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Quando No Tav è anche una condizione di vita


Da Torino a Trieste da Asti a Caltanissetta, il 22 febbraio la bandiera bianca e rossa No Tav sventolerà ovunque. In questo periodo storico si parla spesso di resistenza, di lotta, di difesa dei diritti, valori ed anche etica che si pongono in netta contrapposizione con quell'insieme di morali figlie del potentato economico che condiziona la non libertà d'informazione favorendo l'omologazione della nozione e della comprensione di fenomeni reali, che seppur sconnessi, in realtà sono connessi. Penso, come ultimo caso, ai lavoratori che lottano contro il sistema degli appalti nella vicenda "Granarolo", che si battono contro le condizioni di lavoro indegne oltre che per la difesa del posto di lavoro. Due fatti collegati ma non scontati, specialmente il primo, la difesa delle condizioni di lavoro. Condizione, ovvero le modalità con cui si può svolgere ed adempiere un rapporto contrattuale. Il problema è che il lavoratore non è più parte contrattuale, perché non contratta, ma accetta ciò che gli viene imposto per raggiungere non la dignitosa esistenza, ma sopravvivenza minima sociale per soddisfare le primarie necessità. Stranieri, ricattati con la spada affilata e sostenuta da un esile crine di cavallo  di Damocle del permesso di soggiorno, hanno saputo reagire e dire no. Gli ultimi tra gli ultimi hanno assaporato il gusto della ribellione. Etichettati come violenti.
Il picchetto, il sedersi per terra, lo sciopero, sono oggi violenza se non si realizzano con il beneplacito di chi è chiamato ad ammortizzare il conflitto per neutralizzarlo ovvero renderlo inutile. Mentre non è violenza l'uso di spray urticanti, manganellate e non è violenza lo sfruttamento sul lavoro. Sono condizioni ordinarie di attuazione di quelle regole decise in modo antidemocratico ma con le regole della democrazia. Paradosso della democrazia, le regole le dettano quelli della maggioranza e la maggioranza, in questo sistema, non è espressione degli interessi comuni e collettivi. Ovvero i poteri forti con le loro articolazioni decidono come si deve decidere e quali debbano essere le regole applicabili per tutti. Chi si oppone a queste regole, rivendicando principi che vorrebbero, i potentati, essere superati dalle condizioni di una crisi perdurante, è violento è criminale, è delinquente. E' difficile contrastare un sistema omologato, che punge e provoca ricorrendo anche a metodi antiquati ma a quanto pare ritenuti ancora validi. No Tav non è una sigla. No Tav è una condizione, No Tav è una forma di sostanza di ribellione. Ma chi decide quali devono essere le regole per definire una ribellione giusta o non giusta? Penso all'Ucrania, dove forze neonaziste hanno usato le armi. La democrazia occidentale, per ovvie ragioni politiche e strategiche ha invece puntato il dito solo contro la violenza adottata dal governo. Chi decide le regole della democrazia? Chi decide quando è giusto o non giusto ribellarsi? Chi decide come ribellarsi? Esiste una intelligenza condivisa all'interno di un movimento che oramai non conosce più confini e confine. Ma ci sono momenti, nella vita e nella storia di chiunque, ove bisogna saper reagire. Hanno provato tutte le vie per demolire questo movimento, repressione penale, leggi ad hoc, pesanti condanne risarcitorie, espulsioni, diffide, intimidazioni, l'illegale è diventato legale, l'illegittimo è diventato legittimo per il sistema che ha un solo scopo, violentare ancora una volta la natura delle cose per il profitto. Tipica casistica del capitalismo. Durante il fascismo si sono verificate violenze inaudite, come ben sappiamo. Penso, per esempio, alle vicende dell'italianizzazione, all'esodo delle comunità slavofone, cacciate con violenza dall'Italia, rinchiuse nei campi di concentramento, solo perchè non appartenenti alla razza italica. Tutto censurato, tutto annebbiato da atti e memorie che omologano la storia sulla via del che cosa si deve ricordare sulla via di che cosa è giusto e non giusto. Nell'Italia dei fuochi, nell'Italia della corruzione, nell'Italia delle mafie, nell'Italia delle caste che ancora contano ed hanno un peso rilevante, si è schierato un grande esercito. E' in corso una guerra. Una guerra moderna. Una guerra che si combatte che le nuove tecnologie ma soprattutto con l'informazione. L'informazione è il miglior modo per governare l'opinione pubblica ed etichettare come ingiusto il giusto, criminale il ribelle ed eroe l'assassino della dignità. No Tav è una condizione di vita. Andare contro la frenesia della società, una società che ha imposto ritmi insostenibili per la comune collettività. Hanno massacrato il trasporto del popolo per incentrare gli investimenti nel trasporto che si possono permettere nella maggior parte dei casi solo i benestanti, i ricchi. La Tav per come pensata è risultata essere una mera operazione catastrofica a livello sociale. I treni dei pendolari sono sempre più rotti, lenti, una lentezza che non è conciliante con il regime della frenesia e della velocità di questa società. Eppure a volte sei costretto a ricorrere, a viaggiare, sui treni ad alta velocità, perchè non hai scelta. Si doveva ripensare il trasporto collettivo con intelligenza, con una velocità sostenibile, compatibile con l'ambiente, con la natura, ma nella quasi totalità dei casi così non è stato. Questa è la società dove le informazioni durano pochi minuti, dove non hai il tempo di respirare con lentezza, dove devi essere pronto ad affrontare ogni  stress. Esistono le isole felici, abbandonate, per ora, dalla Tav, ma non dalla lotta No Tav, perché questo è un modello di solidarietà applicabile a diverse situazioni territoriali,  penso alla Sicilia, Calabria, Friuli Venezia Giulia,per esempio, ma abbandonate anche dalla dignità di un trasporto collettivo che sarebbe servizio pubblico, poiché il diritto alla mobilità è un diritto non una opzione. Nei casi della Calabria e Sicilia ciò è accaduto perché esiste il sistema clientelare del trasporto su gomma, nel caso del FVG solo per ragioni politiche, ragioni che comunque insistono verso la via del torto, introdurre la Tav anche in FVG, quando questa è incompatibile a quel tipo di treni. Andrebbe invece potenziata la linea ferroviaria esistente. Non è tollerabile, con i ritmi del tempo presente, percorrere cento km in due ore, ed a volte anche di più,  ma non è tollerabile neanche percorrere 100 km in trenta minuti al prezzo della devastazione della natura. Vivere con la giusta lentezza, è oggi utopia, una utopia che il movimento No Tav cerca di rendere reale, mica per demagogia esistenzialista, ma per buon senso. Un buon senso represso, ed indirizzato da parte dell'informazione di regime, verso la violenza. Fanno notizia le scritte No Tav. Anche una scritta no Tav è reato da punire pesantemente. Un reato nato per intimorire chi dice no.


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