Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Trieste quel Magazzino 26 disoccupato



Tra le macerie di una società disastrata ed un degrado che in qualche modo può affascinare ed essere d'ispirazione per qualche componimento poetico, tra asfalto e binari che si intersecano invadendo reciprocamente ognuno la propria funzionalità, tra tetti senza tegole, e ruderi senza più alcun senso, mentre la vegetazione continua a conquistare, giorno dopo giorno, notte dopo notte, spazi contesi da interessi specifici che non sempre coincidono con quelli della collettività, ecco sorgere il Magazzino 26, un magazzino disoccupato. Una perla nel pieno degrado figlio di quell'immobilismo che uccide la povera Trieste. Un magazzino che ha ospitato, dopo lunghi e costosi interventi di recupero, diversi eventi, uno fra tutti, la 54a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. Pur essendo soggetto a vincolo da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, pur essendo una testimonianza della superata architettura industriale, oggi è lì senza sapere che destinazione avrà.

Eppure di cose se ne potrebbero fare a migliaia.
Destinarlo all'Università, alle associazioni del territorio, adibirlo a laboratorio polivalente culturale, adibirlo a qualcosa insomma che sia degno di quel luogo e dignitoso per Trieste.
D'altronde i venti della vita spensierata possono sempre bussare a quelle porte ora chiuse. In tal momento epocale abbiamo bisogno di ricostruire una società letteralmente a pezzi, ma non sulle sue macerie, perché quelle macerie le getteremo via e verranno spazzate anche dalla bora. Abbiamo necessità esistenziale di edificare un tempo che sia il nostro tempo, abbiamo bisogno di demolire il degrado e l'immobilismo, con atti sostanziali, con progettualità, con quella voglia, libera da sterili opportunismi, che dia la possibilità all'individuo di sentirsi realmente partecipe di una collettività e quel magazzino 26, disoccupato, è l'esempio materialistico del contrario.



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