Prima del Ventennio: cronache di intolleranza e squadrismo nel Monfalconese di fine Ottocento

Noi abbiamo questa immagine del vecchio Impero asburgico come di un meraviglioso mosaico di popoli.  Dove italiani, sloveni, tedeschi, ungheresi vivevano tutti insieme appassionatamente, l'imperatore Francesco Giuseppe che vegliava su tutti, e le lingue e le identità di ciascuno venivano rispettate. E in parte è vero. In verità, se andiamo a stringere l'obiettivo, se andiamo a guardare cosa succedeva davvero tutti i giorni, ad esempio nel Monfalconese e anche a Ronchi, scopriamo che la realtà era un bel po' più spigolosa. Nei documenti e nelle cronache troviamo episodi che, a leggerli oggi, mettono i brividi. Roba che noi chiameremmo squadrismo bello e buono, ma vent'anni prima che nascessero i fasci di combattimento! Un'intolleranza becera verso gli sloveni e verso l'uso stesso della loro lingua. I giornali dell'epoca non facevano una piega. Anziché inorridire davanti alla violenza, si schieravano apertamente, senza il minimo pudore, dalla parte di chi menava le mani! Prendete un giorno qualsiasi, giugno del 1897. Siamo a Monfalcone. C'è una comitiva di slavi, probabilmente in un'osteria. Hanno bevuto, sono allegri, e si mettono a cantare nella loro lingua. Ma secondo i cronisti dell'epoca – cronisti italiani, s'intende – emettevano "delle grida provocanti". Ora, immaginatevi la scena. Alcuni signori del posto, dei benpensanti, si alzano e gli intimano di tacere: "Basta con questo chiasso, non disturbate gli avventori!". E gli slavi cosa fanno? Per tutta risposta, gridano ancora più forte in sloveno. E qui il giornale ci racconta, con una soddisfazione che si taglia col coltello, che i signori di Ronchi "visto che non volevano obbedire, diedero loro una lezione utile ed efficace". Una "lezione utile ed efficace". Che non vuol dire che si sono seduti a un tavolo a spiegare loro l'educazione civica davanti a un bicchiere di vino! Vuol dire che li hanno presi a pugni, una scazzottata in piena regola, per rimettere al loro posto questi villani che osavano parlare lo sloveno nel Monfalconese! Oppure, un operaio slavo che lavora al cotonificio triestino. A un certo punto si arrabbia, si mette a sbraitare e a inveire contro gli italiani. E cosa succede? Che un "signore" gli si avvicina e – cito quasi testualmente dal giornale – "gli somministra due buoni schiaffi". Perché? Ma per insegnargli che a Monfalcone non si tollera chi sputa nel piatto in cui mangia, chi insulta quelli che gli danno i mezzi per vivere! E il giornalista chiude il pezzo con una domandina retorica che è tutto un programma: "Avrà imparato la lezione?". C'è una campagna sistematica, martellante, che va avanti mese dopo mese. Una narrazione in cui gli italiani sono sempre le vittime inermi, oppure i nobili giustizieri; e gli sloveni? Gli sloveni sono i rozzi bifolchi, gli aggressori che capiscono solo il linguaggio della forza. Questo ci deve far riflettere su una cosa fondamentale. Il fascismo, quando arriverà negli anni Venti a imporre l'italianizzazione forzata e a bruciare i Narodni Dom, non è che si inventa l'odio anti-slavo dal niente! Trova la tavola già bella e apparecchiata. Trova le braci caldissime di un'intolleranza che era stata seminata e coltivata sistematicamente per anni, decenni, sotto le rassicuranti aquile dell'Impero. E se la Storia serve a qualcosa, serve proprio a farci capire questo. Che i diritti delle minoranze, la tutela della loro lingua e della loro identità, non dipendono da quanti sono, non sono una questione di numeri! Sono il termometro della civiltà. E quando si comincia a fare spallucce davanti a chi dà le "lezioni utili ed efficaci" a chi parla una lingua diversa... ecco, lì, che sia nel Monfalconese di fine Ottocento o in qualsiasi altra parte del mondo oggi, stiamo già scivolando verso il baratro.

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