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L'Italia ed il declino di Trieste. Una denuncia di Manlio Cecovini negli anni '70




Ho letto “un discorso di un triestino agli italiani” A cura di Manlio Cecovini, che come è noto è stato anche Sindaco della città dal '78 al 1983. Un libro che ha avuto tre edizioni, la prima nel 24 maggio del '68, anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia, poi, l'ultima, nel novembre del '77. Un Libro destinato ai Senatori e Deputati della Repubblica Italiana, perché : “nessuno possa più dire non sapevo”. Ovviamente dal punto di vista storico e politico è a dir poco nazionalista, dove Trieste era praticamente italiana ancor prima della nascita dell'Italia, e posso lasciare immaginare tutte le baggianate che si propongono in chiave retorica e demagogica e nazionalistica a partire dai numeri esorbitanti della foiba di Basovizza, non meno di 1500 vittime, scriverà Cecovini. Ovviamente la storia e gli studi hanno dimostrato ben altro. Ma quello che qui interessa è la denuncia forte che colui che diventerà poco dopo Sindaco di Trieste, effettuerà nei confronti di come l'Italia, quella Italia alla quale i Triestini erano devoti ancor prima di venire alla luce, ha praticamente tradito le aspettative di questa città. Parlerà della morte del porto, delle infrastrutture, del settore industriale, della morte della sua flotta, di una città che era diventata praticamente impiegatizia, che andava avanti grazie ai sussidi pubblici e che se sotto l'Austria aveva redditi elevati, nel periodo che va da '51 al '62 era l'ultima provincia italiana in tal senso. Si investiva nel porto di Genova e Venezia e non in quello di Trieste. Crescevano gli scali di Fiume e Capodistria e non quelli di Trieste. Se dal punto di vista politico il mancato investimento nel porto poteva forse avere un senso fino al 26 ottobre del '54, quando ancora non erano chiare le sorti di Trieste, queste preoccupazioni non saranno lecite dopo, o quanto meno dopo Osimo. Eppure pare che nulla sia mutato da quando l'Italia sin dal '18 abbia conquistato Trieste. Trieste è l'estrema periferia d'Italia, città che ha perso la sua vocazione naturale portuale, è città impiegatizia, turistica che campa sulla memoria della Mitteleuropa.  Questo è l'oggi che continua. Sorgono diversi pensieri, ma non è che esiste qualche accordo tacito o non tacito che venne stipulato in cambio dell'assegnazione di Trieste all'Italia? E che questo accordo prevedeva il categorico divieto di sviluppare la sua area portuale e zona franca? Per non compromettere l'economia e le lobby venete, o dell'alto Tirreno? Trieste è italiana per le cerimonie, per la sua memoria storica strumentale a logiche nazionalistiche, ma l'Italia per Trieste ha realmente fatto poco o nulla è evidente.  E le 65 mila firme raccolte per una zona franca integrale a Trieste in passato ben dimostrano che idea di Trieste avesse buona parte della città. Il sistema Italia era interessato a Trieste ed anche a Fiume non tanto per questioni risorgimentali, baggianate e maschere che hanno determinato solo odio, ed intolleranze e le peggiori cose verso l'umanità. Ma questa spada del risorgimento che ha guidato e condotto alla morte migliaia e migliaia di persone nella grande guerra è servita solo perché il sistema capitalistico italiano era interessato ad esercitare il dominio nell'Alto Adriatico. E tale dominio lo si può esercitare in due modi. 

O sviluppando ed investendo nelle città strategiche conquistate ed occupate o semplicemente favorendo il loro declino, limitando ai minimi le loro potenzialità, investendo e sviluppando invece quelle realtà, come Venezia e Genova, che esprimevano l'affermazione di interessi capitalistici ed economici di grandi poteri che non dovevano e non potevano essere minati dalla zona triestina e di Fiume. E questo è quello che è accaduto ieri e che continua ad accadere oggi, almeno per Trieste. E non è un caso che Fiume sotto l'occupazione italiana abbia conosciuto il suo declino e che questo sia venuto meno da quando l'occupazione italiana è cessata. Insomma il sistema di potere italiano ha determinato il declino di Trieste. Le bellezze e le meraviglie di Trieste non sono frutto dell'ingegno dell'Italia ma dell'Impero che per secoli ha dominato questa città. Questo è un dato di fatto incontestabile. Certo, è vero che dopo quasi dieci anni il porto di Trieste avrà un piano regolatore, e molti imputano a questo la mancanza dello sviluppo dell'attività portuale della città. Sicuramente il piano regolatore se avrà mai luogo, aiuterà un sviluppo minimo, quello reputato dal sistema come accettabile per i noti regimi minimi che non devono turbare le lobby economiche che non hanno voluto il vero sviluppo di Trieste, importante città un tempo, osa solo periferica. Ma il vero punto di sblocco del porto di Trieste e della sua economia è la zona franca. Trieste ha da sempre nelle sue mani le carte per determinare il suo decollo e la sua ricchezza. Ma queste carte sono state nascoste, gettate, bruciate, in parte, perché questo era il prezzo da pagare per il suo divenire città d'Italia. Eppure le cose potrebbero cambiare, se solo il sistema Italia lo volesse ed avesse veramente a cuore le sorti di questa città e regione. 

E nel mentre, nel mentre la città segue una imposta esclusiva vocazione turistica, tra le altre cose piena di lacune, per divenire la Montecarlo dell'Alto Adriatico, dopo la richiesta da parte di Livorno ed Ancona, nel 2013, ora Caltanissetta, Enna ed Agrigento chiedono nello specifico l'istituzione di una zona franca per lo sviluppo e la legalità nei loro rispettivi territori. Ciò per far fronte alla grave crisi strutturale che affossa queste importanti realtà siciliane. Nella proposta di legge depositata in questo aprile 2015, da parte di una deputata del PD,(cioè stesso partito che governa il oggi FVG e Trieste) ed a quanto pare aprile è il mese della zona franca, visto che anche per il porto di Livorno ed Ancona era stata depositata la richiesta ad aprile, ma del 2013 ( sempre PD), si evidenzia come “l’istituzione della zona franca per lo sviluppo e la legalità non si ponga in contrapposizione o in sovrapposizione con altre iniziative. L’obiettivo è, invece, quello di sollecitare le istituzioni a investire su un progetto capace di attrarre nuove iniziative produttive e nuovi investimenti sul territorio, stante, tra l’altro, il concorso delle istituzioni locali, provinciali e regionali e delle associazioni di categoria. 
Si vuole sperimentare, nell'area individuata, la necessità di approntare strumenti straordinari che lo Stato, in concorso con la regione, deve porre in essere per innescare meccanismi di sviluppo economico e di ordine sociale. L’obiettivo è quello di creare le condizioni per una rinascita sociale e culturale, che offra un’opportunità alle imprese locali che vogliono crescere e alle PMI provenienti da altri territori, che intendono delocalizzare le proprie iniziative, agendo in condizioni di sicurezza e con adeguate infrastrutture”. 
I comuni interessati?
Caltanissetta, comprendente il territorio dei comuni di Acquaviva Platani, Bompensiere, Butera, Caltanissetta, Campofranco, Delia, Gela, Marianopoli, Mazzarino, Milena, Montedoro, Mussomeli, Niscemi, Resuttano, Riesi, San Cataldo, Santa Caterina Villarmosa, Serradifalco, Sommatino, Sutera, Vallelunga e Villalba, in provincia di Caltanissetta. I comuni limitrofi delle province di Enna e di Agrigento possono aderire alla zona franca. 
Nel testo della proposta si legge anche che “Alle imprese insediate nella zona franca è riconosciuto un credito d’imposta, pari a una percentuale del reddito d’impresa realizzato tramite le attività ubicate nella zona franca e reinvestito per l’ampliamento degli impianti e della produzione nella zona medesima. Tale credito d’imposta è usufruibile entro i tre periodi d’imposta successivi a quello della realizzazione del reddito stesso Le imprese ubicate nella zona franca possono definire, a mezzo di accordi contrattuali con le organizzazioni sindacali, minori o superiori livelli salariali e una più ampia flessibilità degli orari di lavoro rispetto a quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti. Nel territorio della zona franca il sistema creditizio e bancario contribuisce, con agevolazioni creditizie e finanziarie, nell’ambito di accordi da realizzare, ad agevolare la nascita e l’allargamento di iniziative imprenditoriali di interesse nel medesimo territorio. Per un periodo pari a ventiquattro mesi sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche i redditi prodotti dalle persone fisiche che esercitano attività di lavoro subordinato nella zona franca”. E' evidente che zona franca non deve significare fai quello che cazzarola vuoi con i lavoratori, ed i diritti dei lavoratori, però è innegabile che se da un lato si può favorire l'arricchimento di chi investirà,visto che è la naturale logica del sistema capitalistico, dall'altro lato le ricadute per il territorio, possono essere positive, dal punto di vista occupazionale,economico e sociale. 
Anzi la zona franca potrebbe essere il punto di svolta per l'economia locale. E nel mentre di tutto ciò, Trieste, che avrebbe il punto franco, ed altre città farebbero la fila per avere il suo status non volutamente attivato, per scontro di interessi di potere ed economici, non lo usa. Anzi, pensa di trasferirlo. A questo punto, se la politica dominante in Trieste non lo vuole, penso che i territori confinanti se potranno ( anche se si deve capire come) ben coglieranno questa occasione, come la Bisiacaria, ad esempio, che ospita l'aeroporto del FVG, e che questa crisi ha particolarmente colpito duramente, ove i grandi  ed inquietanti cimiteri delle fabbriche, aumentano anno dopo anno.


Marco Barone

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