una cosa da antiquati e parte della particolarità di questa località andranno in frantumi. Quello di Gorizia è simile, però è certamente più invasivo rispetto a quello di Pizzo, non un fungo velenoso, ma una colata violenta di cemento bianco, che magari verrà accompagnata da qualche futuristica dannunziana scia rossa per completare, con il poco verde lì rimasto, l'ovvio tricolore e ricordare che l'Italia è unita, non tanto da Murat, o Garibaldi o per la brutale morte che ha massacrato migliaia di migliaia di migliaia di giovani, specialmente meridionali, come ricorda una delle tante targhe sempre collocate al parco di Vibo,
ma da certe brutture che non conoscono, ed è proprio il caso di dirlo, alcun confine. 
Certo, se poi, alle brutture, si abbina anche il mancato funzionamento, o l'essere opera incompiuta, il tutto assume un sapore ancora più aspro. Ed allora più tartufi per tutti e la vita ti sarà più dolce, od in alternativa un sano tiramisù nell'attesa che l'ascensore o vada in funzione, o venga completato, o semplicemente archiviato e, perché no, anche demolito lasciando spazio al buon senso e rispetto dell'ambiente e del paesaggio ed anche della bellezza.
Marco Barone

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