I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

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  Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano. Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosan...

Pretendiamo la restituzione di oltre due miliardi di euro dalla Chiesa






La Convenzione Finanziaria dei noti Patti Lateranensi così norma all'articolo 1:

L’Italia si obbliga a versare, allo scambio delle ratifiche del Trattato, alla Santa Sede la somma di lire italiane 750.000.000 (settecento cinquanta milioni) ed a consegnare contemporaneamente alla medesima tanto Consolidato italiano 5% al portatore (col cupone scadente al 30 giugno p.v.) del valore nominale di lire italiane 1.000.000.000 (un miliardo).
All'articolo due invece:
La Santa Sede dichiara di accettare quanto sopra a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870.

Con questa disposizione lo Stato Italiano, tramite Mussolini, ed il Vaticano, tramite il Cardinale GASPARRI , ponevano fine alla questione romana, correlata alla nota breccia di Porta Pia, ritrovavano la concordia ma in particolar modo l'Italia salvava le casse di una Chiesa che era sull'orlo del fallimento.
Un risarcimento danni illegittimo, sproporzionato e figlio solo di un compromesso politico non condiviso e sostenuto da buona parte del popolo italiano.
Quella cifra, se attualizzata, con la rivalutazione monetaria, corrisponde circa a due miliardi e mezzo di euro.
Solo con una iniziativa parlamentare, visto che non è ammissibile referendum su quella materia, poiché la Corte Costituzionale con sentenza n. 16 del 2 febbraio 1978 lo dichiarò inammissibile, in quanto «trattato» con uno stato estero, supportata da una pressione del popolo, è possibile pretendere ciò che è giusto pretendere. La restituzione di ciò che è stato “elargito” alla Chiesa in modo illegittimo ed in ogni caso sproporzionato e non in modo equo dall'Italia di Mussolini.
Due miliardi e mezzo di euro.
I modi per ottenere la ripetizione di quella somma si possono trovare, le vie della dignità sono infinite, d'altronde la dignità non ha prescrizione.
Si eviterebbe una manovra finanziaria, ai danni dei cittadini e si offrirebbe una piccola ma importante boccata di ossigeno alla casse del nostro Stato sempre più dissestato.






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