Quel che resta del confine: le scritte di Ronchi che rischiamo di cancellare

 

Prima o poi doveva succedere. È una di quelle cose che noi storici guardiamo quasi con un sospiro di rassegnazione: per anni ci sono stati interventi,su questo tema ne ho fatti diversi, ma alla fine, quando si tratta di fare qualcosa di concreto niente, non si muove un dito. E così rischiamo di veder sparire per sempre delle testimonianze storiche straordinarie. Mi riferisco a delle scritte in vernice rossa, tracciate sui muri a partire dal 1946. Un pezzo di storia che per qualcuno è un po’ scomodo, qualcosa che sarebbe molto più semplice infilare in un cestino e dimenticare. Per altri, invece, è la prova tangibile di quanto fosse immensamente complessa la vita sul confine orientale. A Ronchi, per dire, già il 1° maggio del 1945, durante la marcia di liberazione, sul manto stradale di Largo Petrarca la gente scriveva messaggi inneggianti alla resistenza slovena e alla solidarietà tra italiani e sloveni. Esistono delle fotografie bellissime che hanno immortalato queste gesta di una spontaneità straordinaria. Poi arriva il momento cruciale. Nel marzo del 1946, il 26 e il 27, a Gorizia e in provincia arriva la famosa Commissione Interalleata. L'idea degli Alleati è semplice: "Andiamo lì, interroghiamo la gente, guardiamo i documenti e capiamo questa popolazione da che parte vuole stare". La versione ufficiale, quella che si racconta nei libri di testo più tradizionali, dice che migliaia di cittadini scesero in piazza per urlare il loro desiderio di restare italiani.  Soltanto che la realtà, come al solito, è molto più sfaccettata. C’era una fetta enorme di popolazione – e Ronchi all’epoca faceva parte della provincia di Trieste – che invece voleva fortemente l'adesione alla Jugoslavia di Tito. La Commissione lavora pazzamente, gira ovunque, interroga autorità, raccoglie montagne di carte e il 7 aprile 1946 chiude i lavori per volare a Londra a preparare il rapporto finale per i Ministri degli Esteri. Nell'Europa del dopoguerra non ci sono i social network: si scrive sui muri! Ognuno con la sua vernice. Da una parte "Viva l'Italia!", dall'altra "Vogliamo la settima repubblica federativa!" o un ben visibile "Viva Tito!". Ecco, proprio quelle scritte pro-Jugoslavia, tracciate in quel clima rovente, si possono ancora intravedere – certo, a fatica, siamo proprio ai limiti della leggibilità  anche perché da un lato sono state sovrascritte da insulti contro Tito realizzati negli ultimi anni– sull'immobile di Largo Petrarca. Un edificio che adesso, per fortuna, viene finalmente ristrutturato e di questo se ne può essere felici. Ma c'è il rovescio della medaglia: quei lavori,in diversi si domandano, rischiano di cancellare per sempre quelle scritte? Rischia di sparire una traccia storica che è quasi un unicum sul territorio, salvo pochissimi altri esempi rimasti ai limiti della leggibilità a Monfalcone o forse su qualche casa privata a Selz? E allora la domanda è: che si fa? Se davvero non c'è modo di salvarle, o se – come spesso accade – non si è voluto/potuto trovare il modo di farlo e di anni ce ne sono stati a disposizione per fare qualcosa, che almeno non si perda la memoria. Che si metta una targa, una fotografia, un pannello che le ricordi. Perché quel pezzo di storia, piaccia o non piaccia, dal 1946 a oggi ha fatto parte della vita quotidiana di Ronchi. E la storia, quando ci piomba addosso, non la si può semplicemente intonacare o spazzare via.

mb 

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