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| CIE GRADISCA |
La
prima, ed anche unica volta, che ho messo i piedi all'interno di un
CIE, per ragioni professionali, è accaduto a Bologna. Mai
dimenticherò le sensazioni vissute, la speranza che tu rappresentavi
per quelle persone, rinchiuse in un luogo che ha in molti casi
maggiori restrizioni rispetto ad una normale galera.
Telecamere
ovunque, barriere di ferro ovunque.
Poi
la sala d'attesa, un tavolo ove far firmare atti e richieste, uno
sguardo, una stretta di mano ma l'udienza al giudice di Pace, nella
quasi totalità dei casi una formalità, ha definito il suo corso
ancor prima di iniziare. Potrai sollevare tutte le eccezioni di
questo mondo, ma la volontà politica dominante è univoca, dunque richieste
respinte.
Non
persone, ma numeri, numeri da espellere. Basaglia
dichiarava che « Non è importante tanto il fatto che in futuro ci
siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso
abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c'è
un altro modo di affrontare la questione; anche senza la
costrizione.»
Con
la Legge 180 del 1978, il cui promotore è stato proprio Basaglia,
quelle istituzioni chiuse sono state superate da un diverso
approccio, certamente più umano nelle intenzioni, rispetto ai
malefici manicomi.
Siamo
riusciti a chiudere i manicomi, perché non riusciamo a chiudere i
CIE?
In
Italia esistono i Centri di accoglienza (CDA), Centri di accoglienza
richiedenti asilo (CARA), Centri di identificazione ed espulsione
(CIE). In
questi ultimi la legge esistente consente la detenzione fino a 18
mesi nell'attesa di essere identificati ed espulsi. Quello di
Gradisca è classificato come uno dei peggiori. Non che vi possa
essere un migliore tra i CIE, ma certamente un peggiore all'interno
di una situazione indegna per un Paese civile e democratico, deve
indurre certamente alla riflessione ma anche all'azione immediata.
Non
volendosi abrogare oggi, il concetto di cittadinanza, nonostante
siamo tutti figli dello stesso cielo e mare, si deve trovare una
situazione conciliante con la dignità umana ed il non essere
cittadino di quel Paese ove per ragioni diverse si mette per la prima
volta piede.
La
maggior parte delle persone rinchiuse all'interno dei CIE, non hanno
alcuna intenzione di rimanere in Italia, e forse è questo anche il
vero problema della situazione.
L'Europa
con la sua carta fondamentale in tema di diritti umani esplica
principi di grande valenza riconoscendo l'inviolabilità della
dignità umana, nella consapevolezza
del suo patrimonio spirituale e morale, fondando se stessa sui
valori indivisibili e universali della della libertà,
dell'uguaglianza e della solidarietà; della democrazia e sul
principio dello Stato di diritto.
D'altronde
la domanda sorge spontanea, come pretendere l'estensione di questi
principi a favore dei cittadini non europei, quando non vengono
neanche pienamente applicati ai cittadini europei?
Già,
un dilemma risolvibile in modo semplice, ribaltando i valori da
tutelare, prima la persona, prima la dignità, poi il resto.
Non
può essere un problema solo dell'Italia quello della così detta
immigrazione clandestina, ma deve essere una questione da affrontare,
in modo dignitoso ed organico,da parte dell'Unione Europa.
Ma
l'Unione Europea è ostaggio della Germania, Germania ove la maggior
parte dei rinchiusi vorrebbero recarsi. In
Europa, nonostante esista una direttiva, quale quella dei Rimpatri, esiste una situazione pressoché simile a quella italiana, salvo
rari casi .
Nel
prezioso rapporto dei medici per i diritti umani si evince che, in
tema di immigrazione clandestina, in Germania
l’assistenza
legale è assente o carente
e le
prigioni vengono utilizzate frequentemente come luoghi di
trattenimento dei migranti irregolari.
Nel
Regno
Unito non
è prevista una durata massima della detenzione. La quasi totalità
dei centri è gestita da agenzie di
sicurezza private. In Spagna
l’assistenza
sanitaria è affidata a personale sanitario di imprese private. Però
è stato
istituito a Barcellona un Tribunale incaricato di gestire le denunce
presentate dai trattenuti.
In Francia
il
Ministero dell’Interno fissa le quote annuali di stranieri
irregolari da espellere. Il rimpatrio volontario
e altre misure alternative vengono applicate in rari casi. Le
famiglie e i minori possono essere detenuti.
In
Svezia
dal 1997 la gestione dei centri di
detenzione è passata dalle agenzie di sicurezza private ai servizi
sociali. Vengono spesso applicate misure alternative alla
detenzione. Sono garantite la libertà di movimento all’interno
delle strutture, la libertà di accesso da parte di organizzazioni
esterne, la
possibilità
di ricevere visite senza limitazioni. I trattenuti sono in alta
percentuale richiedenti asilo. E’ possibile
trattenere i minori (anche se per massimo 72 ore, prorogabili di
ulteriori 72).
A
Gradisca
si segnala, nel citato rapporto pubblicato nel maggio del 2013 che
“particolarmente
critico è il rapporto di forte tensione esistente tra
trattenuti ed operatori, dominato da un costante e quasi
ossessivo clima di sospetto. Le norme di sicurezza appaiono
particolarmente restrittive e trovano riscontro nel profondo
malessere dei detenuti. A tempi di trattenimento che sembrano essere
sensibilmente più lunghi rispetto alla maggior parte degli altri
centri corrisponde una grave mancanza di attività ricreative, la
totale chiusura al coinvolgimento di organizzazioni esterne e la
carenza di assistenza legale. Aspetti, questi ultimi, che certamente
contribuiscono a rendere ancor più oppressive le condizioni di vita
all'interno del CIE. In base ai casi direttamente rilevati, destano
infine forti perplessità i criteri in base ai quali viene stabilita
l’idoneità sanitaria al trattenimento”.
Abbiamo
chiuso i manicomi, ora chiudiamo i CIE.
E'
una questione che riguarda tutti e non soli i diretti interessati, è
una questione di dignità collettiva e di civiltà e Stato di diritto
complessivo.
Le
soluzioni proposte dai medici per i diritti umani, che condivido,
nell'attesa di arrivare ad una diversa regolamentazione della
cittadinanza ma anche fine del concetto della cittadinanza, possono
essere diverse, dalla
regolarizzazione
per categorie vulnerabili,alla protezione per le vittime di tratta,
all'identificazione in carcere, rilevato che i migranti
che provengono dal carcere rappresentano almeno la
metà del totale dei trattenuti all’interno dei CIE,
al rimpatrio
volontario, alle
misure
di limitazione della libertà personale alternative alla
detenzione,al ritorno assistito.
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